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Audio “PASSARE AL BOSCO” OGGI?
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“PASSARE AL BOSCO”, OGGI? Recensione anacronistica di Letizia Gariglio
Jünger insegnava a “passare al bosco”, settantaquattro anni fa.
Ernst Jünger è uno scrittore tedesco nato nel 1895 e morto nel 1998; è una figura molto complessa di scrittore e di pensatore che ha profetizzato nelle sue opere una sorta di catastrofe epocale in grado di coinvolgere l’intero pianeta, ma soprattutto la società umana. Nella sua opera, il Trattato del ribelle, indica come salvarsi da questa catastrofe: è possibile farlo solo individualmente, per mezzo di una fuga, una fuga soprattutto dentro di sé, quindi verso l’interiorizzazione.
La libertà, ritiene l’autore, è un dovere spirituale e viene acquisita solo attraverso un’esistenza volutamente consapevole e ribelle. Nella sua opera dunque esplora il concetto di ribellione. Jünger utilizza il termine “ribelle” (ma si vedrà che questa è una traduzione in italiano di un concetto che nella lingua tedesca è un po’ diverso) per descrivere una figura che si oppone alle convenzioni sociali e alle autorità oppressive, cercando di affermare la propria individualità e libertà.
Jünger scrive il suo Trattato del ribelle nel 1951 in un momento in cui l’Europa è da poco uscita dall’inferno della seconda guerra mondiale e la società dei consumi sta prendendo piede e si sta espandendo: è il momento del boom economico.
Il libro è diviso in diverse sezioni, in cui Jünger analizza la condizione dell’uomo moderno, le sfide della società a lui contemporanea e il ruolo del ribelle in questo contesto. La figura del ribelle è vista come un simbolo di resistenza e autenticità, è un uomo capace di affrontare le difficoltà e le ingiustizie del mondo. Jünger discute anche il concetto di “anarchia” in senso positivo, come una forma di libertà che permette all’individuo di esprimere se stesso al di fuori delle strutture oppressive.
In italiano è stata tradotta come ribelle la parola tedesca Waldgang che significa letteralmente “colui che passa al bosco”. L’origine di questo termine proviene dall’Islanda medievale; il Waldgang si dava alla macchia, era un fuorilegge, un proscritto, una sorta di Robin Hood, e naturalmente si ritirava in luoghi impervi e inaccessibili come le foreste.
«Il proscritto», scrive Jünger, «ai tempi dei nostri antenati, era avvezzo a pensare con la propria testa, a condurre una vita dura, ad agire in piena autonomia. È probabile che in seguito si sia sentito abbastanza forte da accettare anche la messa al bando, e da solo è diventato guerriero, medico, giudice, e perfino sacerdote. Oggi non è più così. Le persone sono talmente adagiate nell’alveo delle strutture collettive da non essere più capaci di difendersi».
Nella concezione del nostro autore il bosco diventa così il luogo ideale per il mutamento interiore di chi vuole essere ribelle, di chi si dirige volontariamente come un soggetto attivo verso il bosco, animato da una spinta interiore molto forte alla ribellione. Il bosco è un simbolo, rappresenta la naturalità della realtà, ed è nello stesso tempo un luogo senza tempo, dove è possibile rifugiarsi per trarre ispirazione dalla natura; spiega poi che il ribelle si rifugia nel bosco quando lo ritenga necessario e non per fuggire ma per continuare la sua lotta interiore: è un uomo nel mondo, ma non delmondo.
Nel suo libro comincia fin dalle prime pagine con il contestare in modo molto aspro la prassi elettorale: ritiene che sia il potere a imporre «la legge agli elettori, e non viceversa». Chi ha il potere costringe l’elettore ad accettare un dovere che giova unicamente al potere stesso e con l’atto del voto l’individuo lo legittima: dire no a questo dovere è l’unica possibilità del singolo che ricerchi la propria libertà e che voglia esprimere il proprio coraggio contro l’assuefazione abituale della moltitudine. Questo atto è un atto di resistenza al potere; si potrebbe dire che l’atto di negazione al voto sia il primo gesto di ribellione.
L’autore inoltra riflette sulla natura della guerra, della tecnologia e della cultura, evidenziando come questi elementi influenzino la vita dell’individuo e la sua capacità di ribellarsi.
Dice: «L’uomo tende a rimettersi agli apparati e a far loro posto anche quando dovrebbe attingere alle proprie intime risorse. Dà prova in tal modo di mancanza di immaginazione. Eppure dovrebbe conoscere i punti in cui non è lecito mercanteggiare la propria sovrana libertà di decisione. Fintantoché regna l’ordine, l’acqua scorre nelle tubature e la corrente arriva alle prese. Non appena la vita e la proprietà sono in pericolo, come d’incanto un allarme chiama i vigili del fuoco e la polizia. Ma il grande rischio è che l’uomo confidi troppo in questi aiuti e si senta perduto se essi vengono a mancare. Ogni comodità ha il suo prezzo. La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella della bestia da macello». La logica conseguenza di questa prospettiva è che nel momento in cui maggiormente si addensano le minacce, quando gli apparati non solo abbandonano l’essere umano ma sembrano lavorare contro di lui, precludendogli vie di scampo, allora in quel momento è necessario che l’uomo, anziché darsi per vinto, decida di continuare la lotta, o di cominciare la lotta, attingendo alle sue risorse personali più profonde. In quel momento egli forse deciderà di passare al bosco.
Vi sono in questo libro dei passaggi che risultano incredibilmente attuali. Per esempio, quando in una sezione del libro si parla della paura, definendola una dei sintomi del nostro tempo: nonostante siano passati più di settant’anni dal momento in cui quest’opera è stata scritta, questo capitolo sembra applicarsi a pennello all’oggi. Il fenomeno della paura è strettamente collegato, a parere dell’autore, con il rapporto derivato dai progressi della tecnica e della tecnologia:«Pur di ottenere agevolazioni tecniche l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore», dice.
Ciò che esprime nel paragrafo riguardante la salute sembra un vero e proprio vaticinio della nostra situazione attuale. Scrive: «Tutte quelle fabbriche della salute con medici assunti e mal retribuiti, le cui cure vengono assoggettate al controllo burocratico, sono sospette: da un giorno all’altro-e non soltanto in caso di guerra-potrebbero assumere un volto inquietante». Un volto inquietante…
Parlando dell’umanità, mentre adombra uno dei grandi pericoli, vale a dire quello della sovrappopolazione, e lascia intravedere la necessità, da parte del potere, di arginare il fenomeno dell’eccedenza di «quelle stesse masse cui ha permesso di esistere», scrive: «L’equipaggio vaccinato e rivaccinato, depurato dei microbi, aduso alle medicine e di età media assai avanzata ha minori possibilità di sopravvivere di un’equipaggio che nulla sa di tutto questo». Una domanda non viene formulata, ma il lettore sente che aleggia fra le righe: quell’equipaggio “vaccinato e rivaccinato” è stato predisposto per la partenza?
Una delle parti più interessanti è quella che riguarda la lingua. La lingua viene definita da Jünger come parte della proprietà, della natura, ma anche «dell’eredità, della patria dell’uomo alla quale è toccata in sorte senza che egli ne conosca la pienezza e la ricchezza». La paragona alla luce: come la luce rende visibile il mondo e la sua immagine, così la lingua rende il mondo comprensibile, è la chiave indispensabile per scoprirne tesori e misteri. Secondo Jünger la parola è materia dello spirito e dunque è idonea a edificare i ponti più arditi; tuttavia essa è anche lo strumento più importante del potere e di chi lo esercita. Tuttavia: «Perfino in epoche in cui la lingua è decaduta a semplice strumento di tecnici e burocrati, perfino quando per simulare una qualche freschezza prende a prestito le forme del gergo, la lingua rimane indefettibile nel suo immoto potere. Il grigio, la polvere, coprono solo la superficie. Chi scava più a fondo, in ogni deserto, tocca lo strato da cui sgorga la fonte. E con l’acqua che zampilla riaffiora nuova fecondità».
Il “difficile” libro si chiude proprio con queste parole.
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Audio “LA DEBOLEZZA DEI GUERRAFONDAI”
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LA DEBOLEZZA DEI GUERRAFONDAI
(articolo pubblicato su Parole in rete il 10/03/2025)
Assistiamo a una progressiva normalizzazione dei rapporti fra gli Stati Uniti e la Russia (riapertura delle attività diplomatiche, riapertura delle ambasciate russe negli Stati Uniti, colloqui in corso); ciò sta avvenendo anche grazie alle ammissioni da parte di Trump della responsabilità degli USA nello scatenamento della guerra in Ucraina, dovuta, per sua stessa ammissione, all’espansione pericolosa della Nato verso Est e alla preoccupazione dei Russi di avere, per così dire, la Nato sullo zerbino di casa. Importanti sono anche state le rassicurazioni espresse dal Segretario Hegseth della Difesa e dal vicepresidente Vance che l’Ucraina non entrerà mai a far parte della Nato.
La grande “pulizia” che all’interno dello stato si sta operando negli States è condizione preliminare per poter avviare e consolidare trattative di riconciliazione sia con i russi che con i cinesi e per avviare con loro accordi commerciali e non solo commerciali, in una visione che necessariamente non può che prevedere la pace. Lo sradicamento di tutte quelle strutture ostili agli scenari di pace, messe in piedi dall’amministrazione precedente, si rende necessaria per portare a completamento quel processo di riappacificazione che altrimenti sarebbe impedito: la guerra è stata tenacemente voluta dai Democratici. Oggi l’amministrazione attuale trumpiana parla apertamente di deep -state, riferendosi alla gestione profonda degli affari statali da parte di gruppi di potere, che sovragestivano in precedenza la vita dello stato. Sebbene non siamo così illusi da non comprendere che la sovragestione tramite il deep—state non sia terminata con l’amministrazione Biden, e riguardi una sola delle piramidi del potere, assistiamo tuttavia a grandiose pulizie primaverili e all’emergere di grandi corruzioni della precedente amministrazione. Nella sua spregiudicatezza di uomo d’affari Trump è sicuramente un uomo chiaro, che non cincischia con le parole, che non si fa scrupoli di rivelare senza mezzi termini l’arroganza e l’ego americano, ma che nello stesso tempo sta smontando un mondo di ipocrisie.
Ora le forniture di armi e di informazioni di intelligence in partenza per l’Ucraina (che erano state autorizzate da Biden) sono già state bloccate e il processo di normalizzazione parrebbe essere avviato. Così si vorrebbe tutti emettere un gran respiro di sollievo, accompagnato dalla speranza che il processo di abbandono delle armi e della guerra in Ucraina sia iniziato e possa andare a buon fine: qualunque persona per così dire “normale” vorrebbe regalare a se stesso e all’umanità un buon pensiero di speranza. Peccato ci sia un grande “ma”.
Il grande ostacolo alla pace è rappresentato dall’Europa, che ha già danneggiato se stessa con le sanzioni poste alla Russia e che si sono ritorte contro di essa. In Europa ora sentiamo inneggiare alla continuazione del conflitto, alla creazione di un esercito europeo, alla realizzazione del progetto ReArm Europe. Nell’ergersi a paladini e difensori dei valori democratici la Ue, che non esiste come stato, anziché porsi come forza di pace si propone di opporsi, con le proprie scarse e miserevoli forze belliche, come antagonista di Russia, America e Cina che NON vogliono il conflitto mondiale. La cosa in sé potrebbe far ridere se non fosse pericolosissima e se la storia non ci avesse insegnato quanto l’Europa da sempre eccella nel fare disastri. Sono partite dall’Europa le guerre delle Crociate, quelle di conquista delle colonie, la guerra di Crimea, la I guerra mondiale e la II guerra mondiale…
I leader europei, che hanno sempre rifiutato di dialogare con la Russia, adesso si sentono offesi per non essere stati coinvolti nelle trattative di pace, che vengono condotte in modo diretto da Stati Uniti e Russia: sono palesemente stati messi ai margini della situazione internazionale. Divenuti irrilevanti per aver rifiutato il dialogo, e per la perseveranza nel rifiutarlo anche adesso, come tutti i ratti inchiodati nell’angolo, sono pericolosissimi. Postisi per propria volontà al di fuori dei giochi della geopolitica internazionale si sono autocreati una posizione di pura marginalità.
Si potrebbe dire che il mondo, bene o male, è andato avanti senza l’Europa, che ora si trova arroccata su posizioni che il resto del mondo ha superato.
Siamo abituati a veder traditi dalla cara bellicista Ursula von der Leyen i valori fondamentali sulla base dei quali (forse) era nata l’Europa, ma ora il suo piano sembra nato apposta per riaffermare il fomento di venti di guerra, che alimenteranno gli spiriti del fascismo e del nazismo.
8oo miliardi saranno destinati agli armamenti: non c’erano quattro soldi, non ci sono mai stati soldi per alimentare le spese sanitarie, per incentivare il sostegno sociale, per promuovere scuola e servizi, ma ora, improvvisamente, non ci saranno difficoltà nell’investire simili cifre per rifornire gli amici dell’industria bellica.
Naturalmente le decisioni della Commissione Europea, che ha appena approvato il piano ReArm, si fonda su tutta la possibile e immaginabile retorica della difesa: il babau è alle porte, è cattivo, vuole invaderci. Il babau è sempre lo stesso: la temibile Russia che, non avendone abbastanza di tutti i suoi territori, vorrà senz’altro anche il nostro. Ingorda! L’unica possibilità in una simile visione è difendersi, e per difendersi occorre armarsi: e questo è esattamente il modello che ha generato tutti gli storici conflitti che conosciamo. La Russia è cattiva e dunque noi non ci vogliamo nemmeno parlare, altro che “farla amica”. Ci parleremo solo dopo che l’avremo sconfitta, “così impara!”. Se una simile logica da bulletto infantile non fosse così pericolosa com’è, sarebbe più divertente ancora ascoltare le varie dichiarazioni che hanno preceduto la riunione: il piccolo Napoleone che afferma che la Russia «è una minaccia per la Francia e per l’Europa», e «chi può pensare che la Russia di oggi si fermerà all’Ucraina?» e mette a disposizione la condivisione dell’arma atomica.
In uno dei più preoccupanti passaggi del suo discorso al Parlamento Europeo la von der Leyen, in cui ci ha fatto sapere che «l’industria della difesa ha bisogno di accedere ai capitali…» ( i nostri, se non è chiaro), ci ha ulteriormente dissipato ogni dubbio quando ha affermato che il progetto troverà la propria realizzazione «così come siamo riusciti a fare i vaccini». Ah, beh, adesso è tutto più chiaro. Infatti anche le armi serviranno a salvare le vite umane, le nostre vite, esattamente come sono serviti i vaccini! E l’industria bellica tutelerà i profitti delle industrie degli armamenti come la produzione di vaccini ha tutelato gli interessi dell’industria del farmaco. Ora sì che possiamo volere tutti la guerra!
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FRA SIBILI E SUSSURRI
Il suono S aspro o S dolce, in quanto onomatopea sibilante, imita lo sfregamento di sostanze solide, o liquide o gassose. Possiamo assimilare al suono S anche quello della SC. Ne derivano parole che in qualche modo sono collegate a una sostanza o a più di una sostanza o a un’azione che ha delle modalità di sfregamento, come strusciare o setacciare, sciare. Spesso hanno un’iniziale S anche i materiali o gli strumenti che provocano lo sfregamento e talvolta anche il nome di chi li maneggia. Per esempio, sega o setaccio, scalpello (e scalpellino), scala, spatola e stecca, ma anche lo spillo da sarta e la spada, strumento principe dell’antico guerriero.
Anche molti strumenti musicali iniziano o contengono S: il sassofono, il salterio, la siringa, il sistro, il sitar, la spinetta, il basso e il contrabbasso,…e, perché no, il sintetizzatore, mentre una bella Z dolce è contenuta nello zufolo e una aspra nella zampogna.
Lo sfregamento può essere causato da elementi liquidi, ritroviamo questo concetto nelle parole risacca, spiaggia, spartiacque, sobbollire, schiuma, nevischio, sciacquare e risciacquare, sciabordio, sorgente, schizzare, spruzzare, sgorgare, spumeggiare, sputacchiare, sudare e trasudare, starnutire, sbuffare, annusare.
In latino, la parola serpere (con l’ultima e breve) significa strisciare, serpeggiare, ondeggiare, attorcigliarsi, ma anche andare a carponi; come è evidente è legata al verbo la parola serpente, vale a dire un animale che striscia. Così la S evidenzia sia l’azione del rettile e il suo modo di spostarsi ma nello stesso tempo ricorda anche il suono che l’animale emette strisciando, infine rammenta il suono che l’animale produce emettendo il suo sibilo, cioè sibilando.
I suoni S, spiranti, rappresentano onomatopee del soffio e sono legate a delle azioni emotive che pretendono l’espulsione del fiato: sofferenza, spossatezza, spavento spasimo, strazio, disgrazia . È evidente che molte di queste parole sono legate a una emozione negativa e che esprimono un atto di espulsione del fiato, un’atto espiratorio.
Sentite come nella parola “spifferare” si percepisce un’azione in cui si dice di soppiatto in modo indiscreto, come l’aria che passa nelle fessure delle labbra trattenute.
Anche tutte le parole che iniziano con il prefisso “dis” hanno un significato peggiorativo, non solo nel linguaggio medico: il prefisso stesso indica sempre che c’è un’alterazione, una malformazione, un funzionamento che in qualche modo è difettoso, una anomalia, un discostamento, quindi un allontanamento, seppur metaforico (non spaziale) dalla normalità.
La lingua italiana è ricca di parole che hanno il prefisso “S” soprattutto in verbi ma anche in nomi e aggettivi. Il nostro prefisso “S” deriva dal latino “ex”, ne rappresenta la continuazione di significato, esprimendo un’idea di uscita da un luogo o, figurativamente, da una condizione, ma rappresenta anche un’idea di privazione.
Il suono onomatopeico S è anche adatto ad esprimere e a riprodurre le impressioni sensoriali che sono in qualche modo legate a ciò che è liscio, levigato e anche a ciò che è veloce. È liscio ciò che è saponoso, ciò che slitta, ciò che glissa; è veloce ciò che è svelto, lesto, ciò che schizza, sfreccia, si spiccia ad agire, che si slancia come una saetta, come una strale.
Quando ampliamo la gamma del suono “S”comprendendo anche “sc”, allora ci accorgiamo che esso può essere utilizzato per definire ciò che viscido, vischioso, sgusciante, lascivo, scivoloso, ciò che lascia una scia, o si scioglie e si discioglie, che infastidisce come un vento di scirocco, o appiccica in gola come uno sciroppo.
E magari possiamo utilizzarlo per respingere in modo dinamico qualcuno che desideriamo allontanare: sciò! sciò!
Ma no, invece preferiamo lasciarci con tante S che provengono dai Poemi Conviviali, dai potenti valori fonosimbolici, di cui il poeta Pascoli è stato maestro; qui parla dell’ultimo viaggio di Odisseo e del suo peregrinare per mare in una notte stellata:
«…
Egli era fisso in alto, nelle stelle,
Ma gli occhi il sonno gli premea, soave,
E non sentiva se non sibilare
La brezza nelle sartie e nelli strali.
E la moglie appoggiata all’altro muro
Faceva assiduo sibilare il fuso».
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IL SUONO DELLA “U” DALLA PROTUSIONE ALLA TURPITUDINE
(articolo pubblicato nel mese di febbraio 2025 su Parole in rete)
Vogliamo continuare a essere politicamente scorretti, anche con gli animali?
Allora, che ne dite del grugnito del maiale, che grufola (gru, gru, gru). Sì, è vero che c’entra l’onomatopea, ma quella U lo mette subito in una posizione critica: il timbro grave fa sì che immaginiamo puzza, sporco. rotolamenti nello sterco . Povero porco, subito associato al putridume, al pattume, al sudiciume, alla pupù. Puah!
Anche l’UpUpa non si rende simpatica, a causa del suo canto così monotono, tutto impostato sulla U: “hu hu hù, hu hu hù” seguito da uno stridore fastidiosissimo: a causa di tutta quella U e del suo nome che in italiano lo contiene, è accaduto che persino i poeti, sbagliando, l’abbiano considerata un uccello lugubre e nottuno: cosa completamente falsa perché in realtà è un uccello diurno. Il Foscolo ha osato scrivere nei Sepolcri:
«…. E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
l’upupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerea campagna
e l’immonda accusar col luttuoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblîate sepolture….»
Dunque la poveretta è stata associata fonosimbolicamente a ciò che è cupo, buio, lugubre.
Anche il gufo, in quanto a simpatie, non è messo meglio, ma almeno un uccello notturno, che bubola, lo è per davvero. Nelle mie notti estive su un’isola del Mediterraneo sono circondata dal canto dell’assiuolo, gufo molto piccolo dagli occhi gialli, con i quali ipnotizza le sue prede. Io sono ipnotizzata dal suo canto (Chiù, chiù….); dopo un po’ smette, ma non ci si può illudere, riprenderà dopo pochi secondi e continuerà instancabile tutta la notte: meglio accettarlo e rassegnarsi.
L’usignolo ha senz’altro miglior fortuna non solo perché il suo nome contiene una sola U, ma anche perché ha un canto famoso per la sua bellezza.
Pascoli, quando voleva spaventarci della “notte nera come il nulla”, usava a profusione la allitterazioni in U:
«E nella notte nera come il nulla,
A un tratto, col fragor d’arduo dirupo
Che frana, il tuono rimbombò di schianto:
Rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo…»
«Uhm»: sento un’esclamazione di incertezza; qualcuno non è d’accordo?
Nel fumetto qualcuno sobbalza? «Ugh!».
«Uff: che seccatura!»
Per articolare le U dobbiamo restringere la bocca, poi dobbiamo protendere le labbra, in modo da lasciare una piccolissima cavità circolare; dobbiamo anche far arretrare la lingua verso la parte posteriore della cavità orale; articolando il suono dobbiamo mettere in campo armoniche di bassa frequenza. È naturale che ci troviamo nel campo dei grugniti, dei mugugni. È stato osservato che quella nostra azione di mettere la bocca e le labbra “a trombetta” assomiglia molto alla mimesi di qualcosa di tubolare e di affusolato.
Non se la prenda a male il lettore (o ascoltatore), se terminerò con le parole di Molière, nel Borghese Gentiluomo, Atto II, scena 4 ( Due interlocutori: il Maestro di Filosofia e Monsieur Jourdain):
MAESTRO DI FILOSOFIA: La vocale U si forma avvicinando i denti, ma senza farli toccare, e
sporgendo le labbra in fuori, avvicinandole l’una all’altra, ma senza chiuderle : U.
JOURDAIN: U, U. Non c’è nulla di più vero: U.
MAESTRO DI FILOSOFIA: Le vostre labbra non si allungano come se faceste il muso? Difatti
se volete fare uno sberleffo a qualcuno o prenderlo in giro, basta che gli facciate : U.
JOURDAIN: U, U. Ma é vero ! Ah, ma perché non ho studiato prima per imparare tutto questo ?
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Audio: Il SUONO DELLA U DALLA PROTUSIONE ALLA TURPITUDINE
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TENEBROSA SEPPUR GIALLA
(articolo pubblicato su Parole in rete nel febbraio 2025)
E così, è giunta dalla redazione Ansa la notizia che la farina di larve Tenebrio Molitor è stata inserita tra i novel food. La Commissione Europea ha autorizzato l’immissione in commercio della Macinazione di larve gialle della farina, trattata con raggi ultra violetti, inserendola tra i nuovi alimenti dell’Unione Europea. Nel testo viene precisato che nei prossimi cinque anni solo una società francese, denominata Nutri Earth, sarà autorizzata a immettere sul mercato il nuovo alimento. Sono state presentate al Parlamento Europeo delle obiezioni all’immissione in commercio della farina, da parte degli eurodeputati Alexander Bernerhuber del Ppe e Laurence Trochu di Ecr, ma sono state respinte. Bruxelles definisce novel food gli alimenti che prima del maggio 1997 e fino ad oggi non sono mai stati consumati in modo rilevante.
Precedentemente era già stato data via libera alla farina di locuste migratorie, di vermi della farina minore e del grillo domestico. La farina di Tenebrio Molitor potrà essere utilizzata in tutti i prodotti farinacei, come pane, biscotti, impasti vari preparati per i prodotti da forno, e paste. Dovrà essere esplicitamente dichiarata sull’etichetta la presenza, secondo l’imposizione della legge.
I fans di questa farina di larva dichiarano che è ricchissima di micro nutrienti come il ferro, il fosforo e il potassio e che rappresenta un’alta e valida fonte di proteine,viene quindi (da loro!) considerato un alimento ricco.
Nota:
Se lo desiderano i nostri lettori potranno rileggere articoli su Parole in Rete, in cui abbiamo trattato il tema dell’uso alimentare della farina di insetti. In particolare rammento il mio articolo “Solo grilli per la testa!” uscito sul n. 58 (aprile 2023).
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DANTE SAPIENTE DI MEDICINA
(articolo pubblicato su Parole in rete nel febbraio 2025)
Quando percorriamo le pagine dantesche, in particolare dell’Inferno, ci accorgiamo che l’autore inserisce molte osservazioni di tipo medico, sia quando descrive le condizioni disgraziate e le pene dei dannati, sia quando introduce commenti su se stesso e illustra il proprio stato di paura. Osserveremo entrambe le condizioni: la descrizione di punizioni infernali per mezzo di malattie che nell’Inferno vengono somministrate come castighi per i peccatori, e le debolezze, potremmo dire le fragilità, di Dante viaggiatore dell’Oltretomba.
Dante era iscritto alla Corporazione dei Medici e degli Speziali, viene definito dagli studiosi come sapiens de medicina, vale a dire che conosceva teorie mediche medievali con riferimento in modo particolare a Ippocrate, Galeno e Avicenna, massimo esponente della medicina araba. Alla Galleria degli Uffizi è conservato un dipinto di Andrea del Castagno che raffigura Dante vestito con il lucco rosso, la veste dei medici. Nel Canto IV nomina i tre pilastri della medicina, che il viaggiatore dell’Oltretomba, Dante stesso, incontra nel Limbo, in mezzo a «gente di molto valore» e che pure non ha potuto assurgere ad altri luoghi beati perché privi del battesimo, nomina così Ippocrate, greco di Kos (460-377 a.C.), considerato padre della medicina occidentale, Galeno di Pergamo (129-201 d.C.), filosofo e medico, e il persiano Avicenna (980-1037 d.C.), medico, filosofo e matematico di cultura musulmana.
Nel canto XVII, veniamo a contatto con la quartana (malaria): Dante paragona se stesso, a causa della paura che prova, (e che rende coraggioso persino il servo di fronte a un valente signore) a chi sia ammalato di tale malattia, che rende febbricitanti e tremanti:
«Qual è colui che sì presso ha ‘l riprezzo
della quartana, c’ha già l’unghie smorte,
e trema tutto pur guardando il rezzo,
tal divenn’io alle parole porte;
ma vergogna mi fe’ le sue minacce,
che innanzi a buon segno fa servo forte».
Nel canto XX troviamo il termine parlasìa, vale a dire paralisi, termine dell’italiano antico che indica una malattia che deforma il corpo e rende sconclusionato il movimento: è la punizione infernale riservata agli indovini. Gli indovini, infatti, avanzano lentamente, piangendo, ed ecco che Dante si accorge che hanno il viso voltato al contrario, verso il dorso, costretti dalla legge di contrappasso a guardare indietro, per aver cercato di predire gli eventi del futuro.
Nel Canto XXIV facciamo conoscenza con l’oppilazion , cioè l’occlusione repentina dei canali anatomici, che causa l’epilessia: improvvisa incoscienza, convulsioni, smarrimento, amnesia. Siamo nella bolgia dei ladri, la settima, nella quale si muove una moltitudine di serpenti: i peccatori corrono nudi e spaventati con le mani serrate dietro la schiena. Una serpe si avventa su un dannato trafiggendolo al collo. E il peccatore arde incenerito. Il suo comportamento è analogo, dice Dante, a quello dell’epilettico che cade a terra, del tutto incosciente; al risveglio dalla crisi è tutto stordito. Simile a questo è il comportamento del peccatore:
«E qual è che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’uomo,
quando si leva, che ’n torno si mira
tutto smarrito della grande angoscia
ch’illi ha sofferta, e guardando sospira;
Tal era il peccator levato poscia».
Nel Canto XXIX , bolgia decima, siamo fra i seminatori di discordia : condannati a essere mutilati, sventrati, sviscerati… insomma letteralmente fatti a pezzi, parcellizzati.
«Tra le gambe perdevano le minugia
la corata pareva e ‘l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
Mentre che tutto in lui vedere m’attacco,
Guardommi, e con le man riaperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco!»
I falsari di metalli vi sono condannati dalla legge di contrappasso a essere sfigurati dalla scabbia e dalla lebbra, così come in vita sfigurarono in vari modi la verità. Due dannati, seduti uno contro le spalle dell’altro, si graffiano furiosamente con le unghie, per liberarsi dal prurito, inutilmente.
«Io vidi due sedere a sé poggiati,
com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo a piè di schianze macolati;
e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volentieri vegghia,
come ciascun menava spesso il morso
dell’unghie sopra a sé per la gran rabbia
del pizzico che non ha più soccorso…».
Sempre nel Canto XXIX menziona la peste, nello specifico la peste di Egina, quando dice:
«Non credo cha veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pieno di malizia,
che li animali, infine al piccolo vermo,
cascaron tutti…».
Si riferisce al momento in cui la dea Giunone scagliò la peste contro la ninfa Egina, amata da Giove.
Il Canto XXX è, per così dire, un concentrato di malattie. Siamo ancora nella bolgia decima, fra i falsari della persona, i falsari della moneta, i falsari della parola. Fra coloro che finsero di essere un’altra persona incontriamo i rabbiosi, condannati a correre, addentando gli altri dannati.
«Ma né di Tebe furie né troiane
si vider mai in alcun tanto crude,
non punger bestie, non che membra umane,
quant’io vidi due ombre smorte e nude,
che mordendo correva di quel modo
che ‘l porco quando del porcil si schiude».
I falsari di moneta sono affetti da idropisia, malattia causata da un accumulo di liquidi che fa gonfiare il corpo. Tocca a mastro Adamo che si lamenta della sete incessante che lo tormenta: l’idropisia gli deforma la pancia facendogliela gonfiare a dismisura.
«La grave idropesì, che si dispaia
le membra con l’amor che mal converte,
che ‘l viso non risponde alla vetraia,
faceva lui tener le labbra aperte
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso il mento e l’altro in su rinverte».
I falsari della parola giacciono stretti uno all’altro, afflitti da un gran febbrone che procura loro il delirio: giusto contrappasso per chi ha falsificato con le parole, mescolando alle vere quelle false.
«E io a lui: “Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ‘l verno,
giacendo stretti a’tuoi destri confini?»
Poi si snoda un dialogo fra l’idropico, maestro Adamo e il falsario di parola Sinone, che turlupinò i Troiani con false spiegazioni sul cavallo.
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AUDIO RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (ottava parte)
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VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA (ottava parte del racconto di Letizia Gariglio)
(pubblicato su Parole in rete nel febbraio 2025)
La signora considerava il pianoforte, impacchettato fino al giorno dopo, al sicuro. Non gli diede più nessuna attenzione.Carlo, non sapeva come neppure lui, non era morto. Era distrutto, sfiancato, disperato, schiacciato al fondo del baratro. Questa volta disperò di risalire mai più. Tuttavia era vivo.
«Nessuno può aiutarmi», si disse, «devo rassegnarmi a morire?»
Allora rivolse il pensiero a Dio, e pregò:
«Nessuno può aiutarmi», si disse, «devo rassegnarmi a morire?»
Allora rivolse il pensiero a Dio, e pregò:
«Madre divina», implorò, «Madre di tutte le creature e di tutti i tarli, aiutami. Se esiste ancora una strada per me, indicamela. Madre, aiutami. E risparmiami la tortura del microonde».
Un’infinita dolcezza raggiunse la sua anima e comprese che nella vita o nella morte la misericordiosa Madre sarebbe stata accanto a lui. Con un nuovo senso di accettazione nel cuore si dispose a affrontare il suo destino, placato e privo di paura. Se ne stava quieto al fondo del baratro, quando cominciò a sentire dei piccoli picchiettii non molto distanti da lui.
Anche Carlo picchiettò.
Ancora picchiettio dall’altra parte.
E Carlo rispose.
«C’è qualcuno», si disse Carlo, «qualcuno in qualche anfratto vicino, nel mio stesso pianoforte».
«Chi sei? Rispondimi». E ancora: «Io sono Carlo il tarlo. E tu?»
E dopo un po’: «Sono Carlotta; sono una tarlotta».
Una nuova energia investì Carlo il tarlo, che si gettò a picchiettare, a agitarsi, a aggrapparsi lungo le lisce pareti del baratro. Una nuova speranza muoveva i suoi gesti.
«Ti prego, vienimi in aiuto», diceva Carlotta la tarlotta. «Ho appena sfarfallato, non voglio morire così giovane».
Carlo non aveva mai pensato di diventare un free-climber, non ci si era mai sentito particolarmente portato, ma ora percepiva di godere, all’improvviso, di una forma atletica eccezionale. Pur di raggiungere Carlotta la tarlotta avrebbe scalato a zampe nude anche la Mole Antonelliana. Nella sua immaginazione Carlotta aveva preso ogni spazio della sua mente: era bellissima. Un nuovo sentimento lo stava invadendo:
«Carlotta, se ci salveremo voglio passare tutta la vita con te», le diceva.
E lei:«Ti amerò per sempre».
Una nuova speranza li animava, una nuova forza muoveva i passi di entrambi: era la forza dell’amore.
Fu proprio quella forza che permise a entrambi di unirsi sulla terra del DO.
Anche la prima piattaforma da cui era partito Carlo era il tasto di un DO. Ma il livello che ora aveva raggiunto, grazie alla spinta del sentimento, era il DO di un’ottava superiore: l’altezza delle vibrazioni era doppia di quella della nota di partenza. Carlo il tarlo si chiese se era questa la meta che doveva raggiungere.
«È questo lo scopo della vita di un tarlo?», si chiese. Non sapeva rispondere.
Aveva affrontato un percorso che gli era sembrato interminabile per arrivare fino lì; era salvo, era innamorato; ora, se fosse ancora partito per grandi viaggi d’esplorazione, l’avrebbe fatto insieme alla sua compagna Carlotta. Qualcosa era certamente cambiato nella sua vita: sentiva che la direzione era quella giusta.
Il giorno seguente il pianoforte fu definitivamente spacchettato, liberato dalla pellicola che lo ricopriva. Un accordatore era giunto per sistemare alla perfezione il pianoforte.
«Signora», disse l’accordatore, «vorrei proporle di accordare il pianoforte con un LA verdiano». La padrona di casa in realtà sapeva ben poco di musica e di pianoforti. Tuttavia accettò.
Quando l’accordatura fu compiuta l’uomo, che era anche un bravo pianista, si sedette al pianoforte, e suonò. Una meravigliosa melodia si propagò per la casa.
Carlo e Carlotta, a mano a mano che sentivano i suoni propagarsi, percepivano che le note vibravano con quelle del loro cuore: come si stava bene in quella casa! Era meraviglioso ciò che poteva uscire da quel pianoforte: stabilirono che avrebbero fatto ai suoi legni il minor numero di danni possibile.
«Deporremo le nostre uova in altri legni della casa», concordarono fra loro «e lasceremo che questo pianoforte viva a lungo: quale altro legno sa emettere simili armonie?»
Forse grazie al pianoforte, o più probabilmente grazie all’amore, Carlo e Carlotta si sentivano vibrare in sintonia con l’intero universo:
«C’è posto per tutti, per noi tarli, per la musica, e persino per quel ragazzino pestifero che gira in questa casa. Chissà che un giorno non possa essere raggiunto anche lui da una briciola di saggezza dei tarli!»
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VECCHIE DOMANDE SUL “NUOVO” NUCLEARE
(articolo pubblicato su Parole in rete nel gennaio 2025)
La nostra generazione ha vissuto nell’età adulta una tremenda tragedia nel corso del Novecento, quando a Chernobyl accadde un tremendo incidente, avvenuto il 26 aprile 1986. Ne fummo profondamente segnati. L’onda emotiva che ne seguì bastò a produrre una vasta consapevolezza circa la pericolosità degli impianti nucleari e la produzione di energie di tipo nucleare. In Italia la conseguenza fu immediatamente registrabile con il risultato dei referendum abrogativi del 1987: si votò allora per cinque referendum, tre dei quali riguardavano il nucleare. In realtà nessuno dei tre quesiti chiedeva l’abolizione o la chiusura delle centrali nucleari, tuttavia in seguito alla vittoria dei «sì» la conseguenza fu, nel nostro paese, la dismissione progressiva delle centrali. I risultati si asseverarono poi, in seguito al referendum del 2011, che prevedeva l’abrogazione delle norme che consentivano la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare.
Per molti anni presso l’opinione pubblica il discorso sul nucleare è rimasto assopito, senza che molti si rendessero conto di avere a che fare con un enorme serpente arrotolato in apparente condizione di riposo. La dismissione delle centrali ha riguardato peraltro solo l’Italia, mentre i paesi limitrofi hanno finora continuato a produrre, a una manciata di chilometri dalle nostre case, l’energia nucleare. Fatto sta che ora in Italia il dibattito sull’argomento si è riacceso.
Nel frattempo il modo di produrre energia nucleare è molto cambiato. Ora si assicurano soluzioni efficaci per lo smaltimento delle scorie, che sono divenute riciclabili, a parere dei sostenitori del nucleare.
Si ha oggi una certa consapevolezza che le energie rinnovabili, quella solare e quella eolica, non sono in grado di coprire il fabbisogno: la produzione è intermittente, in dipendenza da sole e vento ed è indispensabile l’immagazzinamento dell’energia prodotta. Inoltre, ad esempio, il fotovoltaico genera altri problemi-di smaltimento. Ma lo spauracchio che rimane fondamentale è il rischio di proliferazione nucleare. Oggi tuttavia sono presenti in Italia gruppi di fisici e ingegneri convinti che non possa avvenire una transizione energetica senza una stretta collaborazione del nucleare con le energie rinnovabili. Ci spiegano che il nucleare non è, malgrado tutte le nostre percezioni, pericoloso, ci blandiscono narrandoci che le centrali nucleari non esplodono, non possono esplodere: nemmeno il reattore 4 di Chernobyl è esploso, è avvenuta invece un’emanazione di vapore saturo che ha scoperchiato il nocciolo e ha causato una contaminazione radioattiva (non una reazione a catena incontrollabile di fissione). Gli scienziati non possono però non ammettere che una dispersione di radiazioni sia in ogni caso un evento molto pericoloso. Oggi i reattori nucleari in sperimentazione sono di quarta generazione, le centrali sono più piccole e i reattori saranno in grado di ottimizzare i rifiuti del nocciolo del reattore, diminuendone sia la quantità che i livelli di tossicità radiologica.
Nei paesi europei, l’atteggiamento nei confronti del nucleare è duplice e vede i paesi divisi fondamentalmente in due grandi blocchi: quelli a favore e quelli contrari. Tra quelli contrari vi è stata fino a ora, ovviamente, l’Italia, dove le quattro centrali nucleari che erano precedentemente presenti sono state chiuse nel 1987 e da allora non sono state aperte nuove sedi; vi è inoltre la Spagna, dove nel ‘23 è stato previsto lo spegnimento delle cinque centrali operative – spegnimento che dovrà avvenire entro il 2035; una situazione simile si verifica anche in Germania, dove nel ‘23 sono stati chiusi gli ultimi tre reattori dopo sessant’anni di attività: la Germania, infatti, ha deciso di rinunciare all’energia nucleare. Gli Stati Uniti sono il paese che produce fino ad oggi più energia elettrica di origine nucleare, seguono in ordine la Cina, la Francia, la Russia, la Corea del Nord e il Canada. Il Regno Unito possiede 125 reattori nucleari operativi e quindi, in questo senso, precede gli Stati Uniti che ne ha 99; la Francia è il paese al mondo che produce maggiore energia attraverso il nucleare per un totale del 55% di energia. Vi sono programmi in Cina, in Russia, India, Stati Uniti e Paesi di nuova industrializzazione come l’Egitto, la Turchia e gli Emirati Arabi, per la costruzione di nuove centrali nucleari.
Subito dopo il discorso del ministro Pichetto dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, a favore del nucleare, sono intervenute le associazioni ambientaliste, tra cui il WWF Italia, a spiegare come loro ritengano che il nucleare renderebbe ancora più cara l’energia elettrica: bisognerebbe infatti aggiungere i costi di smantellamento delle vecchie centrali nucleari, i costi di bonifica dei siti nucleari contaminati, i costi di gestione dei rifiuti radioattivi generati dalle barre del combustibile nucleare esaurito; inoltre, l’energia elettrica generata con i reattori modulari più piccoli, proposti per l’Italia e che ancora non sono stati costruiti in nessun paese occidentale, costerà di più di quella prodotta dai reattori più grandi; WWF definisce insensato un possibile ritorno al nucleare in Italia, soprattutto perché non terrebbe conto dei pronunciamenti referendari.Anche Green Peace interviene nella discussione e dichiara: «L’energia nucleare ha costi insostenibili, è pericolosa e genera enormi quantità di scorie radioattive che non possiamo smaltire. Solo le fonti rinnovabili possono fermare il cambiamento climatico, fornire energia pulita e porre fine all’incubo nucleare». Rammentano l’incidente di Fukushima seguito a quello di Chernobyl, quando enormi quantità di radiazioni furono rilasciate, centinaia di migliaia di persone furono costrette all’evacuazione, vennero contaminati fiumi e foreste, divennero inabitabili aree estesissime e vi furono danni economici incalcolabili. Dicono: «Incidenti del genere hanno chiarito in modo evidente che questa tecnologia non può essere controllata in caso di catastrofe». Adducono anche ragioni economiche, dichiarando: «A dissuaderci dal ritorno al nucleare dovrebbe bastare il fatto che si è rivelato un fallimento economico sia in Francia sia negli Stati Uniti. I costi dell’impianto francese di Flamanville sono levitati a 19,1 miliardi di euro, invece dei 3,3 miliardi stimati, mentre due dei quattro reattori in costruzione negli USA sono stati cancellati e gli altri due proseguono a costi esorbitanti, da circa 9 miliardi di dollari si è già passati una stima di circa 32 miliardi. Non è andata meglio ai due reattori di Hinkley Point in Gran Bretagna che dovevano costare 18 miliardi miliardi di sterline e oggi sono stimati a 46 miliardi».
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RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (settima parte)
(pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)
Stremato si abbandonò prono su FA. Tutte le membra gli dolevano. Tese le orecchie ai rumori della casa, per ascoltare cosa stesse avvenendo intorno a lui. Tutto taceva. La notte era calata su di lui, sugli altri abitanti della casa, e anche sul pianoforte che lo ospitava. Non si accorse neppure di essere scivolato in un lungo sonno ristoratore. Se ne rese conto solo al mattino, quando la casa si rimise in movimento. L’attenzione di Carlo si era risvegliata con i profumi di caffellatte, con le sveglie che nelle camere da letto avevano suonato, con la luce del sole che aveva raggiunto il pianoforte con il coperchio sollevato. Aveva molto timore. Si tranquillizzò solo quando pensò che tutti gli abitanti della casa fossero usciti. Era una bella giornata luminosa, la superficie delle piattaforme del pianoforte si stava riscaldando al tepore del sole. La stessa piattaforma su cui lui aveva trascorso la notte sembrava brillare alla luce; Carlo notò che era lucida e liscia: molto diversa dal torroncino.
Mentre si aggirava con cautela sentì che qualcuno infilava la chiave nella toppa. Si irrigidì a causa di una paura mortale e contemporaneamente fece un acrobatico salto all’indietro. Era stata un’azione così rapida e così audace che aveva in un colpo solo saltato la collina nera e raggiunto il tasto del SOL.
«Chi sarà entrato?», si chiese, terrorizzato che potesse trattarsi del restauratore assassino.
Era il giovane maialino di casa che, non abbastanza soddisfatto del panino con nutella che sua madre gli aveva preparato, era tornato indietro per procurarsi anche una scatola di biscotti da portarsi a scuola. Andò direttamente verso la dispensa in cucina. Trovò i biscotti e se li mise sotto braccio. Si avviò verso la porta. Poi cambiò idea ancora una volta. Si diresse nuovamente verso la cucina dove acchiappò un sacchetto di patatine. Decise di strafogarsi subito con le patatine, non visto da sua madre. Per lui però era già troppo difficile tenere i biscotti con una mano e aprire il sacchetto delle patatine con l’altra, così decise di appoggiare da qualche parte la scatola di biscotti. Il pianoforte gli sembrò il luogo ideale. La tastiera era esposta senza coperchio, mollò sopra i tasti i biscotti e si diede da fare a strappare con i denti il sacchetto di patatine: non aveva tempo per fare un lavoro più accurato. Poi piegò la testa all’indietro, spalancò la bocca e lasciò cadere in quel suo pozzo senza fine una considerevole massa di patatine. Per quanto abituato a ospitare in quella sua bocca spalancata dosi spropositate di cibo, questa volta il ragazzino aveva esagerato. Tossì convulsamente, sputacchiò da tutte le parti briciole di patatine, tossì ancora, poi finalmente andò a bersi un bicchiere d’acqua.
Sparate in tutte le direzioni, le patatine si distribuirono equamente fra pavimento, tappeto e, naturalmente, tastiera del pianoforte, dove si erano depositate sotto forma di polvere fra un tasto e l’altro, quasi chiudendo le articolazione dei tasti. Carlo si chiese se altri pianoforti al mondo fossero abituati a simili trattamenti. A lui però non era andata troppo male. Le briciole di patatine avevano praticamente formato un’unica superficie, che comprendeva tasti neri e tasti bianchi.
SOL si era unito al suo nero diesis, al successivo LA, al LA diesis, raggiungendo anche il SI.
I successi da esploratore avevano ringalluzzito Carlo il Tarlo, che ora era pronto a tirarsela. Ma, siccome proprio sciocco non era, veniva spesso assalito dal dubbio che il cacciatore di tarli tornasse a tormentarlo. Faceva bene a stare all’erta, perché in uno dei giorni seguenti fu costretto a riconoscere la sua voce. Si era presentato alla porta di casa con borse, bauli e bauletti: un’attrezzeria che qualunque artigiano gli avrebbe invidiato.
«Ho portato tutto il necessario con me, signora», sentì che scandiva a alta voce. «Siamo pronti a eliminare i tarli per sempre. Ecco, qui ho l’essenza di permetrina».
Carlo capì subito che quella sostanza era il potente veleno con cui volevano eliminarlo dal pianoforte e forse dalla terra. Non aveva tempo per cercare un nascondiglio adeguato. Scivolò verso una delle voragini che tanto temeva, si aggrappò con le zampe anteriori al piano del tasto e pregò di non essere visto. L’uomo avanzò verso il pianoforte, lo scoperchiò e iniziò con un compressore a soffiare tanta aria nei buchi che il tornado provocato pochi giorni prima dal naso del ragazzino al confronto sembrava un po’ di brezza. Carlo fu tragicamente spinto dai venti del compressore verso il basso, verso il fondo.
Poi l’uomo cominciò a infilare una siringa puzzolente nei cunicoli dove lui fino a qualche tempo prima aveva vissuto. Agiva meticolosamente, cercando di fare in modo che nessun buco gli sfuggisse. Allora, come non bastasse, con cera e spatola chiuse tutti i cunicoli. Infine impacchettò tutto il pianoforte in una pellicola di plastica trasparente:
«Se qualche tarlo è rimasto vivo, privandolo dell’aria domani non lo sarà più», sentì che diceva. Aggiunse: «Se lei avesse qualche dubbio sui risultati del trattamento, sappia che abbiamo una macchina portatile per cuocere i tarli al microonde».
Fu solo allora, all’idea di essere cotto al microonde, che Carlo si sentì morire. Non riusciva più a respirare. Per la paura? Per la reale mancanza d’ossigeno? Pensò che la sua vita sulla terra del pianoforte era finita per sempre, il suo tempo era finito per sempre. Non era sicuro di aver fatto tutto ciò che in questa vita avrebbe potuto fare. La vita sfuggiva e a lui sembrava di esservi solo affacciato, non gli pareva di aver completato la sua esperienza. Era davvero tutto finito?
L’uomo aveva completato il suo lavoro da killer. Aveva rimesso in ordine i suoi attrezzi e se ne stava andando. La signora aveva pagato l’uomo per il suo drastico intervento, ora si attardava a confabulare ancora un po’ con lui sulla soglia, mentre lo accompagnava; non visto il giovane Homer di casa si avvicinò quatto quatto al pianoforte. Non voleva farsi vedere da sua madre, che come sempre l’avrebbe sgridato.
«A proposito, signora», stava aggiungendo l’uomo «non lasci banchettare suo figlio sul pianoforte: c’era di tutto in quei tasti, dalle patatine alla cola. Lo credo che poi arrivino i tarli».
Le ultime parole non erano piaciute per niente al ragazzino, che pensava: «Di cosa si impiccia, quello?» E fu preso da un moto di rabbia. Così strappò il foglio di plastica trasparente, infilando un dito dentro, e lasciò allo scoperto un angolo della tastiera.
L’aria raggiunse il povero coleottero nel momento in cui aveva quasi perso conoscenza.
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TUTTO È NATO DA UN LABORATORIO
(articolo pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)
Sono 520 le pagine del rapporto uscito nel mese di dicembre del Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic, che ha lavorato negli Stati Uniti per comprendere origini, cause, andamento e esiti della pandemia che ha colpito il mondo negli anni trascorsi. S’intitola After Action Review of the Covid-19 Pandemic: The lessons Learned and a Path Forward: è reperibile in Rete.
La Commissione ha tratto alcune conclusioni piuttosto sconvolgenti, non già perché non fossero state formulate in forma ipotetica, ma perché ora tutti quelli che venivano definiti sospetti di natura complottistica sono stati confermati sul piano della realtà.
Vediamo i punti principali del documento.
È stato confermato che il virus COVID-19 possiede delle caratteristiche biologiche non reperibili in natura. I dati esaminati dimostrano che tutti i casi di COVID sono derivati da una singola – una sola – introduzione negli esseri umani e ciò risulta essere in contrasto con tutte le precedenti pandemie in cui si erano verificati una serie di eventi di spillover. Wuhan ospitava il più importante laboratorio cinese di ricerca sulla SARS e i livelli di biosicurezza erano inadeguati. I ricercatori del Wuhan Institute of Virologi (WIV) si sono ammalati di un virus del tutto simile al COVID-19 nell’autunno del 2019, vale a dire alcuni mesi prima che il COVID venisse scoperto al mercato ittico. Nessuna prova esiste circa un’origine naturale della pandemia.
Nel documento si fa ripetutamente riferimento all’operato del dottor Fauci, il quale lungamente ha promosso la narrazione sua preferita secondo cui il COVID aveva avuto origine in natura.
Anche l’OMS viene preso di mira perché il suo operato è stato un fallimento assoluto, avendo anteposto alcuni interessi politici ai suoi doveri internazionali.
Quanto alla raccomandazione che era stata operata di distanziamento sociale (sei piedi di distanza) che aveva fatto sì che si determinasse la chiusura delle scuole e delle attività commerciali in tutto il paese, essa è stata giudicata «arbitraria e non basata su evidenze scientifiche».
Sull’argomento dei lockdown prolungati, essi «hanno causato danni incommensurabili all’economia americana ma anche alla salute mentale e fisica degli americani con un effetto particolarmente negativo sui cittadini più giovani. Invece di dare priorità alla protezione delle popolazioni più vulnerabili, le politiche del governo federale e statale hanno costretto milioni di americani a rinunciare a elementi cruciali di una vita sana e solida finanziariamente».
Il documento interviene anche su quello che fu l’uso obbligatorio delle mascherine e si dice che in realtà non vi era nessuna prova che le mascherine proteggessero efficacemente gli americani dal COVID.
La comunicazione attorno al COVID-19 è stata giudicata fallace poiché i funzionari pubblici hanno diffuso disinformazione attraverso messaggi contrastanti, alcune reazioni impulsive e una diffusa mancanza di trasparenza. Si dice esplicitamente che la teoria della fuga dal laboratorio era stata ingiustamente demonizzata dal governo federale.
Veniamo ora ai vaccini; nel documento si incoraggia un rapido sviluppo di un efficace vaccino contro il COVID che possa contribuire a salvare tante vite, d’altra parte, tuttavia, si sottolinea come il vaccino che è stato utilizzato non abbia affatto fermato la diffusione e la trasmissione del virus. Si sottolinea inoltre che esso è stato imposto dal governo. Si aggiunge che gli obblighi vaccinali non erano supportati dall’evidenza scientifica e hanno certamente causato più danni che benefici; obbligando la popolazione a sottoporsi al vaccino sono state calpestate le libertà individuali ed è stata ignorata la libertà medica di ogni individuo di scegliere per sé, senza che vi fossero prove sufficienti a supportare le decisioni politiche prese.
A causa della chiusura delle scuole gli allievi hanno sperimentato una grave perdita storica di apprendimento, un aumento dei casi di disagio psicologico, un calo del benessere psicofisico in generale, mentre la scienza in realtà non ha mai giustificato le chiusure prolungate delle scuole.
Tra le conseguenze più gravi vi sono naturalmente quelle economiche: la pandemia ha avuto un impatto devastante sull’economia globale, migliaia di aziende sono state costrette a chiudere, alcuni settori hanno subito maggiormente di altri dei danni piuttosto gravi, milioni di persone a causa della gestione errata della pandemia hanno perso il lavoro.
Una delle principali conclusioni del rapporto riguarda la gestione delle risorse sanitarie a le gravi inefficienze nel sistema sanitario e soprattutto nella gestione dei fondi. Viene puntualizzato che le risorse sono state gestite male, non sono state monitorate a dovere, sono state distribuite in modo inefficiente, in modo tale da contribuire a creare delle frodi, sono stati realizzati degli sprechi ingenti e in tal modo è stata deteriorata la fiducia del pubblico nelle istituzioni sanitarie.
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TU VUÒ FA L’AMERICANO
(articolo pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)
Lo slogan dell’erede della famiglia Kennedy, scelto da Trump per far parte del governo, è ora «Make America healthy again», «Riportare l’America di nuovo in salute».
Ma come lo farà? Mangiando hamburger e bevendo Coca-Cola, e dunque implicitamente invitando gli altri a fare allo stesso modo? Sì, è vero che dopo essere stato immortalato in una storica foto scattata su un jet con Trump e Musk ha subito precisato che sarebbe stato l’ultimo pasto con junk food, prima di dar corpo al nuovo piano per la salute: del resto chi di noi riesce a sottrarsi al cibo spazzatura dal momento che nessuno di noi è in grado di sfuggire al globalismo alimentare?
Nel comunicato con il quale il 14 novembre Trump ha conferito l’incarico a Robert Kennedy come Capo Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha dichiarato di desiderare garantire per tutti la protezione da sostanze nocive, prodotti farmaceutici nocivi, pesticidi, additivi alimentari che hanno portato gli americani a essere malati o potenziali malati, spesso obesi. Come arrivarci sarà un problema di Kennedy, che in quella foto dà la sensazione di chi sia molto preoccupato e si renda conto di non aver cominciato troppo bene: forse si domanda come raggiungere il proprio obiettivo, in dissonanza con la presentazione della tavola imbandita sull’aereo con hamburger, patatine e coca-cola.
Del resto, che cosa potrebbe rappresentare gli USA nel mondo più di hamburger e patatine? Ma gli emblemi non diventano tali senza prima essersi radicati profondamente nella cultura di un popolo, occupandone capillarmente testa cuore e intestino.
Trump ha dichiarato di Kennedy che egli «contribuirà a riportare l’America in salute; è un uomo eccezionale e si impegna veramente». Da parte sua Kennedy ha detto che gli Americani «sono stati schiacciati dal complesso alimentare industriale e dalle aziende farmaceutiche che hanno ingannato e dato informazioni errate sulla salute pubblica». Ha anche affermato che il Dipartimento della Salute (HHS) svolgerà un ruolo importante nel ripristinare una giusta linea di pensiero e di azione nella ricerca scientifica «per porre fine al dilagare di malattie croniche e per rendere l’America di nuovo grande e sana».
Sono parole che ci piacciono, che piacciono a quella parte di tutti noi che ancora si ostina a credere in un mondo migliore. E non solo per l’America.
Dice Kennedy: “Quando mio zio era presidente il 6% dei nostri figli aveva una malattia cronica, oggi sono il 60%; il 3% era obeso, oggi il 70%». La situazione è poco dissimile da altre, comprese la nostra: non occorre essere complottisti per avere ormai un’idea chiara dei danni procurati dai nostri vaccini, delle disinformazione ricevute, delle imposizioni basate su falsità, imposte nel periodo COVID, delle terrorizzazioni subite. In fondo, non dispiacerebbe nemmeno a noi ricevere parole di rassicurazione circa un futuro di politiche sanitarie rivolte al bene dei cittadini. Non ci rimane che augurarci che il lavoro di Kennedy possa seguire il flusso delle intenzioni dichiarate.
Intanto, sul piano personale, per tutti noi è difficile disancorarci dalle nostre pessime abitudini di uomini frettolosi, piuttosto viziati … e molto condizionati. Molti di noi ricercano nel cibo alto contenuto di zuccheri, elementi che forniscono un alto livello di energia a breve termine e un nutrimento piuttosto basso: adorato junk food! Spesso junk Food e fast-food trovano reciproca alleanza: quando una preparazione veloce (e un consumo veloce) si alleano alla bassa qualità il disastro si potenzia, soprattutto se si aggiunge nel junk food la presenza, oltre a quella dei grassi, di coloranti e di edulcoranti di vario genere, di conservanti chimici, di esaltatori del gusto, di calorie, mentre nel contempo si depotenzia il cibo di fibre, di vitamine, di proteine di buona qualità, vegetali e minerali. E il junk food, si sa, crea dipendenza, oltre a gravi forme di malnutrizione. Anche noi italiani non ne possiamo fare a meno, e annoveriamo nel gruppo degli elementi sbagliati certe pizzacce industriali di bassa lega.
Tuttavia va detto che rimane l’America lo stomaco pulsante del cibo spazzatura, perché lì è stato inventato e poi prodotto industrialmente in serie. Poi si è esteso in tutto il mondo sotto forma di merendine, crackers, bibite gasate, snack, pop-corn, semi dolcificati, caramelle, dolciumi …
Il cibo spazzatura ci domina, ci possiede, semplicemente perché soddisfa il palato, e ci spinge così a ripetere l’esperienza del senso di appagamento e di gratificazione, che ci rende euforici e ci fa rilasciare la dopamina conseguente all’esperienza piacevole, ma tra l’altro è in grado di alterare il nostro senso di pienezza, spingendoci verso la ciotola come fossimo un Labrador.
Se davvero l’America iniziasse una strada di miglioramento sul cibo gli effetti si potrebbero percepire presto in tutto il mondo!
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AUDIO RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (sesta parte)
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RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (sesta parte)
(articolo pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)
Carlo era contento che il suo potenziale assassino se ne fosse andato, ma restava in grande agitazione. Cercò di calmarsi.
«Farò così», si disse, «farò finta di essere ancora una larva, quando vivevo nelle profondità delle gallerie. In fin dei conti in una fase della mia vita io ho conosciuto questa condizione: sono esistito allo scuro, al buio, nelle profondità del legno. Ora penserò così: io sono in grado di affrontare questa situazione. Ce la farò». Con la forza della disperazione si aggrappò con tutte le sue zampe sui bordi lisci della voragine e provò a affrontare la risalita. Secondo i suoi calcoli, se si teneva verso monte, a un certo punto avrebbe dovuto trovare le sponde della piattaforma nera: anche fra DO e RE, e poi fra RE e MI aveva trovato una piattaforma nera.
Ma quella piattaforma, questa volta, ci sarebbe stata? Si sarebbe profilato un pezzo di terra provvidenziale che l’avrebbe accolto come un naufrago? Giungere fino alla terra successiva, date le condizioni in cui si trovava, sarebbe stato davvero arduo. Era stanco, stanchissimo, spaventato, deluso dal comportamento degli uomini. E soprattutto, si sentiva tanto solo. Iniziava a dubitare delle sue forze, Peggio: dubitava di aver davvero voglia di vivere. Dubitava di voler partecipare a quel mondo che l’aveva messo in queste dure condizioni. Pensò a sua madre, in cerca di conforto. Ma ora neanche quel pensiero riuscì a aiutarlo. Allora, Carlo il tarlo pianse.
Piangeva così disperatamente che non gli importò un bel nulla quando sentì il ragazzino avvicinarsi a quello che quei due chiamavano pianoforte. Percepì che il ragazzino cercava la sua presenza fra gli anfratti. Non si chiese se era per curiosità o perché volesse dargli la caccia. Mani Impiastricciate, tanto per cambiare, teneva in mano un cono gelato, con torroncino e cioccolato. Lo leccava rumorosamente, ma lo inclinava pericolosamente verso le piattaforme, finché una bella noce di gelato cadde, infilandosi fra una piattaforma e l’altra. Si infilò anche nella fessura dove si trovava Carlo. Lì, per sua fortuna si incuneò la parte di squisito torroncino, piena di granellini macinati non troppo finemente. Carlo fu tentato di dargli un’assaggiatina: che bella consistenza, pensò, questa materia granulosa, questi corpuscoli legnosi così saporiti. Ma non li lasciò tentare a continuare nei suoi assaggi. Gli era sopravvenuta l’idea che quei minuscoli corpuscoli che si erano incastrati nelle fessure fra le piattaforme avrebbero potuto aiutarlo nella sua risalita. Forse avrebbe potuto usarli come gradini.
Raccolse le sue ultime forze e, aggrappandosi ai minuscoli granelli di torroncino, intraprese la scalata, deciso a riuscirci. Una voce interna lo guidava: «Forza, Carlo, fai così; fa’, Carlo, fa’; Forza, Carlo, fa… fa…». Quando finalmente giunse, baciò la terra che l’aveva accolto.
La chiamò FA.
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ELEGIA PER UN’APE
(articolo pubblicato su Parole in rete nel mese di dicembre 2024)
È ormai una quindicina d’anni circa che apicoltori e scienziati segnalano la progressiva diminuzione del numero delle api e delle colonie: troppi pesticidi hanno inquinato i territori, una serie di attacchi di altre specie e una lunga fila di patogeni hanno creato grandi problemi; sappiamo dell’importanza delle api negli ecosistemi naturali perché esse sono implicate nell’impollinazione delle piante spontanee. La riproduzione di alcune specie sia alimentari sia non alimentari dipende esclusivamente da questi insetti. Se le api, tutte le api scomparissero, avremmo un effetto drammatico sull’ambiente, così come oggi è conosciuto, e si arriverebbe addirittura, forse, alla progressiva scomparsa delle piante.
Ma qui, ora, per quanto le api ci siano molto care, non ci occuperemo di questi insetti nel loro complesso, ma desideriamo lamentarci un po’, esercitando l’arte del piagnisteo, per la scomparsa di un’ape in particolare.
È proprio vero che gli insetti ce li vogliono solo fare mangiare: quando ne gira uno che ci piace, è utile, costituisce un pezzo importante della nostra storia, ecco che ce lo portano via. Così l’Ape su tre ruote se ne va a farsi costruire in India, dopo 76 anni di presenza sul suolo italico. Una piccola perdita, forse un’inezia nel panorama generale dei disastri planetari. Certo, eppure ecco un ulteriore segnale di un mondo che finisce.
Che cos’è un’ape rispetto alle auto a guida completamente automatizzata? Eppure…
Progettata dall’ingegnere aeronautico Corradino d’Ascanio come motofurgone derivato da uno scooter (lo stesso ingegnere aveva inventato anche la Vespa) ora verrà fabbricata solamente in India per il mercato locale e per quello africano.
Nacque nel ‘48 nella nostra Italia stremata dalla guerra, povera di mezzi, divenendo presto un’icona, l’ideale rappresentante di una cultura e di un’operosità di un Paese che voleva rinascere, non solo in campagna.
Oggi, rimasti orfani a causa delle normative europee stringenti, non ci rimane che dedicarci, con tono misto e sognante, a un po’ di sfogo sentimentale per il mondo che stiamo perdendo.
Elegia per un’ape, per un Ape
Oh, veicolo caro ai campi, alle piazze e ai cuori,
mitico ronzio che tra le colline vibrava,
là, dove il sole d’Italia splendeva sui borghi,
oggi ti sposti lontano, tra genti e terre straniere.
Non più le mani operose di Pontedera ti forgiano,
ma altri cieli t’attendono, indomite strade.
Resti memoria d’un’era, d’un sogno italiano,
piccola Ape, nei cuori per sempre sarai.
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L’EMERGENZA CLIMATICA È FINITA!
(articolo pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)
Nel 2019, l’ingegnere danese Guus Berkhout ha dato vita insieme con il giornalista scientifico Marcel Crok a un’organizzazione denominata Clintel, una fondazione cui partecipano scienziati di livello mondiale, che esprime profondo dissenso verso la natura antropica del riscaldamento globale. Recentemente, in novembre, il Climate Intelligence Group (Clintel) ha tenuto una conferenza internazionale sul clima presso la sede del Parlamento ceco. Al termine dell’evento (14 novembre) hanno dichiarato ufficialmente conclusa l’emergenza climatica.
Può sembrare una dichiarazione shock ma gli eminenti scienziati, in numero di 1961, ritengono che sia esagerata l’importanza che il pensiero unico climatico ha espresso attorno alla questione della CO2 e della sua influenza sulla temperatura globale.
La dichiarazione in proposito è forte, dicono: «Il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, che esclude partecipanti e titoli pubblicati in disaccordo sulla sua narrazione, trae conclusioni alcune delle quali sono disoneste e dovrebbe essere immediatamente smantellato».
Anche la conclusione è stata piuttosto scioccante; l’incontro infatti è terminato con un invito altrettanto forte rivolto alla comunità scientifica a cessare la persecuzione nei confronti degli scienziati in disaccordo con la narrazione ufficiale sui cambiamenti climatici e a incoraggiare al contrario la «lunga e nobile tradizione di ricerca, indagine, pubblicazione e discussione scientifica libere aperte, senza censura».
Ma andiamo per ordine. Numerosi sono stati gli argomenti discussi durante gli incontri: le osservazioni metereologiche e climatologiche, i processi fisici che influenzano il clima; il rapporto fra il Sole, i pianeti e il clima, gli sviluppi climatici futuri.
Le conclusioni ribadiscono che il clima della Terra è variato da quando esiste il pianeta, con fasi naturali fredde che si alternano a quelle calde. Non ci dobbiamo sorprendere se oggi stiamo vivendo un periodo di riscaldamento, dal momento che l’ultima Piccola Era Glaciale è terminata solo nel 1850.
«La politica climatica», dichiarano, «si basa su modelli inadeguati. Essi hanno molte carenze e non sono minimamente plausibili come strumenti di politica globale. Ingrandiscono l’effetto del gas serra come la CO2, mentre ignorano il fatto che arricchire l’atmosfera con CO2 è benefico». Infatti sappiamo bene che la CO2 è la base di tutta la vita sulla terra nonché il cibo delle piante: nozioni elementari che tuttavia le politiche ufficiali vogliono ostinatamente ignorare. Clintel ribadisce: «La CO2 non è inquinante. È essenziale per tutta la vita sulla terra. La fotosintesi è una benedizione. Più CO2 è benefica per la natura perché rende verde la terra. La CO2 ha promosso la crescita della biomassa vegetale globale. È buona per l’agricoltura, aumenta le rese delle colture il tutto il mondo»
Importantissima è anche la puntualizzazione che non ci sono prove attorno all’affermazione che il riscaldamento globale stia intensificando uragani, inondazioni, siccità, e altri simili disastri naturali. Gli scienziati di Clintel si oppongono pienamente alla politica dannosa e «irrealistica», secondo la loro stessa definizione, di zero emissioni nette di CO2 proposta per il 2050.
La dichiarazione mondiale sul clima è stata firmata dal premio Nobel Dott John F. Clauser. Hanno partecipato all’evento molti paesi dall’Africa, dall’Asia, dall’America del Nord, dall’Oceania e dell’Australia, della Nuova Zelanda, dal Sudamerica. Erano presenti dall’Europa, (dall’Est): Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Serbia, Slovenia, Ucraina. Dal Nord: Danimarca, Estonia Finlandia, Norvegia, Svezia. Dal Sud: Cipro, Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna, Turchia. Dall’Ovest: Austria, Belgio, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Svizzera, Paesi Bassi, Regno Unito.
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NUOVI CANTIERI DI BAMBINI
(articolo pubblicato su Parole in rete nel novembre 2024)
La Legge italiana n. 40/2004 che riguardava le norme in materia di procreazione medicalmente assistita proibiva e puniva, con reclusione da tre mesi a due anni, e con una multa da 600.000 a un milione di euro, sia il commercio di gameti e embrioni, sia la surrogazione di maternità. Ora, nel 2024, il nostro Senato ha approvato in maniera definitiva il disegno di legge che definisce la maternità surrogata “reato universale”. Personalmente la legge riscuote tutta la mia approvazione, perché ritengo la pratica dell’utero in affitto una barbarie.
Da ora gli Italiani non avranno più modo, seguendo i principi espressi dalla legge, di ricorrere alla pratica dell’utero in affitto rivolgendosi all’estero a madri surrogate, perché la proibizione è divenuta “universale”.
Che cosa si intende per utero in affitto credo sia chiaro a tutti: coppie che ambiscono a divenire genitori perché in condizioni di sterilità (coppie formate da elementi dello stesso sesso, dunque biologicamente impossibilitate e generare, o di sesso complementare, ma sterili) talvolta acquistano ovuli, o spermatozoi, o entrambi, praticano la fecondazione in vitro, cui fanno seguire la l’impianto in un utero femminile (vero) appartenente a una donna (reale), che presta il proprio corpo alla pratica. Usare il verbo prestare è un’eufemia, perché nella quasi totalità dei casi la madre surrogante, portatrice in utero della gravidanza, si presta perché ha prima firmato un contratto che stabilisce il suo prezzo per il servizio, il prezzo complessivo delle spese (per gravidanza, parto), il prezzo del nascituro, che viene pertanto venduto. Solitamente se, durante la gravidanza, il feto risulta in qualche nodo fallato, non conforme alle condizioni di normalità espresse dalle aspettative dei committenti (vale a dire i compratori del futuro nascituro), clienti della transazione commerciale, esso viene eliminato senza ulteriori ripensamenti.
Se la nascita è regolare, la madre surrogata deve abbandonare la creatura che ha portato in seno e deve consegnarlo al momento della nascita stessa agli utenti che l’hanno prezzolata e che nel contempo pagano per la merce ottenuta, cioè il bambino.
La mercificazione eugenetica di gameti maschili e femminili qui, con l’atto della consegna dell’essere umano (in questo caso equiparato a cosa, a oggetto di mercificazione, si conclude). Di tutta la parte legata alla salute del neonato e della madre, fisica e psicologica, di tutta la parte legata alle emozioni, ai sentimenti, alla stretta relazione tra la donna che ha portato una gravidanza e dell’oggetto… scusate, della creatura da lei prodotta… non frega niente a nessuno: la transazione finisce qui.
La donna, che è diventata gestante per necessità di denaro, ha terminato la sua funzione commerciale. Il cucciolo, a differenza di qualsiasi cucciolo animale, viene letteralmente strappato dalle braccia della madre: quando invece si tratta di cani e gatti o di altri cuccioli domestici, si ha la pazienza di attendere che siano svezzati.
La pratica abominevole, è spesso etichettata dalla neolingua sotto la dizione di “maternità surrogata” o “gestazione per altri” in modo da rendere più neutrale a accettabile la pratica di fabbricazione del bambino, per il fatto che le espressioni edulcorate non richiamano immediatamente alla mente l’aspetto degli interessi economici e commerciali che comporta, né rivelano esplicitamente l’aspetto di schiavizzazione e di sfruttamento del corpo della donna nel nostro millennio. Queste donne, infatti, non sono affatto animate da impulsi mistici sacrificali, sono invece spinte dalla povertà e dalla necessità di beni materiali.
Malgrado il lavoro di comunicazione che si è fatto attorno a questa pratica aberrante, per cercare di normalizzarla, non perde la sua ripugnanza: non è una accettabile scelta individuale e personale di donne che esercitano la loro libertà di arbitrio; è al contrario una forma di abnorme oppressione.
La pratica dell’utero in affitto adombra lo spettro di altre pratiche eugenetiche, tali da offrirci altri brividi di disgusto, come la scelta à la carte di ovuli ed embrioni, accuratamente selezionati. Si vogliono solo ovuli e spermatozoi di donne e uomini belli, altrimenti, come siamo del resto abituati dalle vendite on line, il pacco/bambino può essere respinto come un reso: un oggetto reso, una cosa respinta: la vita stessa è ridotta a semplice res.
Ma non preoccupiamoci più di tanto per l’utero in affitto: la scienza odierna sta già ponendo rimedio, vuole superare i limiti etici posti dall’utero in affitto, sperimentando profusamente e pare con successo il germogliare della vita prima concepita in provetta, o poi sviluppata in uteri interamente artificiali. Gli esperimenti avvengono nel mondo, ma forse vale la pena di ricordare che in Europa esiste una Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea (Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea 18/12/2000) che sancisce nel III articolo il «divieto delle pratiche eugenetiche», il «divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro», il «divieto di clonazione riproduttiva degli esseri umani».
Il pensiero non può che andare ad Aldous Huxley e al suo romanzo Il mondo nuovo che fin dal I capitolo ci immette nei segreti del “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale”, dove veniamo accompagnati in visita, attraverso la Sala di Fecondazione, poi fra gli Incubatori di Ovuli; possiamo leggere sui flaconi tutti i dati, la discendenza, la data di fecondazione; infine arriviamo alla Sala di Predestinazione Sociale. Ogni particolare viene descritto nel racconto: il funzionamento della circolazione sanguigna materna, ovviamente artificiale e via via quello di tutti i meccanismi cooperanti per arrivare al prodotto finito, il bambino. È fuori discussione che nella condizione artificiale descritta ogni atto naturale è inesistente: non si verifica atto sessuale, né gravidanza né parto naturali: grandi seccature per l’umanità! Siamo invece di fronte a una serie di procedure asettiche, innaturali, non-umane: la perfezione del processo di disumanizzazione e di reificazione dell’umanità che alcuni, nella realtà, sembrano desiderare.
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RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (quinta parte)
(articolo pubblicato su Parole in rete nel novembre 2024)
Il cuore cominciò a battergli in petto forsennatamente, perché sentiva che la solita famiglia si stava di nuovo avvicinando a lui. Le volte precedenti erano per lui state una vera disgrazia: gli avevano rovesciato la cola addosso, rendendolo colloso e impiastricciato, avevano minacciato di cavarlo dalla sua galleria con un uncino, avevano provocato una vibrazione sonora così potente e fastidiosa da sradicarlo dal suo mondo, avevano provocato un funesto uragano che l’aveva trascinato in un luogo sconosciuto.
«Che cosa accadrà ora?»
La madre dello zuccheroso parlava con qualcuno, un uomo, avvicinandosi a lui. Ecco di nuovo il cielo scoperto, e poi:
«Ho scoperto che all’interno del pianoforte ci sono dei tarli. Mi sono accorta che sui martelletti si vedono delle gallerie con dei piccoli fori; so che quando si vedono i fori il danno è già avvenuto, l’insetto è già uscito fuori. Se non sto attenta in breve tempo avrò tutto il pianoforte infestato dai tarli!»
«Ha ragione a preoccuparsi, signora. E ha fatto bene a chiamare la nostra ditta di disinfestazione: siamo i migliori sul campo. Nessun tarlo sfugge alla morte quando arriviamo noi».
Al sentire queste parole Carlo fu preso dal terrore.
«Non ce l’avranno con me? O santo cielo, come è possibile che mi considerino un nemico: io sono nato qui, questa è casa mia, il mio paese, la mia patria; che cosa ho mai fatto io di male?», si disse fra sé, colto da una immensa paura. Era indeciso se nascondersi come meglio poteva o farsi avanti, palesarsi ai due umani che stavano parlando di lui, per mostrare loro che lui era innocuo, non era un loro nemico. Siccome Carlo era un tipo coraggioso optò per la seconda scelta. E impavidamente si fece avanti. Non per attaccare, naturalmente: solo per evidenziare la propria totale, definitiva innocenza. Stava addirittura per mettere le “mani in alto” quando ebbe un presentimento. Questa intuizione gli salvò la vita. Anziché alzare le èlitre le portò verso il basso, racchiudendole più che poteva attorno all’addome. Mentre l’uomo stava calando le sue pesanti manacce callose su di lui, come una mannaia, per mettere fine alla sua vita, lui si strinse tutto. Senza pensarci Carlo si buttò alla sua destra e quella profonda apertura, quella caverna da cui aveva tanto temuto di essere inghiottito, lo accolse mentre precipitava.
Quanto fosse profonda la spelonca, quanto lungo il suo salto verso il basso, non avrebbe mai potuto calcolarlo, perché mentre precipitava si sentì venire meno.
«Non puoi abbandonarti alla morte», borbottò una voce dentro di lui. Carlo si lasciò scivolare, ma cercò di non perdere coscienza. Le voci delle persone ora erano più attutite, ma poteva ancora percepirle dal fondo del precipizio:
«Ha visto? Ha visto? Ne avevo quasi acchiappato uno; eh, ma se ce n’è uno significa che sono a decine: bisogna eliminarli senza pietà, altrimenti sa che fine farà il suo pianoforte?», diceva l’uomo.
La donna confermava: «Non intendo badare a spese: mi salvi il pianoforte».
«Io non morirò, io non morirò», si ripeteva intanto Carlo, come una litania. Lo faceva per darsi coraggio, ma anche perché la sua mente non fosse sopraffatta da pensieri negativi, Sentiva che se si fosse abbandonato al pensiero della morte, ciò sarebbe davvero potuto accadere. Lui invece avrebbe pensato di essere invulnerabile.
«Ce la farò, verrò fuori di qui», si disse, «io vivrò. Io troverò il modo di risalire da questo baratro».
«Dovrò controllare i vari pezzi del pianoforte, a uno a uno», disse l’uomo che ce l’aveva con Carlo. Tutti i fori saranno messi allo scoperto, saranno trattati, disinfestati, curati, richiusi, e lei avrà di nuovo il suo pianoforte come nuovo», affermò l’uomo.
La donna, con un sospiro di sollievo, si stava allontanando verso la porta, per congedare il restauratore di mobili antichi.
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AUDIO RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (quinta parte)
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RICORDARE FA MALE?
(articolo pubblicato su Parole in rete nel novembre 2024)
Appena qualche giorno fa è caduto l’anniversario di uno fra gli episodi più tristi e più gravi della storia della città di Torino. Al trasferimento della capitale del Regno Sabaudo da Torino a Firenze è legato un episodio davvero ignobile, che va sotto il nome di “Strage di Torino”, avvenuto nel 1864: le date sono 20, 21, 22 settembre. Lo si rammenta davvero troppo poco.
Presidente del Consiglio era in quel momento l’ancora odiatissimo (dai torinesi) Mario Minghetti, che firmò le disposizioni del trasferimento della capitale a Firenze; lo stesso Re Vittorio Emanuele II ne fu informato successivamente ed ebbe una reazione disgustata. In una lettera inviata da Visconti Venosta a Costantino Nigra si legge, a proposito della reazione del re, che l’apprese «non solo con ripugnanza, ma con dolore».
Quando si diffuse la notizia della decisione del trasferimento, il giorno 20, la gente scese in piazza (cinque o seimila persone) per manifestare il profondo dissenso. La folla si riversò nuovamente in strada il giorno 21, poi, il giorno successivo, 22 settembre,. In quei giorni avvenne una delle più ignobli azioni dell’Arma dei Carabinieri: fu ordinato agli Allievi Carabinieri di caricare la folla e di sparare.
Il numero dei morti dichiararti ufficialmente fu nettamente inferiore a quello reale. Seguirono due inchieste amministrative, un’istruttoria giudiziaria, un’inchiesta militare, e si formò una commissione d’inchiesta voluta dalla Camera. Con quale risultato, possiamo ben immaginare… A dire tutta la verità solo l’inchiesta militare produsse qualche risultato e si concluse con la condanna di fronte al Tribunale Militare dei carabinieri presenti in piazza Castello il 21 settembre, e con l’avvio al Tribunale Ordinario di quelli presenti in piazza San Carlo il 22 settembre. Poi, silenzio. Così si legge nella corrispondenza De Sanctis: «È una pagina di storia che bisogna affrettarsi a obliare». Già, obliare: chi ricorda oggi la strage di Torino? Solo una lapide in piazza S. Carlo commemora le vittime. Da tanti, tanti anni, nessuna commemorazione.
È un triste episodio con cui si concluse per Torino (e forse non solo) il processo dell’unificazione della Penisola e di costruzione del Regno d’Italia, parte importante della storia di Torino. Il Risorgimento è stato oggetto di una narrazione ufficiale contro la quale si sono schierate, negli ultimi 60/70 anni, idee alternative, oppositive e fortemente critiche. Al di là di alcune interpretazioni sensazionalistiche e di una rilettura piuttosto provocatoria, fondata su valori neoborbonici, che rifiutano la condivisione dei valori del processo di unificazione della nostra Nazione (e naturalmente del Risorgimento), di cui la città di Torino fu centro propulsore e attore primario, dobbiamo riconoscere che la visione storica proposta da oltre centocinquanta anni pecca, oltreché in profusione eccessiva di dati retorici, di mancanza di analisi delle complicate dinamiche del processo della nostra unificazione. Spesso il revisionismo di stampo borbonico si è fondato su racconti privi di fondamento storico, di aneddoti spesso inventati, riferiti da personaggi poco alfabetizzati, spesso uomini della strada con opinioni personali molto ostinate ma poco veritiere: insomma pseudo-verità del tipo “me l’ha detto mio cuggino”. Per contro abbiamo ormai certezza che a Torino Cavour coltivasse ottime relazioni con l’élite finanziaria francese e con quella britannica, desideroso di allineare ad essi, modernizzandolo, il Regno Sabaudo. Forte degli accordi segreti di Plombières (che prevedevano l’aiuto francese in caso di attacco del Regno Sabaudo da parte dell’Austria) arrivò a provocare l’Austria portando truppe consistenti al confine (II Guerra d’Indipendenza). Coltivò rapporti con Londra, che aveva l’obiettivo di controllare e dominare il Mediterraneo, oltre a quello di opporsi al suo maggior competitore nel Mediterraneo, rappresentato dal Regno delle Due Sicilie – tra l’altro preda ambita per la presenza di miniere di zolfo utile per la polvere da sparo.
Ebbe così inizio una congiura internazionale, un vero atto di pirateria per spazzare dalla scena il Regno delle Due Sicilie. Fu istituito un fondo per supportare finanziariamente la spedizione dei Mille, che la storia ufficiale ha poi sempre rappresentato come storia epica: in realtà nulla vi fu di improvvisato né di spontaneo e, sebbene molti ideali patriottici furono autentici, essi vennero strumentalizzati ed eterodiretti. La spedizione di Garibaldi si avvalse di un ingente finanziamento, di una accuratissima organizzazione militare, che prevedeva una vasta rete di complicità massoniche, vaste corruzioni di uomini/chiave dei Borboni, nonché il reclutamento, per combattere a fianco di Garibaldi, di mercenari da tutto il mondo.
In seguito alla realizzazione dell’unificazione, come sappiamo, Torino divenne Capitale. Lo fu per poco.
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RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (quarta parte)
(pubblicato su Parole in rete nell’ottobre 2024)
Quando si rese conto di essere giunto sulle sponde della terra vicina, era senza parole. Tuttavia:
«Non sono morto», disse fra sé e sé. «Come sono stato fortunato. Forse una mano amica mi ha guidato. E eccomi qui, in questa nuova terra, dove sono arrivato come fossi un re: la chiamerò proprio così. La chiamerò RE», decise, «Mi metterò subito al lavoro. Voglio scoprire tutte le differenze che dividono RE da DO».
Questa volta fu davvero meticoloso nell’esplorazione: prima l’esplorò tutta in verticale, poi tutta in orizzontale. Finché giunse alla conclusione che non si poteva davvero trovare nessuna differenza dalla terra che aveva abitato in precedenza. Persino la collina che si profilava alle spalle di RE era identica, alla vista, a quella che stava alle spalle di DO. Solo un dubbio sopravvenne in lui: risuonavano allo stesso modo? Anche le mura di RE avrebbero potuto crollare al suono di quel trombone del ragazzino zuccheroso? Dopo l’esperienza che aveva vissuto non era troppo tranquillo: si sentiva in balia degli eventi: aveva compreso che non avrebbe potuto controllare, se non in parte, gli accadimenti del destino. E se avesse fatto le scelte sbagliate? Se non avesse potuto affatto fare delle scelte, ma qualche legge superiore avesse condotto la sua vita.
Oh, santo cielo, che cosa era questo strepito?
Il ragazzino era stato acciuffato da sua madre per le orecchie e sbattuto davanti al continente che con ogni evidenza doveva contenere le sue terre. Il ragazzino si ribellava con strepiti e lamenti agli ordini di sua madre, la madre da parte sua urlava; il ragazzino urlando piagnucolava; a un certo punto mollò dal naso una specie di uragano i cui venti soffiavano ai trecento chilometri all’ora. Quarantamila goccioline microscopiche si liberarono nell’aria e caddero pesantemente verso il basso, come fossero attratte da una forza che le richiamava verso il centro della sua terra. A Carlo parvero piovere tutte su di lui e ciò confermò la sua idea che lui dovesse proprio trovarsi al centro del mondo. La forza dell’uragano non aveva ancora terminato la sua azione che una nuova, forse più tremenda ondata di goccioline, spinte da terribili venti, tornarono a inondare Carlo il tarlo. Colpì testa, zampe … e ali.
Fu così che, nel bel mezzo di un disastro ecologico, Carlo scoprì che aveva pure un paio di ali. Si trovò catapultato dalla forza dell’uragano sulla nera piattaforma vicina; trattenne le ali presso il corpo, cercando di farle aderire come meglio poteva ai suoi fianchi, compì una serie di capovolte in direzioni diverse, senza poter rendersi conto di ciò che stava accadendo. Nel frattempo l’uragano Katrina si calmò, al ragazzino venne consegnato un fazzoletto con l’ordine di usarlo, le voci si acquietarono; quando tutto sembrò a posto, le forze della natura sembrarono sedate, almeno momentaneamente, lui prese un profondo respiro e capì di essersi assestato su una nuova piattaforma bianca.
«Mìììì», articolò il ragazzino-uragano, sempre nei paraggi, «Mììì». Il mugugno non dispiacque a Carlo il Tarlo; prontamente la nuova terra fu chiamata MI.
Quanto alle ali: che cosa se ne sarebbe fatto ora?
Dovette presto rendersi conto che quelle ali non erano proprio ali: non servivano per volare. A questa conclusione tuttavia non poté arrivare se non dopo svariati tentativi di usarle a quello scopo. Fu duro rassegnarsi, ma alla fine dovette convenire con se stesso che quelle protuberanze non potevano servire per spiccare il volo. Avrebbe tanto voluto possedere l’ariosità di un uccello, spaziare nei cieli, passare di piattaforma in piattaforma superando, sostenuto dall’aria, le voragini che lo insidiavano. Ma non era così.
«Queste ali sono dure e pesanti come pietre», dovette ammettere con se stesso, «non servirebbero a alzare in volo nemmeno una di quelle goccioline piene di batteri che il porcellino mi ha scaricato addosso. Non posso illudermi che possano costituire per me un aiuto per fuggire in fretta, né per esplorare dall’alto. Peccato!» Era molto seccato. Ma nello stesso tempo voleva trovare una ragione per quelle finte ali:
«Vedremo se riuscirò a farmene qualcosa. Non è possibile che la natura me le abbia messe qui solo perché mi procurino fastidi, ci deve pur essere una ragione».
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«VENGHINO, SIGNORI VENGHINO…»
(articolo pubblicato su Parole in rete nell’ottobre 2024)
Il nostro governo ha approvato definitivamente, su proposta del Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il decreto per la privatizzazione delle Poste, allo scopo di incassare alcuni miliardi; la svendita non è totale ma prevede il mantenimento di una partecipazione dello Stato superiore al 50%. La rinuncia alla piena gestione statale dei servizi pubblici è un processo avviato in Italia agli inizi degli anni ’90.
In Italia il miracolo economico era stato trainato anche dalle grandi imprese pubbliche, tanto che nel 1991 il nostro Paese aveva raggiunto la posizione di IV potenza mondiale. Ma negli ultimi 3
trent’anni sono sempre più stati favoriti gli interessi privati, che hanno avuto libero gioco nello stabilire costi (per gli utenti) e propri ricavi e guadagni. Ciò ha riguardato tutti i fondamentali servizi della comunità e i beni essenziali, a partire dall’acqua potabile, per passare all’istruzione e alla cultura, alla sanità, le fognature, l’energia, il riscaldamento, i telefoni, le strade, le autostrade, le ferrovie. Persino la Banca Centrale è stata demolita, e posta sotto il controllo della BCE, che è un ente privato. Tutti questi servizi fondamentali si trovano ora in mani private.
Molti ricorderanno che la Corona del Regno Unito ormeggiò lo Yacht Britannia il 2 giugno 1972 al porto di Civitavecchia, pronto per imbarcare personaggi eccellenti che sull’imbarcazione avrebbero poi effettuato una crociera attorno all’Isola del Giglio. Se tecnicamente non possiamo dire che lo Straniero abbia in quella occasione messo piede sul nostro territorio, possiamo però essere certi che l’abbia fatto nei nostri affari: fu infatti durante quella crociera che si decise lo smontaggio, pezzo dopo pezzo, del patrimonio dello Stato italiano.
All’ancora del Britannia… (pardon, volevo scrivere “Sul Britannia all’ancora…”) stavano i più importanti nomi del modo finanziario, economico e bancario britannici. Ospiti italiani: rappresentanti di Eni, Agip, IRI, alti funzionari di banche, Assicurazioni… e naturalmente Mario Draghi del Ministero del Tesoro.
Che cosa voleva Londra?
Assumere il controllo della vita economica italiana. Ma occorre precisare che “Londra” sta per banchieri londinesi e loro associati newyorkesi (Salomon Brothers, Goldman Sachs, Merril Lynch, e loro ampia gamma di sostenitori.
Certo l’Italia non fu la prima vittima, anzi, il collaudo della svendita del patrimonio di stato avvenne proprio sull’isola britannica: dal ’79, grazie alla Lady di Ferro, misero le mani sull’economia inglese, nella piena espressione della filosofia super-liberista. Unico obiettivo delle lobbies: tagliare fuori gli Stati e i loro poteri, perché i privati potessero (e possano) esercitare nel migliore dei modi i loro interessi. Risultato dopo il governo Thatcher: l’economia britannica è diventata fra le economie europee importanti la più arretrata.
Dunque lo scopo anche per l’Italia era: trasformare il sistema economico italiano in un sistema in cui la finanza avrebbe felicemente prevaricato sia l’industria sia la politica, sia lo stato.
Dopo la crociera iniziò l’attacco alla lira e partì l’operazione Mani Pulite. Il regista attento delle privatizzazioni rimase a Draghi, che consentì l’intrecciarsi di affari di gruppi, famiglie oligarchiche e di banche internazionali oltreché di fondi speculativi.
Dunque dal 1992 è iniziata la dismissione delle proprietà di enti pubblici, di aziende statali, spacciata per privatizzazione: in realtà una svendita. Con decreto n. 333 del 1992 sono state trasformate in società per azioni IRI, ni, INA ed Enel. La privatizzazione ha coinvolto l’Ente Ferrovie dello Stato, l’Azienda dei Monopòli di Stato, Agip, Snam. Nel ’93 si è proceduto alla dismissione delle partecipazioni detenute dal Tesoro in Banca Commerciale. Italiana, Credito Italiano, Enel, IMI, STE, INA. Nel 2002 è toccato all’ANAS, poi al Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel 1998: Biennale di Venezia. 1999: una serie lunghissima di enti per gli studi storici, letterari, archeologici, artistici, architettonici, erboristici e cinofili.
Grazie alla privatizzazione (= svendita) oggi l’Italia si trova in condizione nettamente peggiore di quella di una trentina di anni fa. Secondo la Corte dei Conti fra il 1993 e il 2010 sono state realizzate 114 privatizzazioni. Eppure, nonostante gli incassi delle svendite, il debito pubblico allora ammontante a millecinquecento miliardi di euro, oggi è quasi raddoppiato: è evidente che il falso obiettivo della riduzione del debito è stata una grande chimera.
Però il patrimonio è stato smantellato.
«Venghino, signori, venghino, che allo stesso prezzo non ve ne do uno, e nemmeno due: guardate cosa faccio, ne metto uno in omaggio e ve ne do tre…»
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RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (terza parte)
(pubblicato su Parole in rete nel settembre 2024)
Esplorava DO ormai da parecchio quando improvvisamente si rese conto che il mondo in cui viveva era un mondo molto regolare: aveva angoli ben squadrati. Poté essere certo anche del colore uniforme che lo ricopriva tutto: il bianco. Poi si accorse, non senza un tuffo di preoccupazione, che al termine della piattaforma si profilava l’insidia di un baratro: una voragine stretta e lunga, una specie di lungo taglio il cui fondo non si poteva nemmeno intravedere. Una profonda angoscia l’assalì. Tuttavia:
«Ho appena iniziato il mio viaggio, non devo farmi sorprendere dal senso di angoscia. Sono certo che tutti i grandi esploratori l’hanno provata, scalando le montagne, salpando sui mari, affrontando la durezza dei ghiacci. E io, dunque, vorrò farmi bloccare da un taglio profondo nella mia roccia? No, dovrò trovare il modo di superarlo», si disse, cercando di darsi coraggio.
Già prima che nascesse sua madre gli aveva raccontato miti e storie, che lui ora non ricordava nei dettagli, ma attraverso quelle storie sua madre gli aveva trasmesso l’idea che i tarli fossero al mondo per “seguir virtude e conoscenza”: dovevano saper divenire abili, coraggiosi, talvolta persino eroici. Quando avevano una meta dovevano saperla inseguire con tenacia, quando anche le avversità si opponevano, dovevano avere persino un certo gusto per l’avventura, quasi fino alla temerarietà. Dai racconti di sua madre Carlo, il tarlo, si era formato l’idea che i tarli fossero davvero importanti per il mondo.
«Forse», pensò ora, «noi tarli siamo al centro del mondo.
In ogni caso lui adesso si trovava sull’orlo di un abisso: un taglio profondo lo separava dalle terre che si intravedevano intorno a lui, e sebbene non si profilasse a distanza nessuna montagna e il paesaggio si delineasse piuttosto monotono, come una pianura sterminata, Carlo il tarlo non voleva rinunciare a conoscere quel pezzo di universo che si profilava accanto al suo. Decise per una ulteriore dettagliata esplorazione attorno a sé prima di scegliere con quali mezzi avrebbe affrontato il mostro dell’abisso.
Fu così che si accorse, quasi all’improvviso, di una specie di promontorio, alle sue spalle, di terra rilevata sulla piattaforma, scura come la pece. Si sforzò di portare lo sguardo all’orizzonte. La nera collina era più stretta e forse più corta della sua terra, la bianca piattaforma, ma sembrava incunearsi fra di essa e la terra bianca adiacente, da cui lo divideva la voragine. Non solo: la stessa voragine si prolungava fino a dividerlo dalla collina stessa. La profondità degli abissi, dunque, gli impediva di spostarsi liberamente per conoscere il resto del mondo. Mentre rifletteva sul da farsi, sentì gli ospiti umani intorno a lui mentre parlottavano tutti insieme a voce alta, poi all’improvviso il cielo, che prima appariva color mogano, si aprì. Sentì la madre di Mani Impiastricciate che diceva:
«Su, avanti, devi fare i tuoi esercizi al pianoforte. Te l’ho già aperto. Vieni.».
Il ragazzino piagnucolava e per convincerlo sua madre gli infilò in bocca un biscotto. Alla fine sentì dall’odore che il mangiatore di dolci si stava avvicinando a lui, forse stava sedendo su uno sgabello; protese in direzione di Carlo le mani zuccherose e appiccicaticce e le lasciò pesantemente cadere nelle sue vicinanze.
Un boato fatto da molteplici suoni lo assordò propagandosi nell’aria e terrorizzandolo. Non seppe mai che cosa di preciso era accaduto.
Forse fu per un improvviso movimento causato dallo spavento, forse fu la potenza del suono: a lui sembrò che le mura di un’intera città fossero crollate. Carlo il tarlo era rotolato sulla collina nera vicino a lui. Non bastava: da lì era scivolato sulla piattaforma bianca immediatamente prospiciente, ma non era caduto nell’abisso!
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CHIMICHE TRAME DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
(pubblicato su Parole in rete nel mese di settembre 2024)
Nel ciel, fra bianca scia che si disegna,
v’è chi sospetta oscure macchinazioni,
un velo d’ombre su cui mente regna.
Queste non son di vapore semplici strisce,
ma chimiche trame, d’aerei orchestrate,
che sull’umana sorte pesano e calano fisse.
Alto nel cielo, fra le nuvole sparso,
bario, alluminio, e stronzio si distillano,
mentre al suolo si fa il raccolto avverso.
Laboratori dotti la prova han scritta,
di metalli pesanti l’aria è pregna,
che su terra e acque inesorabil s’affitta.
Piloti pentiti han rotto il loro silenzio,
e nei cuori de’ più accorti il dubbio insinua,
che vi sia dietro un disegno, non pazienza.
Non solo il clima, dicon, si vuol alterare,
ma sulle genti sorge un potere oscuro,
per domar la volontà, il corpo infettare.
Il mondo vede il cielo coperto e spento,
mentre chi comanda celato ride,
di un futuro dove il clima è mal spento.
Questa è la verità, gridan con fervore,
nel silenzio delle autorità ingannatrici,
la speranza del risveglio è il solo ardore.
In ogni scia che solca il firmamento,
v’è chi scorge il segno d’un complotto nero,
e l’umanità si trova in lento sgomento.
O tu che osservi, non farti mai ingannare,
ché dietro a quelle bianche scie eteree,
si cela un male che può il mondo spezzare.
VI è piaciuta questa rielaborazione in terzine, in perfetto stile dantesco, del mio articolo precedente “Non ci sono più le mezze stagioni”? È un vero peccato che l’autrice non sia io stessa, ma Chatgpt!
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NON CI SONO PIÙ LE MEZZE STAGIONI
(pubblicato su Parole in rete nell’agosto 2024)
Leopardi nei Pensieri lamentava che «l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune che i mezzi tempi non son più». Il catastrofismo climatico è ben lieto di appoggiare questa visione: gli si addicono le visioni estreme… purché la colpa sia sempre dell’uomo. Dell’uomo comune, s’intende.
Dell’unica teoria valida, che osserva e dichiara come il clima in realtà sia sempre cambiato, con fasi naturali di freddo e di caldo, se ne frega. L’ultima glaciazione è terminata nel 1850 e ora, come è ovvio, ci troviamo in una fase di riscaldamento. Il clima, infatti, è sempre variato; le congetture catastrofiste, invece, amano prevedere l’aumento esponenziale del riscaldamento globale – è la moda contemporanea, oppure amano, in alternativa, prevedere l’instaurarsi imminente di un’era glaciale, ma questa è una teoria per ora messa in disparte. Non bisogna pensare di dover andare troppo indietro nel tempo per rammentare quando questa ipotesi del freddo fosse di moda: alla fine degli anni ’70 del secolo scorso (1973, 1977) la famosa rivista Time dedicava le copertine al «global cooling» e al «big freeze». Poi il vento ha girato. Doveva essere un vento caldo! Oggi infatti si parla di emergenza climatica solo nel senso del grande caldo, attribuendone la causa all’opera nefasta dell’uomo e alle emissioni antropiche di Co2. Per gli scienziati seri è evidente che il riscaldamento della Terra è in relazione con cause ben più macroscopiche, come il movimento e le relazioni dei pianeti fra di loro e con la Terra, l’inclinazione dell’asse terrestre e il relativo moto di precessione degli equinozi, e con la naturale variazione atmosferica. Tuttavia la narrazione ufficiale, dedita al pensiero unico (dalle cui istituzioni è stipendiato) insiste sul catastrofismo delle alte temperature, e sulla base del grido di battaglia “la scienza lo vuole”, che spesso accompagna “lo vuole l’Europa”, propone la narrazione dell’innalzamento dei mari, lo scioglimento delle calotte polari, ecc. ecc., tutto come frutto della dabbenaggine dell’umano che inquina.
Inquinamento: questa è a mio avviso la parola chiave. Ma tutta la politica odierna è improntata a confondere e a far confondere nel giudizio delle persone le due cose: inquinamento e presenza di Co2. Gli addetti al giornalist-ismo hanno in tal modo occasione di divenire anche giornalist-ori, tronfi e spudorati approfittatori nel gestire il loro piccolo potere dittatoriale, allineato al pensiero unico, dove nelle salottiere discussioni dei mainstream alla serietà scientifica non è data alcuno spazio. In questi luoghi dove si professano soltanto false verità, costruite ad hoc per la comunicazione di massa, si ignorano completamente le relazioni fra clima e geoingegneria. La narrazione in corso si guarda bene dall’informare che esiste una relazione importante fra le condizioni metereologiche, le cariche elettriche presenti sulla terra e la ionosfera (che sta fra i 90 e i 200 km. dalla superficie terrestre): ciascun fenomeno meteorologico ha origine e si sviluppa da dinamiche elettriche. E queste sì che sono modificabili dall’uomo!
Userò parole molto semplici per spiegare, innanzi tutto a me stessa, come funzioni nell’atmosfera l’incontro fra elettroni (con cariche elettriche negative) e ioni (con cariche elettriche positive). Le cariche elettriche dell’atmosfera sono soggette a variazioni che normalmente dipendono da fattori naturali, dai raggi cosmici, dal vento, dalla radioattività del suolo terrestre. Anche fra le nuvole e la Terra vi è uno scambio elettrico: la parte alta della nuvola è caricata positivamente, quella bassa negativamente; il fulmine si presenta quando la differenza di carica fra nube e suolo produce una scarica elettrica che tende ad annullare la differenza di carica. Se la scarica avviene fra suolo terrestre e parte alta della nube (positiva) si crea un flusso di elettroni provenienti da terra verso la nube. Se la scarica avviene fra terra e parte bassa della nube (negativa) il flusso va da nube a terra. Ciò che oggi avviene ad opera della geoingegneria è l’azione sulla elettricità dell’atmosfera.
Già dai primi del ‘900 gli scienziati hanno compiuto sperimentazioni per agire elettricamente su cielo e nuvole; naturalmente le sperimentazioni attirarono l’interesse di governi e apparati bellici. Già nel ’48 si iniziò a parlare negli USA di cloud seeding come arma di guerra: si era interessati al controllo del clima per mezzo delle radiazioni solari, del reindirizzamento di masse d’aria allo scopo di avviare, eventualmente, una nuova era glaciale. Oggi avviene abitualmente l’azione sull’elettricità dell’atmosfera. Esistono centinaia di brevetti depositati di geoingegneria per la modificazione del clima: prevedono l’uso dei prodotti chimici. Si scaricano nell’atmosfera grandi quantità di polveri sottili ricche di particelle metalliche: sono operazioni iniziate negli anni ’90. Ciò che tutti noi vediamo nel cielo sono le scie chimiche, rilasciate sia da aerei militari che da aerei civili, nonché da aerei cargo che volano a bassa quota e non compaiono sulle rotte di volo. Ma se a occhio nudo chiunque può osservare le scie chimiche (non confondibili con le scie di condensa), non può altrettanto facilmente osservarne il contenuto. Gli aerei infatti rilasciano sostanze tossiche e metalli pesanti: stronzio, alluminio, bario, ferro, manganese, boro, cobalto, sodio, calcio, che agiscono direttamente sull’uomo, ma anche su flora e fauna, e di conseguenza sulla catena alimentare. Sono ormai moltissime le dichiarazioni di laboratori privati, analisti che hanno analizzato il contenuto delle scie chimiche, compreso un comune italiano e i laboratori pubblici della Bosnia Erzegovina; a questi si aggiungono le dichiarazioni di piloti “pentiti” degli aerei incriminati.
Queste scie si espandono per centinaia di chilometri e influiscono sul riscaldamento globale. L’insabbiamento di queste pratiche di geoingegneria è durato decenni e solo recentemente si è sentita pronunciare l’espressione cloud seeding, messa al bando per decenni dalla comunicazione ufficiale. La realtà è che l’ambiente è oggi usato a fini egemonici, è diventato l’obiettivo determinante delle manovre di chi comanda il mondo: i grandi gruppi di potere che gestiscono il bacino globale degli interessi economici guardano alla gestione globale delle risorse ambientali, contendendosi il controllo. Le capacità di gestire il clima coincide con la capacità di distruggere fisicamente, socialmente, economicamente le aree considerate “scomode”, compresa la popolazione. Non a caso le esplosioni nucleari non sono mai finite, sulla superficie terrestre come nei mari, negli oceani, nel sottosuolo e nello spazio, allo scopo di sperimentare la guerra sismica, con la produzione di terremoti, maremoti, tzunami… Certo l’umano non è nuovo a distruggere l’avversario con mezzi ambientali. Cito qualche esempio.
I Romani cosparsero di sale i campi attorno a Cartagine, perché nulla potesse più crescervi; i pellirosse furono domati e annientati con l’eliminazione delle mandrie di bisonti, loro principale ricchezza nonché fonte di alimentazione. Pitagora, durante l’assedio di Siracusa, diresse con superfici riflettenti i raggi solari contro i legni delle navi romane, che andarono a fuoco; il primo episodio d’ingegneria militare del ‘900 avvenne quando gli americani manipolarono il clima in Vietnam e inondarono di acque torrenziali, quando i monsoni erano già terminati, il sentiero di Ho Chi Minh lungo il quale si muovevano i Vietcong.
Se vi fosse qualcuno ancora dubbioso circa le connessioni fra la creazione di falsi problemi climatici e le pratiche di geoingegneria, fra loro collegati, mi permetto ancora di far riflettere sulla dismissione, che dovrà avvenire entro il 2035, dei vecchi motori a scoppio… ed ecco la soluzione per il pianeta: l’auto elettrica! Chi se frega che le batterie contengano litio nichel cobalto manganese, tanto ci sono i Paesi poveri a produrli a basso costo. Chi se ne frega se per produrre nichel (principalmente in Indonesia) occorre disboscare milioni di ettari di foreste. In Europa siamo green e lo saremo sempre di più. Chi se frega se i processi di lavorazione delle batterie siano bestialmente inquinanti, l’importante è che l’ipocrisia dell’élite sia green.
Così noi, se continueremo a soddisfare le spinte dei padroni del mondo, saremo pecore green, anche se conteremo sempre meno come schiavi, come servi, come produttori di beni materiali, perché saremo via via sostituiti dall’AI e la stessa Intelligenza Artificiale sarà strumento fondamentale per organizzare una società di pecoroni gestita dalla hi-tech, controllata da telecamere e microfoni, oltre che per mezzo dei nostri beneamati cellulari, spiati da un sistema di sorveglianza impeccabile dal punto di vista tecnologico.
Del resto, la paura è indotta nelle nostre menti con raffinati sistemi di manipolazione e con la reiterazione continua di notizie false, come quella dell’apocalisse climatica che ci attende. Alla paura si aggiunge il senso di colpa, perché ci viene fatto credere che i colpevoli di tanto disastro siamo noi umani: in questo modo l’élite sta addestrando il gregge a un prossimo ravvicinato attacco alla proprietà privata e a un piano di decrescita che prevede importanti restrizioni personali. Le città dei 15 minuti (di cui ho parlato in articoli precedenti) fanno parte di questo più ampio progetto, come le restrizioni alimentari, la rinuncia alle carni in favore di quelle coltivate in bioreattori, insieme all’imposizione di mangiare insetti (sempre più subdola per quanto riguarda le farine).
Insieme all’imposizione di costosissime auto green, alle città green (leggi: ghetti), all’alimentazione green, anche le case dovranno essere green, suddivise in classi e penalizzate, se prive di requisiti fondamentali alla riduzione di Co2: infine ci proporranno la rinuncia alla proprietà privata e l’home-sharing. Per chi sia ancora perplesso consiglio di leggere le “8 Predizioni per il 2030” sul sito WEF ufficile dove al primo punto si dice che la proprietà privata dovrà smettere di esistere. Con allarmi progressivi di ordine planetario, pandemie create ad hoc, somministrazioni di sieri mRNA dannosi per la salute, riduzione di terre coltivabili, espropriazione di terre, emergenze alimentari, ci porteranno a una progressiva riduzione del tenore di vita, e alla disoccupazione di massa, al sequestro di beni privati. Intanto le grandi società finanziarie, appartenenti ai gruppi di potere, si arricchiranno con la produzione di auto elettriche, pannelli solari, pale eoliche, chiusura di allevamenti bovini, coltivazione di carne artificiale… e con i nostri beni.
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LE SUPERCAVIE DEL TERZO MILLENNIO
(recensione pubblicata su Parole in rete nel mese di agosto)
Se nel libro precedente, Reietti, Rossella Monaco ci presentava un’umanità in serio pericolo di mutazione, ora, in Super Cavie, il processo ha già avuto luogo. La super-bio-tecnologia ha già realizzato pienamente la deriva transumanista del genere umano. Gli ibridi umanoidi ottenuti con impianti hi-tech passano da esaltati stati di soddisfazione per la loro nuova condizione di uomini-macchina a sentimenti di rimpianto per lo stato di uomini naturali di antica memoria. Gli esagerati, da una parte e dall’altra, non mancano mai, e vi è chi oscilla fra l’attaccamento al passato della condizione umana, e l’esaltazione del feroce appetito di maggior tecnologia, più impianti, ancora più cheaps… Si riconfermano in questo libro altre scelte di stile già adottate dall’autrice nei suoi libri precedenti: il gusto per una accentuata sessualizzazione di personaggi e accadimenti, che può non essere gradita a una parte di lettori, il gradevole mescolamento di toni alti e bassi, di sacro e profano, di riferimenti altamente culturali insieme a stereotipie e modalità linguistiche dialettali: un mix che consente al lettore di riconoscere in modo certo le sue produzioni letterarie.
Il volume di Rossella scorre a grande velocità, se ne fa una fruizione al galoppo, sia perché il lettore è spinto da un torrenziale flusso di eventi, paradossi, trovate geniali, colpi di scena, sia perché il flusso ritmico narrativo scelto dall’autrice è molto veloce.
Si è tentati di affezionarsi ai personaggi anti-eroici che scorrono fra le pagine, ma non vi è il tempo necessario per una affiliazione affettiva, quando ecco che altri personaggi, altrettanto sfigati, prendono in corsa il posto dei precedenti, in una tragica farsa fluviale. È fluido il ritmo di narrazione come lo è il caotico flusso degli eventi, dei ruoli sociali, dell’incessante e irrazionale avvicendarsi di fatti di questa era di fine kaliuga, caratterizzato da una condizione di polverizzazione atomica priva di consistenza, in cui l’unico parametro valido sembra rimanere la dispersione nella molteplicità e nel processo di dissoluzione.
I nostri grandi timori di uomini di terzo millennio, spaventati dalle narrazioni apocalittiche del mainstream, stretti nella morsa di imposizioni sanitarie e sociali non desiderate, preoccupati del futuro uso delle intelligenze artificiali, delle nanotecnologie, dell’andamento della nostra società, fondamentalmente priva di moralità, tutti si ritrovano in questo volume, catapultati nella piena realizzazione di ogni più pessimistico timore. La tragedia si colora di toni via via sempre più paradossali, in cui al caos perpetuo si mescola un’efficiente quanto inutile e perversa organizzazione di cose e di uomini.
Al mondo mediatico, onnipresente nei racconti, non può che fare gola la «prima scimmia con cervello umano» o «il primo uomo con corpo di scimmia», protagonista indiscusso insieme a un gruppo di super cavie, super eroi del transumanesimo, perfetti per suscitare l’interesse del mainstream e delle forme spazzatura ad esso care. C’è solo una condizione, anche lì, per poter essere ammessi fra le celebrità: sottostare pienamente alle convenzioni imposte dai gestori dell’informazione e delle regole della società.
Nella nostra vita reale odierna qualcuno ha già accettato di farsi impiantare microcheaps con i quali eseguire una serie di operazioni noiose della vita quotidiana e della burocrazia: non sono che piccoli anticipi su quello che probabilmente sarà il futuro della specie umana; nella vita delle Super Cavie, preconizzata da Rossella Monaco, la tessera bancomat è sostituita da una semplice strizzatina d’occhio, ma, ahimè, sarà di prossima realizzazione il cheap Final Destiny, che prevede il suicidio collettivo.
Non ci sarebbe alcun problema se non intervenisse l’assuefazione ai microcheaps, uguale a quella che si prova per le droghe. Allora le Super Cavie diventano insaziabili. Malgrado la profusione di impianti, proprio come noi, anche loro non sono indenni da una serie infinita di malattie, spontanee o procurate. Per esempio soffrono di «paraplegia del pensiero», che li fa ripetere all’infinito sempre gli stessi atrofizzati pseudo-ragionamenti; oppure soffrono di «personalità labirintica», e il soggetto agisce come un minotauro divoratore del pensiero unico, oppure è penalizzato da «ignavismo dantesco», con cui si sentono perseguitati da vespe e mosconi come nel III Canto dell’Inferno.
Nel mondo delle Super Cavie tuttavia un semplice raffreddore sarebbe impossibile: protetto da un certo numero di mascherine, infilate una sull’altre, i protagonisti sono certamente al riparo da ogni virus, ma stramazzano al suolo per mancanza d’aria. Come avvengono le cure nel loro mondo? Con i quantun dot, collegati direttamente con le basi mediche del Centro Umanitario per il tuo Bene (CUB). Le diagnosi si sprecano e ciascuno, con il proprio documento sanitario elettronico personale, sgomita con gli altri per prendere punti sulla scala sanitaria: pesti bubboniche, malarie perniciose, epilessie e cardiopatie gravi, si disputano un punteggio ragguardevole con forme incurabili di diabete e vanno a formare un bel pacchetto di punti insieme a un certo numero di altre malattie mortali.
L’organizzazione degli umani in gruppi perfettamente sincronizzati nei movimenti e nel pensiero unico è un gioco da ragazzi: l’élite che comanda i software è padrona del mondo e di tutta la popolazione del pianeta. Malgrado ciò nell’insieme la società delle Super Cavie è una società felice. Scrive Rossella Monaco: «Si potrebbe immaginare una società di schiavi orribilmente depressa, nulla di più lontano dalla realtà: gli esseri umani non sono mai stati così felici. Nei secoli di ubbidienza ai vari dittatori e padroni avevano la possibilità di ribellarsi, di erigere barricate, di essere originali, ed è stato proprio questo a renderli inquieti, infelici. Il libero arbitrio è estenuante».
Anche il gioco della guerra fa parte dei giochi voluti dall’élite, anzi è il gioco preferito. Quando la guerra si instaura con gli alieni, poi, può davvero rendere felici. Può produrre la sindrome di Stoccolma e far innamorare del nemico: in special modo del Capitano degli alieni Oronzyo Quoque. Gli alieni circondano la Terra da alcuni mesi e Oronzyo, apparendo in video ai terrestri, ha conquistato un posto nel loro cuore, una sorta di amore/odio, e li ha convinti persino a sacrificare i propri figli in una specie di ecatombe. Ora sta proponendo il sacrificio globale. Noi lettori ci rimaniamo malissimo quando scopriamo che il Capitano in realtà era un funzionario della Nasa che si fingeva alieno.
Finché gli alieni arrivano davvero presso i terrestri. E ci rimangono malissimo. Gli alieni, s’intende, ci rimangono malissimo, perché la Terra è ridotta a una pattumiera.
Quando, nel 2048, in Antropollene, incontriamo l’umanità sopravvissuta, l’umanità è divisa in tre generi fondamentali, suino bovino e volatile, cui si aggiungono alcune sottotipologie, come i Centauri, i Minotauri, gli Antropolli (da cui deriva il nome dell’era). I Minotauri si ritengono superiori ai figli di Circe, i Centauri affermano di possedere sangue blu, agli ovini non resta che belare, ma la vera élite intellettuale è rappresentata dagli Antropolli.
Non nego di ritenere che il racconto probabilmente più vicino alla realtà odierna sia LGBT+, in cui la pedofilia è ammessa, condizione che oggi, nella nostra realtà è in corso di realizzazione (con ottimi risultati ottenuti dai gruppi internazionali perseguenti la liberalizzazione della pedofilia). Scrive Monaco: «Legge 654, comma…: “Se un adulto fa delle avances a un minore non è un pedofilo, ma un ‘bambinone’, una persona non sviluppata completamente, rimasta cioè nell’età puberale” pur essendo il corpo invecchiato». Uno, insomma, che non bisogna far soffrire con delle critiche inadeguate. Nello stesso racconto, oltre al trastullamento sessuale con i minori, è desiderabile ogni forma di fluidità sessuale: è possibile sperimentare ogni stato, ogni gender, da quello gay a quello asessuato, da quello transessuale a quello queer, da quello lesbico a quello pansessuale… ed è possibile persino sperimentare l’antica condizione eterosessuale.
Esiste anche il genere canuomo o uomo-cane: dà grandi soddisfazioni alla sua padrona, anzi è l’uomo che lei ha sempre desiderato. E questa, finalmente, è in un certo modo una storia a lieto fine, perché quando i ladri assaltano la casa per rubare, sebbene il canuomo non sia in grado di difendersi, entra in scena il cane del vicino, un pericolosissimo gigantesco corso, che divora i ladri e salva il canuomo: nasce così un’amicizia per sempre.
In un mondo distopico in cui tutto è fluido l’apice è rappresentato dalla Fluid Family (è anche il titolo del racconto), in cui maternità e paternità sono surrogate: il coito un episodio del tutto inutile, tutto si fa in provetta. I bambini si ordinano à la carte: sesso, colore pelle occhi, altezza, ecc. ecc. Sentimenti, emozioni… tutto inutile. Tuttavia, anche in questo panorama di efficienza e razionalità può accadere l’imprevisto. Così un figlio scartato (a causa di un paio di occhi verdi) finisce nel programma di smaltimento, secondo la regola, in un centro di scarti umani. Ma nel racconto di Rossella accade che il figlio fallato, rifiutato da chi l’aveva ordinato (come una pizza), divenuto grande, scrive una lettera d’amore alla madre che l’aveva portato in grembo (la parcheggiatrice, nome in codice). L’impossibile avviene; la famigliola biologica si riunisce; è un vero peccato che nel salotto televisivo il loro incontro venga distrutto dalla cattiveria del pubblico.
Nel mondo distopico delle Super Cavie persino gli Angeli, venuti sulla Terra per offrire un’ultima possibilità di salvezza, vengono sbeffeggiati e presi per matti. In ospedalizzazione forzata, l’Angelo venuto in aiuto degli umani, si trova immerso in un ambiente ospedaliero dove medici e infermieri fanno bottino di braccia, gambe… e ali! Il povero angelo si immerge in un mondo di allucinazioni, finendo col sognare di consegnare pizze in motorino per i gironi infernali della Divina Commedia. In seguito diventerà il personaggio di un blog.
Inutile dire che alla fine gli umani si estingueranno, ma non come conseguenza di tutte le loro scempiaggini, come si potrebbe pensare, ma a causa della caduta di un meteorite sulla Terra. Sul nostro pianeta sopravviverà una sola forma di vita: gli scarabei stercorari, che come è noto si nutrono di merda.
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RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (seconda parte)
(pubblicato su Parole in rete nell’agosto 2024)
Era nato, finalmente.
Doveva però dire che anche prima lui si percepiva ben vivo, ora tuttavia sentiva di aver preso una nuova forma. Messa fuori la testa dal suo ambiente abituale sentì una sferzata d’aria. Fu tentato di ripararsi nuovamente nel suo vecchio buco, dove era stato così bene e così a lungo. Accidenti, ma era proprio necessario nascere? Uno non può scegliere di starsene dove vuole? Mah.
Ora comunque era nato. A lui lo stato di larva andava a genio, si sentiva a proprio agio in quel lungo tubo dove aveva potuto darsi un gran daffare. Rosicchia di qua, rosicchia di là, aveva la sensazione di aver percorso una lunga lunga strada. A un certo punto però si era sentito tanto strano. Capiva di non essere più una larva, ma di non essere nemmeno qualcos’altro. Stava cambiando forma: non assomigliava più tanto a un verme, molto di più a un insetto con un vestito molto aderente. Fu proprio mentre si trovava in quella condizione che sentì dire, proprio nella sua direzione:
«Venite a vedere, ragazzi, qui c’è una bella pupa!»
Una pupa? Ma come si permettevano di chiamarlo pupa, non vedevano che lui era maschio? Non sapeva come prendere la cosa, quando si era accorto dell’arrivo della madre del ciccione dalle mani zuccherose, che sembrava intenzionata a estrarlo dalla sua galleria, che a lui piacesse o non gli piacesse. Se l’era cavata solo perché lei aveva dovuto rispondere al telefono. Aveva lasciato cadere pesantemente il coperchio del pianoforte e era corsa a prendere la sua telefonata, che si era protratta per un bel po’,così lui l’aveva scampata da quel lungo ago uncinato che lei si era procurata per tirarlo fuori. Malgrado gli mancasse ogni esperienza in merito, l’istinto di sopravvivenza l’aveva avvertito del serio pericolo che stava correndo. Era stato lì che si era accorciato e accartocciato quasi come una pallina, per farsi piccolo piccolo. Ridotto alle dimensioni di una piccola mollica di pane, quanto poteva resistere? Allora si era detto:
«Così non posso continuare, ormai mi hanno scoperto. Se anche io non sono una pupa, se anche si accorgeranno che sono un ragazzo, ho però l’impressione che non mi molleranno tanto facilmente. In questi panni non resisto più, mi stanno stretti. E poi, se cominciano a prendermi per una femmina, ci deve essere qualcosa che non funziona. Che cosa devo dunque fare?», si domandò.
Era in momenti come questi che avrebbe voluto ancora avere sua madre accanto a sé, ma da tempo di lei non c’era più alcuna traccia. «Segui la natura, c’è un tempo per ogni cosa» era stato l’ultimo ammonimento.
Era tormentato, eppure, nonostante tutto, non temeva il corso della natura: un conto era farsi infilzare da un uncino e schiattare adescato dalla madre del ciccione, un conto era affrontare una nuova tappa del suo viaggio. Si diceva che tirare fuori la testa dal buco non doveva necessariamente significare la morte. Perciò smise di fare resistenza, si lasciò andare con uno slancio… e sentì una folata di aria sul capo.
«Mamma, mamma…», mormorò fra sé. Un pulviscolo di luce l’avvolse, come in un sogno, mentre la sua splendida mamma, in veste di coleottero dorato, si strinse vicino a lui, mormorandogli:
«Stai quieto, piccolo mio, io sono vicino a te. Non sai che ciò che per la pupa è la fine del mondo, tutto il mondo chiamerà tarlo?»
Gli erano sembrate delle parole un po’ oscure, ma in quel momento non aveva potuto farsi tante domande. E poi, era così felice che il sogno della mamma l’avesse aiutato in un momento così difficile. Aveva teso i suoi muscoli, distribuiti in tutta la sua lunghezza di oltre un centimetro e, mostrando una forma atletica che la tuta aderente precedente non lasciava intravedere, si era adoperato in una serie di contorcimenti, allungamenti, espansioni: si era trovato fuori dalla tuta, improvvisamente dotato di zampe, di testa e occhi. Non aveva più nulla dell’hot dog che era stato.
Preso dall’entusiasmo compì una serie di giravolte e di capriole su se stesso, dando prova di una forma fisica invidiabile, finché si trovò all’improvviso nel bel mezzo di una fila di piattaforme, uguali una all’altra, che si allungavano in una serie che a lui parve infinita. Quante piattaforme si susseguissero, una dopo l’altra, non poteva dirlo: erano troppe per contarle. Ce n’erano sette, poi altre sette, poi ancora sette… Oh, ma per quante volte? Almeno per sette volte, e forse non era ancora finita lì. Dovette rinunciare al conteggio. La testa gli girava per tutto quel contare. Cercò di tranquillizzarsi. Doveva rendersi conto che adesso, dopotutto, quella era la sua casa. Fu assalito da una preoccupazione:
«Queste piattaforme sono tutte uguali! Se io mi sposterò da qui, per esplorare il mondo, come farò a riconoscere la piattaforma su cui mi trovo adesso? Riuscirò a tornare indietro? Riuscirò a riconoscere la mia casa?»
Come gli fosse venuta l’idea di poter esplorare il mondo non lo sapeva neanche lui, ma adesso che l’aveva formulata nella sua mente pensò che era davvero un’idea geniale. Lo prese un desiderio molto forte di conoscere, di percorrere su e giù tutto il mondo: almeno tutto il suo mondo. Cominciò a guardarsi intorno sulla sua piattaforma: era forse una boa? Qualcosa gli suggeriva che mancasse qualche dettaglio per farne una boa: una specie di mare. Dovette così escludere l’idea di esplorazioni per mare.
«Credo che per ora dovrò fermarmi sulla terra», disse tra sé. «Questa sarà la mia patria», si disse, «la chiamerò DO»
Cominciò a voltarsi verso sinistra, e fece due passetti, poi tornò verso destra, dove si mosse strisciando per pochi millimetri; fare la retromarcia risultava più macchinoso; procedere in avanti era un’azione molto più sciolta: si sarebbe detto naturale. Attento a applicare i precetti che sua mamma gli aveva lasciato decise di preferire la deambulazione in quella direzione, senza escludere le altre, soprattutto in caso di necessità. Per il resto, avrebbe assecondato la natura.
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AUDIO RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (parte seconda)
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LA LEGGE DEL SETTE O LEGGE DELL’OTTAVA
(articolo pubblicato su Parole in rete nel mese di luglio 2024)
Quando da ragazzina andavo a scuola ero rimasta molto incuriosita nello scoprire che nel mondo della chimica regnava, per così dire, la Legge dell’Ottava. Infatti il chimico russo Dimitrij Ivanovic Mendeleev, che non era solo un chimico ma un appassionato di musica, sulla base dell’intuizione di uno studioso che l’aveva preceduto, John Newlands, aveva pensato che anche nel mondo degli elementi chimici dovessero valere principi di ordine e armonia simili a quelli della musica. Mendeleev in buona sostanza assunse l’idea precedentemente espressa da Newlands, che prima di lui aveva proposto una metodologia per classificare gli elementi: essa aveva preso il nome di Legge delle Ottave. Che diceva questa legge? Affermava che quando gli elementi vengono posti secondo massa atomica crescente, ogni gruppo di sette elementi presenta analogia di proprietà chimiche e fisiche: inoltre l’ottavo elemento ad una attenta osservazione si propone come una specie di ripetizione del primo, analogamente a quanto si verifica per l’ottava nota della scala musicale. In seguito alle intuizioni di Newlands, Mendeleev decise di disporre gli elementi in funzione del loro peso atomico crescente, e prese a raggrupparli, ad intervalli fissi e ricorrenti, su basi dell’ottava, avendo l’ottavo elemento rispetto al primo proprietà chimiche e fisiche comuni. Nell’organizzare il suo Sistema Periodico, egli procedette con un metodo empirico basato sulla ricerca delle consonanze. Fu spinto da valori che riteneva fossero presenti in ogni aspetto della vita e dell’universo e così organizzò su base settenaria la classificazione degli elementi. In questo modo constatò la veridicità dell’intuizione, perché incolonnando i valori degli elementi chimici secondo i loro pesi atomici, gli elementi che iniziavano un gruppo di sette, ossia quelli rappresentati dai numeri d’ordine 1, 8, 15, 22 eccetera, presentavano proprietà simili tra loro.
La legge del sette, o dell’ottava, valevole in campo musicale, era passata in tal modo al campo della chimica. Non a caso era un’idea musicale: Mendeleev (e tutto l’ambiente chimico russo) aveva una profonda connessione con l’ambiente musicale. Borodin era un chimico organico. A casa di Mendeleev era solito riunirsi il cosiddetto gruppo dei cinque: cinque musicisti che divennnero grandi compositori, Borodin, Rimsky-Korsakov, Mussorgski, Balakirev, Cui, gli stessi compositori che stavano dando vita ad una tradizione musicale russa moderna indipendente dalla tradizione occidentale classica.
Gurdjieff, filosofo, mistico, maestro spirituale, nel Novecento ci ha rinnovato la memoria della Legge dell’Ottava, sotto profilo spirituale. Secondo Gurdjieff (ma anche secondo molti fisici moderni) tutto l’universo è costituito da vibrazioni: luce, materia, calore, suoni, non sono altro che diverse forme di vibrazione. Le vibrazioni pervadono tutto l’universo e si propagano in tutte le forme, da quella più pesante, più rozza a quelle più sottili; esse variano la loro condizione di stato, poiché seguono fasi di crescita e decrescita.
Nelle parole di Piotr Demianovich Ouspensky, comprese in Frammenti di un insegnamento sconosciuto, (Editrice Astrolabio, 1976), in cui l’autore riporta gli insegnamenti orali ricevuti, come discepolo diretto del Maestro George Ivanovic Gurdjieff, la Legge del Sette, o Legge dell’Ottava, è la seconda Legge fondamentale dell’Universo (la prima è la Legge del Tre).
Per comprendere questa legge occorre considerare l’universo consistente di vibrazioni. Tuttavia, «secondo le concezioni abituali dell’Occidente, le vibrazioni sono continue», cioè abitualmente considerate come procedenti in modo ininterrotto, in ascesa o in discesa. Al contrario, secondo l’Antica Conoscenza, le vibrazioni sottostanno a un principio di discontinuità, vale a dire si sviluppano in modo non uniforme, con periodi di accelerazione e di rallentamento. Ad un certo punto, infatti, le vibrazioni smettono di rispondere all’impulso originale e rallentano, tanto che questo rallentamento può indurre un cambio di natura e di direzione: nello specifico «le vibrazioni ascendenti cessano in breve tempo di ascendere e quelle discendenti cessano di discendere». In ogni caso se consideriamo l’intervallo in cui il numero di vibrazioni raddoppia (se è ascendente), o si dimezza (se è discendente), possiamo constatare che si presentano due punti di rallentamento delle forze vibratorie.
Questo fenomeno era ben conosciuto dalla scienza antica che divideva in otto gradini l’intervallo in cui veniva raggiunto il raddoppio o il dimezzamento: quell’intervallo era (ed è) l’ottava. Ben sapevano, gli antichi, che gli otto gradini erano diversi.
La Legge dell’Ottava, applicata in musica, dà luogo alla scala “DO//RE//MI/FA//SOL//LA//SI/DO”, dove il secondo DO rappresenta il punto di raddoppio. Se consideriamo la scala al contrario, in fase discendente il secondo DO dimezza le vibrazioni.
Dice Ouspenski: «La luce, il calore, le vibrazioni chimiche, magnetiche ed altre sono sottomesse alle stesse leggi delle vibrazioni sonore».Pensiamo a quella che viene chiamata ottava in musica. L’ottava è l’intervallo di otto note consecutive. In due punti dell’ottava l’energia che si propaga diminuisce di intensità, vale a dire che vi è un indebolimento dell’energia. Accade fra Mi e FA, poi nuovamente fra SI e DO: fra queste note infatti vi è un solo semitono ( fra le altre note vivono due semitoni). Quei due punti (MI/FA e SI/DO) sono punti di crisi. Ebbene, quei punti di crisi si presentano sempre in un processo di trasformazione o creazione o di attività umana.
La legge dell’ottava spiega perché in natura nulla proceda in linea retta. Nel punto di crisi l’onda rallenta la sua frequenza, e lì si ha una deviazione dalla direzione originaria, tanto che il disegno della linea delle ottave, susseguenti una all’altra, finiscono con il procedere a un certo punto in direzione opposta a quella originaria, piegandosi a cerchio. Ecco spiegata la ragione per cui, nella vita di ciascuno di noi, nulla va in linea retta. Iniziamo un lavoro con buona lena, sana partecipazione, profusa energia, positiva volontà, atteggiamento applicativo, ma dopo un po’ sentiamo che stiamo per stancarci, iniziamo ad annoiarci, perdiamo fiducia, interviene l’indifferenza, poi forse pure la noia… Insomma abbiamo una perdita di energia vibrazionale che tutto rallenta: stiamo rischiando l’abbandono del progetto, a causa del nostro sentimento divenuto stracco. Talvolta arriviamo a non poterne più.
Questa legge cosmica condiziona le nostre azioni e ci procura alcune crisi, creandoci difficoltà e talvolta rendendoci inefficienti o incapaci di fare ciò che ci eravamo proposti di fare. Solo con grandi sforzi passiamo da MI a FA e da SI a DO.
Anche le età dell’uomo e il suo cammino sulla terra sembrano essere scanditi attraverso una serie di note, personali e collettive. Con la nascita inizia l’infanzia, cui segue la fanciullezza, ma è l’adolescenza il punto di crisi (e chi non l’ha vissuta scagli la prima pietra), e se la vita scorre con relativa tranquiliità attraverso la giovinezza l’età adulta e poi la maturità, la crisi più forte subentra per tutti nella fase della vecchiaia, che ci prepara al salto verso nuova ottava.
Gurdijeff nel suo insegnamento apre uno spiraglio per il superamento della perdita di energia. Introduce il concetto di choc addizionale. Che cos’è?
Supponiamo di trovarci metaforicamente nell’impasse tra MI e Fa (o SI e DO) in qualche circostanza della vita, cioè in una perdita di energia in qualunque campo (lavoro, amore, arte…): per proseguire nella direzione vibratoria originale avremo bisogno di una bella spintarella (diciamo uno spintone), di un quid di energia in più, uno choc supplementare. Sarà molto difficile, se ci mettiamo in semplice attesa, che questo aiuto arrivi dall’esterno, dal caso, dal destino: saremo noi a dover fare. E qui Ouspensky scrive: «…il controllo delle cose esteriori comincia con il controllo delle cose dentro di noi, con il controllo di noi stessi. Un uomo che non può controllare se stesso, ossia il corso delle cose dentro di sé, non può controllare niente … è fuori questione sperare che gli choc addizionali arrivino da soli, dall’esterno e al momento necessario». Ed ecco le parole più importanti: «…l’uomo può imparare a creare gli choc addizionali».Inutile dire che il processo non può che essere frutto di un atto di volontà. Qui ci fermiamo, lasciando a Gurdijeff e ai maestri l’insegnamento del metodo dello sviluppo della coscienza dell’uomo.
Le mie personali riflessioni sulla Legge dell’ottava mi ha portata a scrivere il racconto Viaggio di un tarlo in un’ottava: è un divertissment allegorico, è una favola. Come avviene sempre nelle favole il protagonista è un animale: un tarlo, la cui sete di conoscenza rappresenta quella di ciascuno di noi, ciascun uomo. Dante scriveva: “fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza”; nell’epigrafe che precede il racconto ho giocato a parafrasare le parole di Dante nell’espressione “fatti non foste per viver come bruchi ma per seguire virtude e conoscenza”.
Il racconto è la storia di un tarlo: il tarlo siamo noi. Come noi il tarlo è obnubilato dal proprio egocentrismo, che gli fa credere di essere il centro dell’universo. Malato di tarlocentismo dovrà nel corso della sua esistenza comprendere che non è proprio così, il mondo non gira proprio attorno a lui, e dovrà imparare a compiere molti passi per realizzare un percorso che abbia, rispetto al suo punto di partenza, un valore evolutivo.
Collocato sulla tastiera di un pianoforte, in questo caso perfetta e diretta metafora di un ipotetico percorso di vita con punti di energia piena (fatta da due semitoni) e cadute in difficoltà e prove, (date da più fallimentari semitoni), Carlo sperimenterà la Legge dell’Ottava nella sua vita di tarlo; dovrà imparare a incrementare enormemente i suoi sforzi per superare le negatività che lo attraggono dapprima verso il baratro (che nella sua esperienza fisica si profila a monte della sua regione), e poi per sfuggire in ogni modo alle forze contrastanti dei suoi oppositori. Nel suo caso infine sarà l’amore quella forza aggiuntiva speciale che lo metterà in condizioni di superare il ripiegamento delle sue forze vitali.
Nel migliore dei casi accade anche a noi umani.
Inizia qui una serie di audio contenenti le sezioni del racconto “Viaggio di un tarlo in un’ottava”, lette dall’autrice, in otto tappe, ciascuna insieme alla parte scritta del racconto.
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AUDIO ARTICOLO “PRESENTE SFOCATO” di Letizia Gariglio
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PRESENTE SFOCATO di Letizia Gariglio
(Articolo pubblicato sul mensile “Parole in rete” , giugno 2024)
Nel periodo appena trascorso Torino era bellissima; aggiungeva al suo fascino abituale una patina di brillantezza che la pioggia intensa e prolungata le regalava, lucidando l’ambiente di salotto aristocratico con una patina di cera luminosa. I turisti giravano soddisfatti, godendo anche dei nostri famosi lunghi portici, poi si fermavano e fotografavano. Poi fotografavano.
Poi fotografano. Poi fotografano. Di solito con il cellulare, o con apparecchi più sofisticati. Al pari dei cacciatori devono impossessarsi della preda, farla propria, a costo di ucciderne la vitalità e l’unicità: devono catturare per sé. A volte mi chiedo se davvero vedano ciò che hanno di fronte, o se lo vedano solo per fotografarlo, per possederlo. Mi chiedo quanto conti, per alcuni turisti, essere lì nel presente, in quella situazione, di fronte a una specifica opera d’arte, o quanto conti, invece, essere stati lì. L’essere stati lì è confermato dal loro certo possesso, provato dall’esito della foto.
Spesso quelle foto finiranno sui social, e daranno modo a chi le ha scattate di apparire, anzi esse contribuiranno in modo importante alla sua apparenza.Indipendentemente dal valore oggettivo che l’immagine potrà avere, essa contribuirà ad attribuire valore, importanza, forse persino perfezione all’esistenza di quella persona, che senza foto e senza social probabilmente rimarrebbe al di sotto dell’aurea mediocritas, e al contrario, grazie alle immagini, sarà degna di essere celebrata.
A pensarci bene questa storia delle foto, suggeritami dall’osservazione dei turisti, in realtà si applica a molte circostanze, non solo all’ammirazione di opere d’arte o di architettura, tanto grandiose per la loro unicità da suggerire una certa tolleranza per l’atteggiamento delle persone, ma si verifica, per esempio, anche di fronte a tanti meno nobili paesaggi: primi fra tutti i piatti di vivande. Non solo quelle consumate in ristoranti prestigiosi, ma persino più modesti hamburger serviti dalla solita catena di fast food. Cosa ci sarà di così magico e importante in queste vivande deteriori da renderle degne di essere storicizzate e immortalate non lo so, ma che ciò accada – lo vediamo tutti – sono certa. Mi chiedo perché noi umani siamo così poco ambiziosi da voler costruire il nostro particolare album di immagini con riproduzioni così scadenti, ma tant’è.
Ho detto album: che figura desueta! Ma chi mai ha un album oggi? Eppure, molti di noi forsennatamente fotografano. Basta sfogliare i social per constatare quante immagini di cibo passino davanti ai nostri occhi. Il cibo è sicuramente la materia che più è fatta per essere consumata, anzi il suo stesso scopo è quello di essere consumato, divorato, incorporato dalle bocche e poi assimilato dai nostri apparati: sarà dunque la sua più materiale vocazione a rafforzare il nostro bisogno di fissarlo in una prospettiva storica? Mi insospettisce questa lusinga che il cibo ci offre, facendosi credere immortale solo perché fissato in una foto. E mi insospettiscono tutti coloro che contribuiscono a diffondere questa moda, che ancora una volta va a sottolineare l’importanza di qualcosa che è sommamente caduco, specialmente materico, quasi ad affermare che solo ciò che appartiene al piano più basso, più tamasico della realtà vale la pena di essere notato, osservato, scambiato in un’immagine, fatto oggetto di attenzione.
Certo il cibo è quanto di più adatto alla fotografia, per i suoi colori e le facili sensazioni che subito scatena (per esempio acquolina in bocca), ma non sarebbe meglio accontentarsi di annusarlo, masticarlo, assaporarlo, gustarlo, viverlo attraverso i sensi nel momento presente in cui ci si trova, invece di sottoporlo a un comportamento ritualistico? Sì, capisco che il cibo, anche in fotografia, sia in grado di creare una sorta di socialità allargata, che inviti a una condivisione virtuale, ma…
Mi piacerebbe ergermi al di sopra di tali fotografi, ma temo che la mia eventuale tracotanza sarebbe un po’ ingiustificata. Infatti, se io mi domandassi: «Ma tu, furbastra, non fotografi nulla? Sei sicura di non farlo solo perché sei una schiappa di fotografa?», dovrei mettere la coda fra le gambe e tacere. La verità è che sono attratta da altri generi di vedute: i paesaggi di natura. E allora, mi domando, io che me la tiro tanto non sono diversa dai turisti incontrati in piazza Castello o dai maniacali fotografi del cibo.
E perché fotografo (sebbene molto poco)? Forse spero che domani, rivedendo l’immagine, oltre a cullarmi, esattamente come tutti gli altri, nel piacere dell’essere stata, potrò gongolarmi un poco nella sensazione di forza che l’immagine mi darà, potrò provare un sottile piacere percependo che lì, in qualche modo, la natura ce l’ha fatta, è rimasta intatta, ha vinto sull’artificio, ha resistito, ha vinto la sfida con l’opera dell’uomo.
E in quel momento proverò un brivido di piacere nel constatare il carattere originale di quella veduta.
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QUANDO I “PAMPÌNI” ERANO BUGIARDI. RECENSIONE ANACRONISTICA di Letizia Gariglio (articolo pubblicato su “Parole in rete”, giugno 2024)
Leggerete qui la recensione di un libro uscito per le edizioni Guaraldi… nel 1972. S’intitola I pampini bugiardi e ne sono autori Marisa Bonazzi e Umberto Eco; contiene un’indagine sui libri «al di sopra di ogni sospetto»: i testi delle scuole elementari.
Allora si chiamava “scuola elementare” quella che oggi di definisce “scuola primaria”, ma le bestialità contenute nei libri di testo indagati dai due autori sono indegne di esistere nel mondo della scuola. Il titolo del volume gioca con i termini pampìni/ bambini ma anche con pàmpini, parola che diletta il lettore di alcune pagine fra poesiole e raccontini presi in esame, insieme ad alcune casette piccine picciò, antichi princisbecchi, curcume posate su madie di pani profumati, e così via…in un rigoglio di immagini e sensazioni degne di Arcadia, dedita ai piaceri di vita pastorale, fra canti e doni della natura.
Perché parlarne oggi? Il mondo è totalmente cambiato dagli anni ’70, è drasticamente cambiata la scuola e i relativi libri. Eppure a me pare che, allo stesso modo di ieri, i libri di testo continuino a proporre e a presentare una realtà inesistente. Anche se non è più la nostra Italietta l’ambiente di riferimento, e i libri si travestono di (falso) internazionalismo, di ipocrita accettazione di un nuovo tipo di famiglia (la famiglia allargata), anche se l’amor di patria e dei principi religiosi sono drasticamente arretrati, ultimi della fila, mentre si fanno avanti (false) problematiche climatiche, e altri problemi, tutti rigorosamente – mi raccomando! – di origine antropica.
Cambiano molto, oggi, le scelte di alcuni parametri: l’importanza del colore, delle illustrazioni, delle immagini, delle fotografie; cambiano i riferimenti sociali e ambientali, si sono aggiunti alcuni dati tecnici e scientifici, ma rimane sostanzialmente lo stesso modo di presentare piccole porzioni di realtà, delle quasi-realtà.
Oggi non si insiste più tanto sulle mamme che lavano e stirano, ma rimane la sensazione che molti riferimenti suonino falsi, spesso persino grotteschi. Oggi, come ieri, i libri di testo dicono molte bugie, contribuiscono a delineare una realtà edulcorata, fatta di luoghi comuni.
I testi contenuti nel libro dei “pampini bugiardi”presentano contenuti e forme stilistiche che oggi appaiono dell’altro mondo, e a pensarci bene è davvero un altro mondo, ma vi assicuro che apparivano così già allora: un quadretto di stile arcadico in cui il tempo si era cristallizzato, un concentrato, già allora, di arretratezze e piccole bestialità stereotipate. A rileggerle, certe fandonie, non si può fare a meno di aspirare il profumo di messi rigogliose, di campi profumati di fiori, non si può fare a meno di udire lo scampanio delle campane delle chiese del paese, lo sventolio dei bianchi panni stesi, il canto degli stornelli… Insomma in quei libri abbondavano dati di dannunzianesimo tra l’agreste e il pre-industriale; in quelli odierni abbonda la preoccupazione per la semplificazione, la facilitazione, l’inclusività, si patisce per una chiara riduzione lessicale, per una sovrabbondanza di elementi visivi, al fine di facilitare la comprensione. Vi sono inseriti schemi e mappe (che invece dovrebbero essere tracciati dagli allievi stessi), tabelle riassuntive, schede di collegamento fra paragrafi e capitoli, sintesi, sintesi delle sintesi, sintesi delle sintesi delle… devo continuare?
Oggi si curano (non so con quale risultato) i materiali multimediali, i riassunti vocali; grande attenzione va alle consegne degli esercizi, sempre più semplici, più povere, più frammentate e paratattiche. I libri scolastici si affannano ad attivare forme di insegnamento che attivino strategie per stimolare le competenze, il probelm-solving, l’apprendimento cooperativo. Almeno, così dicono, così dichiarano le loro intenzioni.
Purtroppo, però, rimangono ancora molte mamme che stendono panni e lavano piatti, mentre i papà continuano a leggere il giornale.
Ma torniamo alla nostra “recensione”.
I Pampini bugiardi metteva in evidenza, quali protagonisti principali di quelle pagine, i poveri. «Il più delle volte il povero», scriveva Eco, «appare solo perché sia affermata ad alta voce la sua condizione privilegiata, la sua serena felicità, la sua vicinanza a Dio, l’immenso piacere che egli trae dalla sua presunta sventura». E infatti i poveri appaiono come i veri fortunati:
«La gente ricca» si scriveva in un libro di testo «ha tanto da mangiare e può vivere in ozio, e questo provoca spesso delle malattie che la gente povera, per grazia di Dio, non conosce. Ci sono dei mali che si annidano soltanto nei piatti, nei bicchieri, nelle poltrone di seta e nei morbidi letti».
Tutti avvertiti!
Il denaro è un grande peso che solo i poveri riescono ad evitare (fortunati loro!), mentre costituisce un inevitabile impegno per i ricchi, sottomessi a grandissimi rischi. Ieri come oggi i ricchi si palesavano per ciò che veramente erano: benefattori dell’umanità. Eccoli:
«… Rockefeller fu prima sagrestano, poi modesto impiegato, infine “re del petrolio”. Credeva fermamente in Dio e amava il suo prossimo. Un giorno il Signore parlò al suo cuore: “Cosa me ne faccio di tanti dollari?” Pensa e ripensa… spese somme favolose per istituzioni sociali: biblioteche, ospedali, istituti, opere pubbliche».
Che bravo, vero? Allora non andavano ancora tanto di moda i vaccini, altrimenti…
Qualche volta persino fra i poveri si annidavano i perversi: non solo non donavano grosse somme, ma erano veramente avari; sentite questa:
«C’era una volta un contadino piuttosto taccagno. Quando venne il giorno di ammazzare il maialino, per farne salumi e prosciutti per l’inverno, il contadino cominciò a lamentarsi che di tutta quella grazia di Dio avrebbe dovuto darne la metà al padrone».
Inutile dire che la storia citata finiva malissimo, con la punizione dello spilorcio.
I lavoratori del ’72, malgrado il boom economico che aveva già raggiunto il suo apice, su quei libri erano ancora tutti zappatori, seminatori, aratori, talvolta fabbri o minatori, tutt’al più legnaioli; assenti gli operai e gli impiegati.
«Stride la pialla, picchia il martello / Canta la sega, fischia il succhiello. / E finalmente canta il lavoro / che a tutti i bimbi porta un tesoro».
Pullulano gli eroi, colpiti a morte, mutilati, colpiti al petto sgorgante sangue, falciati dalla mitraglia. L’esaltazione va soprattutto all’eroe fanciullo; ecco un testo esplicativo:
«All’assalto era come loro.
“Posso raccogliere un fucile?”, chiese un tenente.
“Prendilo!”
Il ragazzo sgambettò contento fra i cespugli.
Al secondo contrattacco scomparve. Lo ritrovarono, disteso nel suo sangue, con il petto squarciato ».
Fine del racconto.
E la scuola… ah, la scuola… una piccola chiesa…:
«La scuola è proprio come una chiesetta / che i suoi fedeli aspetta: / aspetta i suoi fedeli ogni mattina / questa allegra chiesina». Perché, state a sentire: «Lo studio, bimbi, in certa qual maniera, / è anch’esso una preghiera».
Negli anni ’70 le differenze etniche suscitavano simpatia e comprensione e delle razze si metteva in risalto la differenza… ma con sottile razzismo. Così leggiamo:
«L’Arabo ha due grandi affetti: il cammello e la palma. Non conosce patria e ha una rudimentale coscienza nazionale…»
Quanto ai cinesi:
«I cinesi mangiano carne soltanto nei giorni di festa. Il loro cibo preferito è il riso: riso al mattino, riso a mezzogiorno, riso alla sera…»
Mentre i Lapponi:
«Ghiottoni dallo stomaco di struzzo i pacifici Lapponi bevo l’olio di merluzzo».
Meno male che nelle pagine dei libri campeggiava l’esaltazione della famiglia italiana, formata come nucleo ideale, ma, non c’è da dubitarne, sempre contrassegnata da una decorosa povertà, e dalla schiavitù delle donne.
L’educazione civica è golosa occasione per mescolare una melensa brodaglia di buone intenzioni caritatevoli e per rendere biologici i ruoli delle autorità, riportandoli in un piccolo quadretto familiare, comparando il ruolo pubblico a quello privato. Così il sindaco fa la parte del buon papà, e la patria fa la parte della mamma:
« “Sono proprio io – il Sindaco; andiamo, figliuoli”. E mentre salgono per un ampio scalone di marmo, il Sindaco aggiunge: “ Il Sindaco è come il babbo di tutti i cittadini».
E ancora:
«La Patria è come la mamma / che ti portò sui ginocchi: / la specchi nel fondo degli occhi: /la celi nel cuore: una fiamma, / un fuoco vivo d’amore».
Malgrado le sviolinate evidentemente l’amor patrio non basta a frenare il fenomeno dell’emigrazione:
«Nessun alto Paese del mondo ha dato agli altri una mole così formidabile di lavoro come il nostro. Vi sono Paesi oltre Atlantico in cui tutto quello che richiese la fatica, è nato dalla fatica italiana. Ovunque occorrevano muscoli, arrivavano gli italiani, tenaci, ingegnosi, pazienti, tolleranti», Aggiungerei: modesti.
Nel ’72 nei libri di testo delle elementari c’era ancora la prova delle sfruttamento dei bambini nel lavoro.
«L’alba imbianca appena la nebbia umida e fredda, e già il campanello squilla. È l’amico lattaio che mi porta il latte. Corro ad aprirgli. Egli mi saluta e mi sorride allegro. Ha undici anni…»
Ancora:
«Turi, di sedici anni, e Saro di tredici, erano amici, quasi come fratelli. Lavoravano insieme nella parte più profonda della solfara; faticavano duramente, per dieci ore al giorno».
Si potrebbe continuare ancora.
Il meglio dei libri di testo lo dà lo studio della storia, dove la preoccupazione principale si rivela essere «non urtare la sensibilità di nessuno, risultato che si raggiunge dando un colpo al cerchio e l’altro alla botte». Imbalsamate sono le interpretazioni della storia più recente, soprattutto del fascismo e della Resistenza, talvolta comicamente libere certe interpretazioni della storia più antica. Per esempio: com’era la vita nel Trecento, ci si chiede. E così si risponde:
«In gran conto era l’arte della cucina e sulle mense non mancavano legumi e ortaggi. Per il pane vi erano pubblici fornai».
Cosa facevano le donne?
«La donna passava il suo tempo nello stendere la biancheria al sole, tra il pane nella madia, spolverare, filare».
Erano illuminate le città?
«Per l’illuminazione i cittadini provvedevano, accendendo, dinanzi alle immagini della Madonna, piccole lampade a olio».
Al confronto il ‘500 è tutto uno sfavillio di lusso e agiatezza, un sorgere di palazzi sontuosi, edifici ammirevoli, strade, piazze, fontane. Per una (rara) volta la povertà è gabbata dalle «ville eleganti, circondate da splendidi parchi, ricchi di fontane e statue».
È evidente che nessuna riflessione è riservata alle differenze fra classi popolari e classi agiate.
Il primato delle scemenze se lo gioca, insieme alla storia, l’insegnamento delle scienze, con la “spinosa” questione della riproduzione umana, Come sorvolare? Non erano evidentemente tempi in cui si potesse rivelare la presenza di certi organi riproduttivi nel corpo umano, né tantomeno la loro funzione. Si usava un espediente per così dire divino:
«Una macchina meravigliosa, il nostro corpo umano, si rimane sbalorditi di fronte al mistero della nascita e della morte, della crescita e del pensiero. Di fronte ad essa non ci resta che ammirare e lodare la potenza di Dio, il solo che poteva costruire un congegno materiale e spirituale così grande e così meraviglioso».
Nell’anno 1970 l’analisi dei libri di testo nella scuola elementare fu soggetto di uno spettacolo teatrale messo in scena dal Collettivo Teatrale di Torino (che in seguito si denominò Collettivo Nuovi Gobbi). Quello spettacolo, Il saggio dei bravi bambini della scuola elementare, anticipava di due anni i contenuti del volume di Guaraldi.
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LA VERA SCUOLA DELL’OZIO. RECENSIONE ANACRONISTICA di Letizia Gariglio (articolo pubblicato su “Parole in rete”, maggio 2024)
Vi è mai capitato, tornando su un testo che avevate letto in passato di vedersi produrre nella vostra mente una sorta di squarcio luminoso, un’improvvisa, intuitiva comprensione che in precedenza vi era mancata? Oppure: vi è mai capitato, nel riprendere la lettura di un testo, di trovarvi un contenuto incredibilmente attuale, così calzante alla situazione odierna, o così stimolante per la comprensione della contemporaneità, da offrirne una spiegazione pertinente, per così dire, ante litteram?
Ecco il perché delle RECENSIONI ANACRONISTICHE, su libri del passato, da cui scaturiscono riflessioni, stimoli, pensieri, idee, osservazioni.
Qui la recensione anacronistica riguarda il volume di Ivan Illich Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, Raffaello Cortina Editore, 1994.
«Il testo libresco è la mia casa, ed è alla comunità dei lettori libreschi che mi riferisco ogni volta che dico “noi”: ecco un’affermazione davvero forte di Ivan Illich, (1926/ 2002), filosofo austriaco naturalizzato statunitense. L’autore è perfettamente consapevole che la casa sia antiquata come una candela in luogo di una lampadina, eppure non può fare a meno di considerare il libro come una fonte «di meraviglia e di gioia, di interrogativi e di amaro rimpianto», alle prese con le ardue minacce sopravanzate con l’ alfabetismo informatico.
Malgrado il libro oggi non rappresenti più la metafora fondamentale della nostra epoca, poiché il suo posto è stato occupato dagli schermi, Ivan Illich si inoltra nel suo testo «per offrire una guida per un punto d’osservazione nel passato che mi ha schiuso nuove vedute del presente».
È sostanzialmente un libro sulla lettura, che incoraggia il lettore a frugare fra gli scaffali delle biblioteche e a provare tipi di lettura diversi. Ed è un’avventura dentro il pensiero di Ugo di San Vittore, espresso nel Didascalicon, scritto attorno al 1128.
«Omnium expectandorum prima est sapientia» ne è l’incipit, di cui una prima, forse troppo spontanea traduzione è «di tutte le cose da ricercare la prima è la sapienza». Ricordo che non fu questa la mia traduzione immediata, operata fra me e me, quando lessi le parole per la prima volta; fu invece: «Di tutte le cose da ricercare la più importante è la sapienza». Prima mi suonava male, in luogo di quella ragione ultima con cui noi definiamo in italiano le cose più importanti. In tal senso la sapienza si presenta per ultima, come obiettivo finale di uno sforzo per penetrare la conoscenza. Noi, infatti, pensiamo allo scopo più importante da ottenere come ultimo, se immaginiamo di scavare e di farci strada verso la sapienza.
Il sottotitolo del Didascalicon è: De studio legendi. Ma che cos’era per i latini lo studio? Sul dizionario di latino di quando andavamo a scuola leggiamo: «applicazione, zelo, diligenza, cura, passione, ardore, desiderio». Inoltre: «occupazione prediletta, inclinazione, gusto». E ancora: «amorevole applicazione alla lettura». Le voci mi rimandano all’idea di una vita dedita alla quiete interiore (ed esteriore), alla concentrazione dell’attenzione al sapere.
Ugo di San Vittore ci presenta il libro come una medicina per l’occhio: ci si espone alla luce del libro, che emana di pagina in pagina, per riconoscere, per divenire consapevoli del proprio Io: «Alla luce della sapienza che fa risplendere la pagina, l’io del lettore si accenderà, e alla luce di questo fuoco il lettore riconoscerà se stesso». Aggiungerei: guardandosi con i propri occhi.
Soffermiamoci però a riflettere sul verbo leggere. Legĕre significa raccogliere, cogliere; si raccolgono noci, erbe, pomi, legni: è un’attività fisica. Leggendo si raccoglie con gli occhi. Per Ugo l’attività del legĕre implica la raccolta delle «lettere dell’alfabeto per legarle in sillabe», dice Illich. E non dimentichiamo che nulla potrebbe essere può concreto della pagina, espressione giunta proprio dal linguaggio inerente alla vigna, che significa l’insieme di quattro filari di viti unite con graticci in un quadrato.
Ma come può essere vissuta la lettura? Come splendido ozio.
Meravigliosa parola, il cui perfetto significato è: libertà. Il tempo dell’ozio è il tempo riservato a vacare, cioè a liberarsi, a rendere se stessi liberi. «Vacare studio», diceva Cicerone, cioè rendersi liberi per lo studio. Precisa Illich: «la libertà che si prende di propria volontà». E precisa che S. Agostino era chiamato da Dio a praticare l’ozio. Sento spesso i nostri ragazzi nel loro gergo adolescenziale adoperare la parola svaccare: svaccano quando si riposano, sono liberi da compiti, lezioni e altri doveri, si prendono tempo per sé, liberi da schemi e stereotipi. Non sanno di adoperare, in forma personalizzata, un verbo della lingua latina in un modo molto vicino al significato originario. Possiamo fare a meno di dirglielo, ma non impediamogli di prendersi il tempo per vacare e oziare, vale a dire di sentirsi liberi: non potranno che trarne giovamento.
C’è un’altra parola che si accompagna a ozio, del tutto affine nel significato: è la parola scuola . Scrive la Treccani: «Termine derivante dal lat. schŏla (dal gr. scholé), che in origine significava (come otium per i latini) tempo libero, piacevole uso delle proprie disposizioni intellettuali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico, e più tardi il luogo dove si attende allo studio, accezione quest’ultima nella quale è tuttora in uso».
Scuola come ozio, ribadisco, come tempo libero. Tuttavia, malgrado l’amore per i classici, oggi è molto difficile affidarsi al significato originario, che il risultato di ricerche etimologiche ci promette. La realtà odierna è molto diversa.
La maggior parte degli studenti odia la scuola o la sopporta a mala pena: risulta essere un luogo di costrizione, non un luogo ameno in cui dar spazio, per propria volontà, ad una forma scelta personalmente di realizzazione del tempo libero. È per lo più fonte di stress. Non raramente è motivo di disturbi di salute, non sempre palesemente attribuibili alla causa reale. Le conoscenze (e le osannate odierne competenze!) conquistabili a scuola sono considerate soltanto come tappa necessaria di un iter indispensabile prima di avviarsi verso quella che per ogni individuo è la vita vera: la vita adulta, agognata dagli adolescenti e prefigurata in modo più o meno edulcorato dai bambini. Ben pochi fanno coincidere con la scuola il luogo prescelto per il proprio processo di crescita, di formazione e di maturazione. Capita infatti molto più spesso che questo luogo, il luogo scelto, coincida con il luogo di apprendimento delle attività sportive o, in alcuni casi, tuttavia più rari, con quello di attività artistiche.
La scuola, nel suo complesso, risponde molto male, e non solo per propria colpa, alla nobile intenzione di educare, il cui etimo, non dimentichiamo, rimanda a ex-ducĕre, vale a dire trarre fuori, come anche sollevare, innalzare, portare in alto, e ancora, portare al largo. Non si tratta solo di far lievitare in altezza fisica i nostri ragazzi, ma di trarre da loro talenti, capacità intrinseche, qualità dell’anima, in modo da metterli in condizione di veleggiare fra i marosi della vita, imbarcazioni abili nell’affrontare il mare.
Ma genitori e famiglie spingono verso la necessità di passare attraverso gli anni della scuola come attraverso le forche caudine e, malgrado la scarsa convinzione che davvero la scuola possa essere luogo di educazione, sperano che essa possa fungere da azienda in grado di fornire le caratteristiche minime per affrontare poi una vita lavorativa e professionale.
Così si è giunti all’assurda forma attuale della scuola, in cui il branco degli studenti, organizzato in pattuglia ordinata, almeno intenzionalmente, in file e banchi, è sottoposto alla tortura di stare fermi e seduti per un numero svariato di ore, contro ogni legge di natura e contro ogni opportunità legata all’età, allo sviluppo e alla necessità di movimento consono con l’età degli studenti.
Se Aristotele si dedicava alla scholé insieme a gruppi di studenti, coltivando il desiderio di libero apprendimento dei più giovani, mentre insieme camminavano fra i peripatoi, i colonnati dei porticati (da cui poi il nome di scuola peripatetica), i nostri giovani, imbalsamati come salami nelle scansie dei banchi, vengono imbeccati come polli, da avviare presto verso gli allevamenti intensivi rappresentati dal mondo del lavoro.
Ivan Illich ci ha portati fino a scuola, con una certa amarezza per la scuola odierna. Non vediamo l’ora di immergerci nuovamente nella nostra pratica di lettura, «nella vigna del testo», fra le pagine dei nostri amati libri: esperienza, come ci dice Illich, che coinvolge l’intero corpo. Stendiamo dunque idealmente la mano per cogliere grappoli e gustare chicchi d’uva, pronti per portare nelle nostre vite dolci sapori raffinati.
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CIABÒT O CHATBOT? di Letizia Gariglio (articolo pubblicato in aprile 2024 su “Parole in rete”)
Mio nonno aveva un ciabòt in fondo al cortile. Il casotto (ciabòt è parola della lingua piemontese), era il suo regno, dove lui imperava nel tempo libero con i suoi attrezzi, piegando legni e arcuando ferri. Lì curvava, tagliava, batteva, modellava i suoi metalli (principalmente rame e ferro), rendendoli malleabili. Inventava e forgiava oggetti utili, ma anche opere d’arte, non so quanto comprese dagli altri membri della famiglia: io li consideravo pura arte. Lì dentro di tanto in tanto, in sua assenza, mi introducevo furtiva – l’ingresso non era autorizzato, e per brevi momenti mi intrattenevo, attratta da fucina, incudine, martelli, pinze, tenaglie. Sognavo il momento in cui finalmente sarei stata ammessa ad apprendere.
Conservo i suoi attrezzi con rispetto e amore. Il ciabòt non esiste più. Il suo tempo si è concluso, così come si conclude il tempo delle vite, della vita. Non avrò più la possibilità di penetrare né in quello spazio, né nell’arte che lì si esercitava, se non nei ricordi carichi di rimpianto.
Ora sto per operare un’altra introduzione, accedendo a qualcosa che per ironia ha un suono molto simile al ciabòt, e forse mi consentirà di introdurmi da qualche parte, non so se per assonanza o per destino.
Ho di fronte il chatbot, o la chatbot (Zingarelli declina al maschile, Treccani al femminile), insomma uno di quei software che simulano le conversazioni umane, uno di quei dispositivi digitali che hanno lo scopo di interagire con noi (con me, proprio con me! ) come se fossero persone reali: insomma, una di quelle forme di AI, cioè di Intelligenza Artificiale, in grado di giocare con noi al gioco del dialogo. Disposto a simulare un comportamento umano, pur di appagarmi, è adesso pronto a offrimi attenzione, fondando le sue capacità sull’elaborazione del linguaggio naturale e sull’apprendimento automatico.
Il coso a cui sto per rivolgermi è in grado di generare risposte sulla base di un ampio substrato di addestramento che ha appreso da un vasto corpus di dati testuali, che è in grado di trasformare. Realizzato sulla base di 175 miliardi di parametri e di un corpus di testi provenienti da libri, articoli di giornale, pagine web, forum, documenti di vario genere, molti dei quali accademici, e svariate altre fonti di testi, il chatbot è ora pronto per dedicarsi a me.
So che devo essere attenta, so che il ciabòt… perdonate, il chatbot, ha fregato altri prima di me, fornendo nel dialogo risposte solo apparentemente plausibili, ma che in realtà sono frutto di allucinazioni: si chiamano proprio così.
Un esempio divertente di fregatura, e nello stesso tempo un fatto importante di allucinazioni dell’Intelligenza Artificiale generativa riguarda una caso discusso in tribunale negli USA. Una persona aveva citato in giudizio una compagnia aerea, dopo essere stato colpito in volo da un carrello di metallo. Gli avvocati dell’accusa presentarono un fascicolo contenente casi analoghi e condannati in precedenza da diversi Tribunali. Peccato che il fascicolo, redatto con tanta precisione, fosse un’allucinazione di ChatGPT. Che cosa era accaduto? Il solerte chatbot, per compiacere le richieste dei consultanti di trovare in giurisprudenza casi analoghi, pur di non lasciare insoddisfatti gli utenti, si era inventato tutto. Conclusione: multa di 5000 dollari per lo studio legale, che non aveva avuto cura di verificare. E avvocato negligente rovinato.
Non è che un esempio. Bisogna dire che la dubbiosità verso i chatbot serpeggia, eppure la maggior parte delle persone è incuriosita, almeno vuole provare la consultazione. Le risposte possibili saranno con ogni probabilità un impasto fra verità, invenzione, stupidaggini, luoghi comuni, spunti di saggezza e… quid di genialità. In ogni caso saranno risposte poco affidabili, tutte da verificare. Così è la nostra vita con i chatbot: non troppo diversa, almeno nell’attenzione necessaria, da quella della vita reale.
E la vita nel ciabòt com’era?
Mio nonno, sacro custode per così dire di cortile delle proprietà telluriche del ferro e del rame, esercitava la magia della sua attività, un po’ stregone e un po’ creatore: chissà se capace di metaforiche trasformazioni interiori, nel processo di trasformazione dei metalli. Certamente, almeno per me, qualche oggetto di famiglia rimasto rappresenta la continuità fra generazioni, sottolinea l’importanza del passato, e dona agli oggetti il significato simbolico di un’antica promessa, ancora capace di emanare la luce del suo creatore.
Il frutto del ciabòt rimane affidabile, simbolo di connessione, e richiamo costante alla forza e alla capacità dell’uomo.
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INVENZIONI INGEgnALI di Letizia Gariglio (articolo pubblicato su “Parole in rete” in aprile 2024)
Abbiamo trascorso una Pasqua di pioggia, terminata la quale abbiamo scoperto in giardino uno strato di sabbia rossa depositata su erbe foglie e oggetti. Deposito di sabbia sahariana trascinata da venti fino al Nord d’Italia o polveri depositate da scie chimiche?
Vediamo ormai quotidianamente il cielo striato con sostanze rilasciate dagli aerei. L’inizio del fenomeno risale a molti anni fa e per decine d’anni i media, ma anche molti scienziati, hanno negato che esistessero interventi ingegneristici sul clima, sotto forma di scie chimiche, come qualsivoglia altra attualizzazione di forme di ingegneria climatica: qualche faccia di bronzo ben stipendiata tenta di farlo anche oggi, seppur con maggiori difficoltà e credibilità zero.
Sta di fatto che a un certo punto della storia a noi contemporanea, sono iniziate a comparire – improvvisamente – ammissioni di manipolazioni intenzionali, attuate per modificare il clima.
Sono così improvvisamente comparse anche nel linguaggio dei media, come in documenti accessibili, le ammissioni della presenza di tecniche di modificabilità del clima, vestite con gli abiti delle buone intenzioni del mago della pioggia, che con il suo scientifico bastone faceva la comparsa sul suolo terrestre per donare alla terra tanta buona acqua con pioggia e neve.
Al pari del ciarlatano dalla brillante parlantina del film omonimo, oggi il mago della pioggia ammette persino, di tanto in tanto, di agire per prevenire aspetti dannosi del clima, come grandine, uragani, uhhhhh, e financo dichiara , udite udite, di essere in grado di gettare, come un malocchio, la fattura di un clima dannoso contro il nemico in guerra.- intesa, ovviamente, come guerra economica oltre che militare.
Come non dubitare che il rain-maker (sentite come gli si addice l’accento americano) voglia agire a fin di bene, contro i cattivi? Dove naturalmente i cattivisono sempre gli altri…
Buono è anche il concetto di cloud-seeding, di inseminazione delle nuvole, che viene oggi presentata come dolce pratica, consistente in una casta spruzzatina nelle nuvole di particelle, come lo ioduro d’argento, per migliorare le precipitazioni.
Con certe premesse la geoingegneria climatica può prontamente essere declinata come personaggio virtuoso, portatore sulla scena di benefici in grado di invertire il riscaldamento globale. Ciò malgrado l’ammissione della scienza stessa ( e persino per ammissione dell’Europa) che il rischio di immissione di particelle di gas nell’atmosfera sia sconosciuto, nei suoi effetti a lungo termine. In realtà continuano a mancare seri complessivi studi scientifici, come mancano serie regole internazionali per la gestione del fenomeno, pur escludendo le applicazioni militari. In realtà, infatti, non conosciamo le conseguenze chimiche e fisiche sugli equilibri naturali. In ogni caso, quando le cose vanno veramente male, e in atmosfera gli aerosol troppo spinti causano danni irreparabili, si può sempre dare la colpa alla Cina, capro espiatorio designato a priori.
Intanto sono allo studio nuove tecnologie per incrementare l’albedo della superficie terrestre e marina , vale a dire la sua capacità di riflettere verso lo spazio la luce solare. Si sta studiando la possibilità di immettere particelle e polveri per impedire alle radiazioni solari di arrivare fino alla superficie terrestre. È in sperimentazione lo sbiancamento delle nuvole, in modo che riflettano poca luce verso terra e molta luce verso lo spazio. Si stanno progettando e realizzando dispositivi per condurre il calore dei raggi solari nelle profondità delle masse oceaniche. Si sta studiando, in fase più che avanzata, il posizionamento nello spazio di specchi deflettenti la luce.
Nessuno si domanda, né domanda a noi, per ora ancora abitanti di questa terra, una qualunque forma di consenso su tutte le eventuali alterazioni che stanno progettando e viavia realizzando. Tutte le ricerche procedono nella più completa ignoranza della Dichiarazione di Stoccolma, dove si riconosce agli Stati Nazionali la sovranità delle proprie risorse naturali. Mi permetto qui di riportare i primi cinque punti dei 26 principi:
1. L’uomo ha un diritto fondamentale alla libertà, all’eguaglianza e a condizioni di vita soddisfacenti, in un ambiente che gli consenta di vivere nella dignità e nel benessere, ed è altamente responsabile della protezione e del miglioramento dell’ambiente davanti alle generazioni future. Per questo le politiche che promuovono e perpetuano l’apartheid, la segregazione razziale, la discriminazione, il colonialismo ed altre forme di oppressione e di dominanza straniera, vanno condannate ed eliminate.
2. Le risorse naturali della Terra, ivi incluse l’aria, l’acqua, la flora, la fauna e particolarmente il sistema ecologico naturale, devono essere salvaguardate a beneficio delle generazioni presenti e future, mediante una programmazione accurata o una appropriata amministrazione.
3. La capacità della Terra di produrre risorse naturali rinnovabili deve essere mantenuta e, ove ciò sia possibile, ripristinata e migliorata.
4. L’uomo ha la responsabilità specifica di salvaguardare e amministrare saggiamente la vita selvaggia e il suo habitat, messi ora in pericolo dalla combinazione di fattori avversi. La conservazione della natura, ivi compresa la vita selvaggia, deve perciò avere particolare considerazione nella pianificazione dello sviluppo economico.
5. Le risorse non rinnovabili della Terra devono essere utilizzate in modo da evitarne l’esaurimento futuro e da assicurare che i benefici del loro sfruttamento siano condivisi da tutta l’umanità.
Consiglio di proseguirne autonomamente la lettura, per l’importanza che il documento riveste.
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AUDIO ARTICOLO “INVENZIONI INGEgnaALI” DI Letizia Gariglio
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AUDIO ARTICOLO “CIABÒT O CHATBOT” di Letizia Gariglio
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AUDIO “NEI LABIRINTI DI THOMAS BERNHARD”
(ARTICOLO PUBBLICATO SU “PAROLE IN RETE”, N. 69 MARZO 2024)
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NEI LABIRINTI DI THOMAS BERNHARD
(ARTICOLO PUBBLICATO SU “PAROLE IN RETE”, N. 69 MARZO 2024)
Grazia Valente si è inoltrata in un labirinto, uno di quelli “cattivi, non in uno di quelli che ti conducono amorevolmente verso il centro della ricerca, ma uno di quelli che ti confondono sempre più, allontanandoti schizofrenicamente dalla meta che vuoi raggiungere. È il labirinto del pensiero di Thomas Bernhard, drammaturgo, poeta e romanziere di altissimo livello, e uomo infernale.
Valente è stata capace di uscirne viva, affrontando l’esplorazione della figura dell’uomo e dello scrittore e offrendoci così il frutto della sua rivisitazione letteraria.
Il 29 febbraio, insieme con Loris Marchetti, alla Società di Mutuo Soccorso “De Amicis” di Torino, ha colloquiato del suo libro A proposito di Thomas Bernhard, edito dalla casa editrice torinese Achille e la Tartaruga. Grazia Valente è autrice di poesie e di racconti, di ritratti femminili in forma di collage; è collaboratrice preziosa e costante di Parole in rete. Sulle pagine di Parole in rete ha dapprima pubblicato, una dopo l’altra, tutte le parti del suo saggio, offrendo ai nostri lettori la possibilità di leggere questa ultima sua opera, a partire dal febbraio 2021 (numero 32), fino a settembre 2021 (n. 39), con apporti mensili regolari, successivi uno all’altro.
Nel suo volume, il cui titolo completo è A proposito di Thomas B. Viaggio nel labirinto della scrittura di Thomas Bernhard rivisita i cinque libri che compongono nel loro insieme l’intera autobiografia dell’autore, per arrivare a una profonda comprensione dell’uomo e dello scrittore: entrambi entità di complicato avvicinamento. Infatti, chi abbia frequentato la lettura di Thomas Bernhard ne conosce sia le provocazioni tematiche, sia le sue anomalie umane: personaggio capace di rendersi squisitamente antipatico, scandalosamente provocatorio, in permanente stato di carezzevole quanto astuto feeling con la morte (quanti tentativi di suicidio, almeno stando alle sue narrazioni!), eppure – bisogna pur riconoscerlo – in odore di genialità. Si potrebbe dire che sia la sua vita sia le sue opere disegnino una continua ellissi, la sospensione di qualcos’altro, il rimando di qualcosa che è sotteso alla sua scrittura e a cui la sua vita e le sue opere attendono. La nevrosi distruttiva permea senz’altro i suoi personaggi, soprattutto quelli teatrali: è probabilmente nel teatro che l’autore raggiunge la massima perfezione e anche le sue opere letterarie, in realtà, si avvalgono di un impianto strutturale narrativo proprio del teatro, più che della narrazione sotto forma di racconti o romanzi: per esempio la figura di un narratore esplicito, presente nella sua opera narrativa, è tipica della struttura teatrale.
È certamente la scena ad esaltare la sua preferenza d’autore per il gusto di ritmi linguistici al di fuori di una normalità quotidiana, l’uso del verso, le ossessioni per le ripetizioni linguistiche, le iterazioni tipiche di certi ritmi musicali più che narrativi, ma soprattutto la scena è la situazione narrativa più adatta per esaltare, nei personaggi e nelle situazioni, i caratteri della schizofrenia e dell’assurdo del quotidiano.
Probabilmente istrionico come i suoi personaggi dissacranti, al pari di Caribaldi, suo protagonista delle pièce teatrale Forza dell’abitudine (di cui è impossibile dimenticare la storica messinscena del Gruppo della Rocca negli anni ’70), il quale in qualità di direttore di circo da ventidue anni prova ossessivamente il Quintetto della Trota di Schubert, solo perché un medico glielo ha prescritto come rimedio ai cali di concentrazione, anche T.B. sembra ossessivamente giocare il suo ossessivo gioco con la morte, che in realtà porterà a termine solo per decisione di quest’ultima, alla sua ora stabilita: eppure dal suo gioco personale, oscillante fra il polo destinino e quello del libero arbitrio, e dalla sua lunga sequenza di sofferenze personali, l’autore saprà trarre frutto maturo e consapevole, distillandolo nella sua opera.
Se la narrativa e il teatro esaltano la pericolosità del limen fra vita e morte, sapienza e follia, cosmo e caos, salvezza e autodistruzione, ma in un certo senso filtrano, attraverso l’arte della scrittura, i turbamenti che essi ci provocano, l’esplorazione degli aspetti umani di Thomas Bernhard inquietano oltre misura, sottolineando un destino per alcuni versi molto difficile (la nascita illegittima, la malattia…).
Grazia Valente si è trovata ad affrontare l’impresa della rivisitazione della sua vita materiale e psicologica, a partire dalla fase dell’infanzia dell’autore.
Dice: «Entrare nella testa di Thomas Bernhard non è mai una passeggiata campestre, piuttosto una sequenza di scene apocalittiche che lui si compiace di raffigurare in parossistica successione…»: immagino che unico piccolo aiuto sia stato l’impareggiabile gusto per l’ironia e per il sarcasmo dell’autore stesso.
Ma dopo l’età dell’infanzia le sofferenze di Thomas aumentano ancor più e nel capitolo “Angoscia” esse conducono anche la nostra coraggiosa autrice Valente a desiderare soltanto di allontanarsi e di abbandonare il racconto di un simile dolore, tanto sente insopportabile «il peso del suo mondo interiore e quello del mondo intorno a lui».
Se la scuola, come Thomas afferma, è «un’istituzione per l’annientamento dello spirito», potremmo essere felici della sua liberazione dal ginnasio, ma ecco uno nuovo colpo di teatro nella vita dell’autore, che cerca e trova lavoro nel più sgangherato quartiere della sua città, una specie di anticamera dell’inferno, in una cantina adibita a negozio di alimentari, dove tuttavia l’autore, immerso nella disperazione degli abitanti di quei gironi, i reietti della società, i più poveri fra i poveri, prova una sorta di felicità nello stare a contatto con i più umili, anzi: «L’inferno per lui è diventato la casa, la famiglia… il fine settimana che coincide con il rientro a casa è l’inizio del nuovo inferno, il lavoro è liberazione, a casa vivono in nove in tre stanze», scrive Valente.
Thomas ora è gravemente malato di polmoni ed è costretto a condividere spazi ristretti con altri ammalati anziani, e conduce Grazia, insieme a noi, in questa sorta di incubo senza fine, l’ospedale, cui T.B. dà il nome di trapassatoio, perché quotidianamente il numero dei morti supera quello dei vivi, e poi, giacché, nonostante l’incuria dei medici, lui malgrado tutto rimane vivo, ci porta in visita al sanatorio. Di tutto quel periodo al ragazzo rimane soprattutto il ricordo dei libri letti. Dei medici dirà: «Questi medici che hanno una concezione della medicina completamente degradata a puro commercio».
Grazia lascia Thomas alle soglie della sua guarigione, e lui sa di essere ormai un invalido, non potrà più portare sacchi pesanti come faceva in magazzino, ma non potrà nemmeno più cantare, arte in cui eccelleva… ma ha finalmente scartato l’idea del suicidio. Scriverà di sé: “Io non sono propriamente uno scrittore, solo un mediatore di letteratura».
È morto nel 1989. Chissà se si troverebbe ancora d’accordo con le sue stesse parole: «La morte non deve in alcun modo correggere l’immagine che dell’uomo ci siamo fatti».
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AUDIO “FEUDATARI E SERVI DELLA GLEBA”
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FEUDATARI E SERVI DELLA GLEBA (pubblicato su Parole in rete, febbraio 2024)
Ho terminato di leggere “Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo”, di Yanis Varoufakis, uscito nel novembre 2023 per La nave di Teseo Editore, Milano.
Yanis Varoufakis è stato ministro delle Finanze della Grecia nel governo Tsipras. Nato ad Atene si è laureato in Matematica ed Economia presso l’Università dell’Essex, Birmingham. Ha insegnato in varie università inglesi e presso l’Università di Sydney. Attualmente è professore di Teoria Economica all’Università di Atene e visiting professor alla Lyndon B. Johnson School of Public Affairs della University of Texas di Austin. È tra i fondatori del movimento politico DiEM25, acronimo per Democracy in Europe Movement, che ha come obiettivo democratizzazione dell’Europa.
Alla fine dell’anno 2023 , al profilarsi dei festeggiamenti per l’entrante 2024, Varoufakis aveva lanciato un appello: «I festeggiamenti di quest’anno cadono nel momento in cui si verifica un genocidio che stigmatizzerà la nostra generazione. Sì, dobbiamo prenderci cura dei nostri cari, celebrare i loro successi, prenderci cura di coloro che necessitano della nostra attenzione. Ma non possiamo festeggiare liberamente quando migliaia di bambini vengono massacrati in “Terra Santa” con la piena complicità della “nostra” Unione Europea».
Il libro contiene un testo molto complesso e corposo (283 pagine), tuttavia mai noioso, la materia si alleggerisce con passi leggeri e accattivanti che inducono alla comprensione di un argomento economico difficile (almeno per me).
E’ scritto sotto forma di lettera informale, diretta al padre, scomparso, storico militante comunista, incarcerato ai tempi della dittatura: un puro e duro a cui il figlio è costretto a spiegare, in un certo senso, l’inutilità dei modelli di pensiero del materialismo storico, del tutto inadeguati a interpretare il mondo di oggi. Il modello letterario della lettera consente all’autore uno stile di scrittura informale.
L’autore espone nel volume la sua tesi, cioè che il capitalismo sia ormai defunto, sostituito dal Tecnofeudalesimo. Chi sarebbe l’assassino? Il capitalismo stesso. L’assassino ha avuto due complici: la privatizzazione di Internet da parte delle Big Tech americane e cinesi, e i comportamenti dei paesi occidentali nella gestione della grande crisi economica del 2008.
I due grandi pilastri del capitalismo, i mercati e i profitti, sono stati rimpiazzati dalle piattaforme di trading digitale che assomigliano ai mercati, ma in realtà sono feudi. Il profitto, in buona sostanza, è stato rimpiazzato dal suo predecessore di età feudale, vale a dire la rendita (che viene pagata da tutti noi (compresi privati, enti e aziende) per l’accesso alle piattaforme cloud.
Esistono ancora i proprietari “vecchio stile”, così come il capitalismo li presentava: padroni di industrie, di fabbriche, di reti ferroviarie, reti telefoniche, edifici, ecc., ma essi stessi non si trovano più al centro del comando: sono divenuti vassalli, più o meno vicini ai vertici del comando, o più o meno vicini ai servi della gleba: tutti noi.
Nella sua analisi Varoufakis a un certo punto si chiede: che cos’è il capitale? Non il denaro, non le armi… All’inizio il capitalismo era facile da definire: beni materiali che servivano a produrre altri beni materiali. M «la sua seconda natura», ci dice l’autore, «è il potere ineffabile di comandare gli altri». La transizione dal Feudalesimo al Capitalismo coincise con il trasferimento di potere di comando dai proprietari terrieri a coloro che erano proprietari di beni capitali: «La mercificazione a livello mondiale di terre precedentemente comuni ha permesso al Capitalismo di raggiungere la supremazia in tutti gli angoli del mondo». Così la forza nascosta del Capitalismo, quella del comando, ha rimodellato il mondo dai suoi inizi, avvenuti circa 200 anni fa, fino ad oggi.
Oggi si assiste a una nuova forma di capitale, con una capacità di comando prima mai sperimentata.
Il nostro Autore di racconta le sue esperienze casalinghe personali con Alexa e con l’Assistente Google; narrandoci del suo intrappolamento personale ci mette in guardia.
Perché parla di “intrappolamento”? Perché, ci spiega, «Ciò che comincia con noi che insegniamo ad Alexa a fare cose per conto nostro ben presto sfugge al nostro controllo e si trasforma in qualcosa che non possiamo né capire né regolare. Tuttavia, con dispositivi basati sul cloud , ci troviamo in una strada a doppio senso sempre attiva tra la nostra anima e il sistema basato sul cloud che si nasconde dietro la voce suadente di Alexa. Per usare le parole dei filosofi, Alexa ci intrappola nel più dialettico dei regressi senza fine». Dunque, se non ho capito male, noi, con le nostre domande e le nostre interazioni (volontarie o involontarie, dal momento che Alexa ascolta sempre) la stimoliamo a operare per conto nostro, ma lei impara a conoscerci, anche mentre gironzoliamo in casa nostra, andiamo in bagno, mangiamo, diciamo parolacce, telefoniamo, e farà tesoro della conoscenza che acquisirà di noi per elaborare per noi, proprio per noi, solo per noi, risposte pertinenti alle nostre domande, saggi consigli e proposte allettanti. Ciò che noi insegniamo ad Alexa con parole o con le nostre abitudini e i nostri comportamenti viene tradotto in algoritmi, su cui noi non abbiamo nessuna possibilità di intervento, e grazie a ciò lei diventerà in grado di istruire noi. In che modo? Con piccole esortazioni, proposte di video o testi o musica o titoli di libri, anticipazioni di nostri desideri, di cui noi dapprima siamo un po’ stupiti e un po’ compiaciuti: insomma ci abitua un po’ per volta ad accettare le sue proposte; e in questo modo ci addestra ad addestrarla. Persuasi un po’ alla volta a lasciarci attrarre da qualche proposta giunta dai suoi algoritmi (dunque pertinenti per noi) finiamo con l’essere materiale redditizio per i suoi proprietari, che acquisiscono nei nostri confronti il potere di intervenire sul nostro comportamento. «Le macchine come Alexa», ci avverte Varoufakis «o perfino le impressionanti chatbot IA, come ChatGPT, sono ben lungi dalla temuta singolarità (N.d A. : la singolarità è il momento in cui la macchina acquisisce una propria coscienza). Possono fingere di essere senzienti, ma non lo sono e, probabilmente, non potranno mai esserlo. Ma anche se sono più stupide di uno strofinaccio bagnato, il loro effetto può essere devastante, il loro potere su di noi esorbitante».
Siamo noi stessi i preziosi fornitori del capitale cloud: noi che interveniamo e postiamo su Facebook, su Instagram, su TikTok … ecc., immettiamo testi e video, foto, scriviamo battute, aforismi, commenti, insulti, barzellette, noi che diamo le nostre posizioni in tempo reale a Google Maps: noi siamo gli inconsapevoli o semiconsapevoli autori della ricchezza di questi nuovi capitalisti. Non c’è bisogno di stipendiarci: noi lavoriamo gratuitamente, spinti dal nostro “divino” bisogno di imitare il Creatore, cioè di creare, di esprimerci, di mostrarci ad amici e nemici: noi siamo «i servi della gleba che si offrono spontaneamente di lavorare senza retribuzione per il beneficio dei suoi proprietari. Mentre i vecchi capitalisti potevano sfruttare solo i loro dipendenti i cloudisti beneficiano di un tipo di sfruttamento universale; il capitale cloud è diventato strumento di comando e nello stesso tempo forma di riscossione di rendita ottenuta dall’accesso dei consumatori.
In sostanza l’ipotesi dell’Autore è che le big-tech abbiano sostituito i mercati con feudi cloud, cioè con piattaforme digitali di scambio che pur assomigliando vagamente ai mercati non sono tali e che abbiano sostituito i profitti con canoni cloud, cioè quelle rate di pagamento che vengono versate per l’accesso ai feudi cloud, e che costituiscono le loro cospicue rendite.
Impossibile non andare col pensiero a Emanuele Severino, uno fra i più importanti filosofi del Novecento, scomparso nel gennaio 2020. Severino “prevedeva” che la tecnica avrebbe prevalso sul capitalismo e che i mezzi tecnologici sarebbero divenuti egemoni, pretendendo di essere sempre più potenziati, superando gli stessi limiti posti dai loro creatori ed esigendo un potenziamento pressoché infinito dell’apparato tecnologico. In questa ottica prevedeva che la tecnica passasse a essere, da mezzo, fine. Diceva: «Nel tempo della piena dominazione della tecnica accadrà che la politica, la morale, la religione, l’economia, il diritto non saranno più principi regolatori, ma materia regolata, mezzi al servizio dell’etica della tecnica, che prescrive di agire assumendo come scopo l’accrescimento infinito della potenza stessa della tecnica».
Così noi, disattenti fruitori di potenti mezzi tecnologici che non dominiamo, con la testa un po’ nelle nuvole, arricchiamo l’addensamento di altri nuvoloni, fluttuanti nell’etere, carichi del bottino che noi abbiamo loro donato, e che non solo si aggirano sulle nostre teste distratte, ma ne esigono il dominio.
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AUDIO RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (quinta parte)
Il cuore cominciò a battergli in petto forsennatamente, perché sentiva che la solita famiglia si stava di nuovo avvicinando a lui. Le volte precedenti erano per lui state una vera disgrazia: gli avevano rovesciato la cola addosso, rendendolo colloso e impiastricciato, avevano minacciato di cavarlo dalla sua galleria con un uncino, avevano provocato una vibrazione sonora così potente e fastidiosa da sradicarlo dal suo mondo, avevano provocato un funesto uragano che l’aveva trascinato in un luogo sconosciuto.
«Che cosa accadrà ora?»
La madre dello zuccheroso parlava con qualcuno, un uomo, avvicinandosi a lui. Ecco di nuovo il cielo scoperto, e poi:
«Ho scoperto che all’interno del pianoforte ci sono dei tarli. Mi sono accorta che sui martelletti si vedono delle gallerie con dei piccoli fori; so che quando si vedono i fori il danno è già avvenuto, l’insetto è già uscito fuori. Se non sto attenta in breve tempo avrò tutto il pianoforte infestato dai tarli!»
«Ha ragione a preoccuparsi, signora. E ha fatto bene a chiamare la nostra ditta di disinfestazione: siamo i migliori sul campo. Nessun tarlo sfugge alla morte quando arriviamo noi».
Al sentire queste parole Carlo fu preso dal terrore.
«Non ce l’avranno con me? O santo cielo, come è possibile che mi considerino un nemico: io sono nato qui, questa è casa mia, il mio paese, la mia patria; che cosa ho mai fatto io di male?», si disse fra sé, colto da una immensa paura. Era indeciso se nascondersi come meglio poteva o farsi avanti, palesarsi ai due umani che stavano parlando di lui, per mostrare loro che lui era innocuo, non era un loro nemico. Siccome Carlo era un tipo coraggioso optò per la seconda scelta. E impavidamente si fece avanti. Non per attaccare, naturalmente: solo per evidenziare la propria totale, definitiva innocenza. Stava addirittura per mettere le “mani in alto” quando ebbe un presentimento. Questa intuizione gli salvò la vita. Anziché alzare le èlitre le portò verso il basso, racchiudendole più che poteva attorno all’addome. Mentre l’uomo stava calando le sue pesanti manacce callose su di lui, come una mannaia, per mettere fine alla sua vita, lui si strinse tutto. Senza pensarci Carlo si buttò alla sua destra e quella profonda apertura, quella caverna da cui aveva tanto temuto di essere inghiottito, lo accolse mentre precipitava.
Quanto fosse profonda la spelonca, quanto lungo il suo salto verso il basso, non avrebbe mai potuto calcolarlo, perché mentre precipitava si sentì venire meno.
«Non puoi abbandonarti alla morte», borbottò una voce dentro di lui. Carlo si lasciò scivolare, ma cercò di non perdere coscienza. Le voci delle persone ora erano più attutite, ma poteva ancora percepirle dal fondo del precipizio:
«Ha visto? Ha visto? Ne avevo quasi acchiappato uno; eh, ma se ce n’è uno significa che sono a decine: bisogna eliminarli senza pietà, altrimenti sa che fine farà il suo pianoforte?», diceva l’uomo.
La donna confermava: «Non intendo badare a spese: mi salvi il pianoforte».
«Io non morirò, io non morirò», si ripeteva intanto Carlo, come una litania. Lo faceva per darsi coraggio, ma anche perché la sua mente non fosse sopraffatta da pensieri negativi, Sentiva che se si fosse abbandonato al pensiero della morte, ciò sarebbe davvero potuto accadere. Lui invece avrebbe pensato di essere invulnerabile.
«Ce la farò, verrò fuori di qui», si disse, «io vivrò. Io troverò il modo di risalire da questo baratro».
«Dovrò controllare i vari pezzi del pianoforte, a uno a uno», disse l’uomo che ce l’aveva con Carlo. Tutti i fori saranno messi allo scoperto, saranno trattati, disinfestati, curati, richiusi, e lei avrà di nuovo il suo pianoforte come nuovo», affermò l’uomo.
La donna, con un sospiro di sollievo, si stava allontanando verso la porta, per congedare il restauratore di mobili antichi.
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AI NAUFRAGHI DELLA SCUOLA (pubblicato su “Parole in rete”, gennaio 2024)
Nel panorama generale di decadenza della scuola, di ogni genere e grado, si situa (anche) quella sorta di certificazione dei livelli di apprendimento acquisiti dagli allievi costituita dalle prove Invalsi, che dichiarano a gran voce la perdita di capacità, competenze, conoscenze a tutti i livelli scolastici. Nel panorama, tra l’altro, insiste una ulteriore lacerazione fra Nord e Sud della penisola, a sfavore del Sud, dove si sono aggiunte negli ultimi anni pesanti mancanze causate dalla didattica a distanza, favorite dalla scarsa digitalizzazione degli ambienti familiari. Del resto, i dati Invalsi non fanno che confermare la percezione di una realtà che è chiara agli insegnanti, e dovrebbe esserlo altrettanto ai genitori, anche a quelli che invece amano addossare le piene responsabilità dei problemi educativi alle istituzioni diverse dalla famiglia.
Il quadro educativo, formativo e didattico è allarmante e non occorrono prove docimologiche per confermarlo. Dal punto di vista scolastico i livelli di apprendimento sono allarmanti ed è macroscopicamente evidente che stiamo precipitando verso l’analfabetismo, non solo nell’ordine della cultura, ma anche in quello dell’istruzione.
È purtroppo dato di fatto l’incapacità degli studenti delle scuole superiori di formulare discorsi sensati, o anche brevi comunicazioni orali fondate su una sintassi accettabile, per non nominare la scarsa capacità di comunicare per scritto, o la penosa difficoltà di redigere semplici componimenti o argomentazioni autonome, cui si aggiunge l’ignoranza di semplici regole ortografiche e povertà lessicale.
Tutte le suddette carenze vanno di pari passo, essendo nello stesso tempo causa e conseguenza, con la rinuncia degli insegnanti a porsi obiettivi decenti, con la faciloneria dei diversi istituti nel concedere facili promozioni (poiché anche le scuole non sono più libere da logiche commerciali), con la riduzione qualitativa dei programmi, con la banalizzazione progressiva dell’iter scolastico.
Non si profilano all’orizzonte proposte di rimedi e anche la pedagogia è un’arte in discesa, in graduale contrazione; è genericamente negato il valore del merito, galleggia la mediocrità.
L’antiautoritarismo è passato dall’essere un valore per promuovere la specificità degli allievi, la loro personalità, la loro espressività, a essere una buona scusa per l’anti-culturalità. Peggio, è divenuta scusa per il dilagare della mollezza, della maleducazione, del senso di inutilità, derivati da eccessiva compiacenza del mondo adulto e dalla rinuncia a una vera scuola educante.
La burocrazia soffoca ogni iniziativa culturale dedicata agli studenti e imbriglia gli insegnanti in una gabbia di riunioni, di circolari, di inutili assemblee che non provano nemmeno ad assemblare.
Qua e là sopravvivono, bontà loro, alcuni insegnanti di valore, disperatamente aggrappati a un ideale di scuola come ad una zattera in mare aperto e tempestoso, ancora guidati dalla volontà di ben operare, di trasmettere strumenti, valori, conoscenze, saperi, capacità.
A loro vanno i miei auguri di BUON ANNO!
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AUDIO “AI NAUFRAGHI DELLA SCUOLA” (pubblicato su “Parole in rete”, gennaio 2024)
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AUDIO RACCONTO “IL PRESEPE IN VIAGGIO” di Letizia Gariglio
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IL PRESEPE IN VIAGGIO (racconto di L. Gariglio pubblicato su “Parole in rete”, dicembre 2023)
La ragazza si avvicinò al tavolo, sul quale avrebbe disteso, ad una ad una, tutte le statuine della collezione di famiglia. Suo padre andava fiero di quella meravigliosa collezione, che da alcuni anni si arricchiva, poiché aggiungevano ai pezzi già acquisiti altri meravigliosi manufatti, di pregiata fattura. Anche quest’anno erano stati ordinati al migliore artigiano di Napoli alcuni esemplari: un nuovo pastorello delle meraviglie, con la bocca spalancata per lo stupore che la nascita rituale di Gesù avrebbe provocato in lui, e un nuovo Benino.
Carlotta si chiedeva sempre se il pastorello delle meraviglie e il pastorello Benino, addormentato sul prato, fossero la stessa persona. Lei immaginava che Benino si fosse addormentato per poter sognare: nel sogno avrebbe potuto vedere quello che nella realtà non si vedeva mai: la visione del Bambino Gesù. Benino non si spaventava nel sogno, anzi, era così felice che voleva incontrare il Bambinello per davvero. E che, non esistono forse i miracoli? Così, dopo averlo sognato, si avvicinava alla grotta, e vedeva una luce così forte che rimaneva abbacinato; forse avrebbe voluto urlare, ma non ci riusciva, e rimaneva così, con la sua bocca spalancata.
Il nuovo pastorello delle meraviglie, in mano alla ragazza, era davvero meraviglioso, oltre a essere meravigliato.L’artigiano aveva fatto anche un nuovo pastore ubriaco. Quello a Carlotta non piaceva. Quando si fosse trattato di sistemarlo l’avrebbe tenuto lontano da Gesù. Fosse stato per lei non ce l’avrebbe neanche messo nella mangiatoia: via tutta quella volgarità, le facevano orrore gli uomini ubriachi, puzzolenti di vino, con la pancia gonfia.
«Perché dobbiamo proprio metterlo nel presepe?», aveva chiesto a suo padre.
«È la tradizione», era stata la risposta che non l’aveva soddisfatta.
Tradizione o no, io lo nasconderò in un angolo. Che nessuno lo veda, pensò. E che non ci sporchi tutta la scena, implorò dentro di sé. È capace di vomitare, quello!
*
Tutto il proponimento stava in una notte stellata.
Quante lingue in origine parlassero le genti che seguivano la stella non lo sapeva nessuno di loro. Una speciale dignità li univa, nonostante ogni differenza di provenienza e abitudini, e sebbene fra loro qualcuno si muovesse con sussiego, non vi erano intrusi.
Se il mondo non appariva a tutti loro come luogo di armonia, in fondo ai cuori tuttavia albergava la certa speranza che il firmamento riservasse una promessa indiscutibile di gioia, che finalmente avrebbe dato forma ai destini di ciascuno.
Non conoscevano i calcoli complicati degli astronomi, né i tracciati delle loro mappe stellari, ma un disegno nascosto nell’anima guidava la rotta, rendendo sicuro il loro cammino.
Per quanto avessero cercato di mantenere il carico leggero, non mancavano masserizie e cesti con galline, otri imbottiti e pesanti abiti con cappucci stropicciati. Li seguivano le anonime greggi; loro stessi erano e si sentivano gregge e da quello stato di gregge la stella prometteva loro di distoglierli. Si sarebbero liberati da quello stato indistinto, impersonale, forse anche un po’ torbido, in cui le loro vite erano trascorse fino ad ora senza individualità.
*
Adelaide toccò le orecchie dell’asino, accarezzandole. Poveretto, le faceva pena. Povero ciuccio, pensava accarezzando affettuosamente le orecchie della statuetta, che era appartenuta a sua madre Carlotta, perché ce l’hanno tutti con te? Non era forse entrato il Cristo in Gerusalemme su un’asina bianca, la domenica delle Palme? Già, ma come dimenticare sul libro di storia, nelle pagine degli Egizi, quella brutta testa d’asino che era la capoccia di Seth!
«Va beh, povero asinello mio», gli aveva detto l’anno passato «scusami se ti metto un passo indietro da Gesù, e metto il bue poco poco più avanti, così».
Quest’anno non si sentiva di dirgli più niente, però capiva che qualcuno ritenesse più importante il bue, che aiuta l’aratro a scavare.
*
Nel cuore delle notte le statuette giacevano sulla grande tavola dove la famiglia stava apparecchiando il presepe, sulla carta increspata di colore giallo rossiccio, così somigliante a quella terra madre con la quale le piccole sculture erano state forgiate dalle mani degli artigiani. Si erano succedute le stagioni dall’inizio del loro esistere, e l’espirazione di alcune varietà di cadenze linguistiche e di dialetti avevano dolcemente solleticato le loro vesti. Generazione dopo generazione, interi zodiaci di tipi umani li avevano maneggiati: tutti, a quanto pareva, appartenevano a un comune albero genealogico, sebbene fosse difficile intravedere caratteristiche comuni: solo qualche lineamento poteva lasciar scorgere una linea genetica di continuità. Eppure loro , le statuine del presepe, credevano di tanto in tanto di riconoscere la cascatella argentina di una ristata, una somiglianza nel timbro della voce, la dolcezza di una mano.
Per alcuni, fra gli umani che li avevano maneggiati, avevano avuto decise preferenze, altri li avevano avuti pressoché in odio, poiché non era stato difficile decifrare in loro i segni di animi oscuri e di ambasce opprimenti. Di alcuni avevano invocato cure e protezione, altri avevano pregato per un po’ di gentilezza, di ognuno avevano temuto le ire, l’incompetenza e la malagrazia.
Era notte. In una notte come questa sarebbe nato il Salvatore. Ma non in una notte qualunque: nella notte più lunga e più buia dell’anno. Per questo loro dovevano aspettare che la preparazione fosse finita. Allora, la notte madre del firmamento, capace di correre i cieli avvolta in manto nero, trainata da neri cavalli, sarebbe stata percorsa da strani esseri, da figure tenebrose, forse da spettri e fantasmi, da presenze angoscianti. Così sempre accade nella notte più buia dell’anno, nelle notti più buie di tutte le vite.
E così anche loro avrebbe dovuto attendere. Avrebbero percepito attorno a loro i sentimenti degli uomini e delle donne che abitavano la casa, ne avrebbero compreso lo stato, avrebbero sentito gli animi vessati dalle paure, talvolta sospesi sull’abisso della solitudine interiore.
Ma quella notte, infine, avrebbe cacciato ogni timore, perché era stellata; era santa.
*
Maria Vittoria proseguiva nell’allestimento del presepe, maneggiando con cura le piccole opere d’arte che passavano fra le sue mani. Era in uno dei salotti della casa, quello più piccolo, con le poltrone e i divani di velluti rossi, dove lei lavorava sul tavolo addossato al muro, nell’angolo fra i due grandi finestroni.
Aveva disposto sul tavolo piccoli sassolini e pezzettini di legno per ottenere il fondo. In mano teneva l’impagliatrice di sedie, statuina che la famiglia possedeva fin dal ‘700, le diede il suo posto accanto al bottaio, vicino le pose i piccoli cesti impagliati, che di recente il loro artigiano di fiducia aveva dovuto rifare: quelli originali, nonostante le cure, si erano praticamente sbriciolati.
La scenografia di fondo, con tutti i pastori in discesa dalle montagne, era già stata sistemata; ogni pastore, ogni pecorella, ogni agnello avevano già trovato collocazione. Ora stava sistemando la scenografia di pianura, dove si sarebbe ammirata la scena di città.
Tutta Napoli avrebbe trovato posto su quel tavolo: la città di oggi accanto a quella il cui tempo si era fermato, in epoche diverse, tra le mani di un artista artigiano, che l’aveva immortalata in preziose figure e in piccoli oggetti di vita quotidiana.
Questa era l’occasione in cui strati diversi di passato, di moderno e di contemporaneo si sarebbero conciliati e avrebbero pacificamente sostenuto lo stesso spettacolo di mangiatoia: oggi, attori di epoche diverse sarebbero confluiti sulla stessa scena, lì, su quel tavolo, amorevolmente guidati dall’attenta regia della quindicenneVittoria, dalle mani aggraziate.
*
Tutti loro erano considerati pastori, anche quando rappresentavano mestieri diversi. Sistemati tra le pieghe delle stoffe o delle carte fra le quali erano stati adagiati per il resto dell’anno, attendevano la forma che per quell’anno sarebbe definitivamente stata loro impressa.
In passato era capitato che si fossero sentiti imperatori della scena, attori di prim’ordine, destinati alla stupefatta attenzione del pubblico, di cui avevano riscosso l’ammirazione, e anche quest’anno ogni astante, quando il presepe fosse terminato, si sarebbe mosso attorno con passi attutiti e visi protesi.
Anche in questo Natale i ponti, sistemati in bilico fra fragili sponde di ruscelli, si sarebbero barcamenati come ginnasti in equilibrio, mentre con un filo di nostalgia loro avrebbero ripensato alla passata sistemazione, quella dell’anno trascorso, che oggi appariva ai loro stessi occhi come opera di costruzione più solida e assai meno avventurosa. Ma non potevano agire: solo essere agiti.
*
Nella notte ognuno di loro, ogni viaggiatore verso Betlemme, depositava a terra le proprie carabattole; i più disordinati le sparpagliavano attorno a sé. Il presepe, che di giorno si riassestava, riassumendo come poteva un senso di ordine, di notte lo perdeva del tutto. Forse erano gli uomini che vi giravano intorno, durante le ore del giorno, a fornire un senso a quel guazzabuglio; infatti erano loro che dicevano:
«Ecco, qui pascola questo gruppo di pecorelle», sistemandole proprio lì.
Poi però le lasciavano sole e di notte le pecorelle sporcavano dovunque, si spostavano belando, fuggivano al cospetto di lupi selvaggi (ma forse erano solo cani) che arrivavano mostrando i denti. Insomma, non si capiva più niente. Era persino capitato che arrivasse una famiglia di topolini, che aveva tentato di rosicchiare il prosciutto appeso, aveva bevuto l’acqua del laghetto e aveva scompigliato ogni stelo d’erba e di fiore. C’era da augurarsi che non avessero nidificato nella casa dell’impagliatore di sedie.
*
Accadeva sempre, quando il presepe era finalmente pronto, che nel buio della notte inframmezzato da lance improvvise di luce, qualcuno fra loro si spaventasse per quelle presenze così inquietanti, dalle forme arrotondate e gobbute, con paramenti luccicanti come gonnellini di danzatrici, tintinnanti al movimento come scacciapensieri. Alti e strani animali giunti da oriente, si diceva, sembravano avanzare dondolando, mentre le frange e i ricami delle loro gobbe frusciavano nel buio. Portavano carichi di datteri, e frutti dolcissimi, e ricchezze inimmaginabili, profumavano di spezie e di foglie preziose, sporte di vini e elisir dolcissimi. O almeno, così si diceva: così le voci sussurravano al loro frusciante passaggio, condotto dagli uomini. Disdegnavano ogni altro personaggio, ondeggiando come fa la sabbia al vento del deserto: e da lì si diceva che provenissero.
Tutti loro li osservavano intimiditi e persino gli abili artigiani, abitualmente orgogliosi delle loro arti, rimanevano incantati ad osservare. Al confronto degli animali dondolanti del deserto sentivano che i loro ruoli si sminuivano.
Non si preoccupavano invece del possibile confronto gli storpi, i ciechi, i gobbi… tutte le forme meno fortunate del genere umano.
*
Che cosa avrebbero scelto quell’anno gli abitanti della casa? Grotta o stalla? Nell’armentario della famiglia entrambe le collocazioni della nuova nascita erano già state sperimentate.
Dall’Alto Canavese ad un certo punto della storia della famiglia era giunta una grotta intagliata nel legno, che contendeva alla stalla il privilegio della scena. Le vacche avrebbero pascolato in un paesaggio montano, su uno sfondo invernale innevato, con gli alberi dalle bianche punte? Sarebbe stata tirata fuori anche la fontana con le stalattiti e le stalagmiti? Avrebbero rinunciato a sfoggiare i pastori di scuola napoletana, che pure si erano amplificati nel tempo in una meravigliosa mediterranea esuberanza figurativa?
Adesso lo scatolone era a terra, ai piedi del tavolo che sarebbe stato dedicato a loro, almeno per ventinove giorni. Lo stress del viaggio sarebbe finito solo quando a uno a uno fossero stati tutti sistemati sulla tavola: tutti, tranne uno. Lui si sarebbe fatto attendere ancora per qualche giorno. Era un’attesa stancante per ognuno di loro, che non si sentivano al completo senza di lui, ma alla fine anche l’ultimo piazzamento sarebbe stato completato.
*
Nella notte spesso qualcuno di loro raccontava, pur non essendo sicuro di essere ascoltato: non tutti i discorsi erano conversazioni, avevano piuttosto il suono dei monologhi. Vi erano nomi che venivano pronunciati più spesso: padre, madre, sorella, fratello, amico, amore, destino… Ognuno di quelli che di volta in volta parlavano aveva sprazzi di ricordi, e si gettava a farne il proprio racconto. Per ognuno di essi c’era un amico, una sorella, un amore grande o piccolo, felice o infelice, si dipanavano destini… Tutti iniziavano a chiedersi come mai questi nomi tornassero in ogni racconto. Ascoltavano se stessi, ascoltavano gli altri personaggi del presepe, e infine avevano l’impressione che ogni storia si confondesse con l’altra; diventava difficile distinguere fra loro i gradi di parentela, gli esiti degli amori, i destini degli uni e degli altri. Non sapevano più qual era il racconto che avevano narrato e quello che avevano ascoltato; loro stessi credevano di essere figli, e amanti, e madri, e pescatori, e cacciatori, e agnelli, e soldati romani… a turno avevano preso posto al centro della scena, poi avevano recitato parti gregarie, poi erano stati semplice massa di popolo. E ora, chi era di scena?
Qualcuno iniziava a chiedersi perché avesse intrapreso quel viaggio, iniziava a pensare che il viaggio fosse interminabile, troppo disagevole. I marinai che erano giunti dalla costa, abituati a viaggiare solo per mare, erano sfiniti dal lungo cammino. Si domandavano se ci fosse un futuro. Impossibilitati, su terra, a tracciare rotte e a progettare approdi, si erano nel frattempo dimenticati per quale ragione si fossero incamminati e quale sogno li avesse attratti lì.
Ma noi siamo davvero viaggiatori alla volta della Stella? O non siamo che statuine?, alcuni si chiedevano; e la confusione serpeggiava. Qual è il nostro ruolo? Quale il nostro destino? Ma ormai il gioco si era portato troppo avanti, e sebbene comprendessero d’essere diversi dagli umani che li maneggiavano, si erano profondamente identificati nei cercatori di salvezza.
Non avrebbero riportato a casa stoffe preziose né carichi di spezie, si dicevano i marinai, e dunque, che cosa erano venuti a fare? Tuttavia il ricordo si stemperava, nella notte addirittura si raggelava, e loro volgevano gli occhi intorno, incapaci di trarre, da ciò che li circondava, i segni di quella cosa che li aveva condotti fino lì.
*
C’era tutta la famiglia attorno al tavolo. Qualcuno estraeva gli oggetti, un altro scartava, un terzo proponeva una collocazione per questo o quello, un altro ancora voleva occuparsi prima del paesaggio, dello sfondo, addirittura della forma: insomma, un gran rumore, un vociare sconnesso, un accalorarsi disordinato e improduttivo. La cosa cominciava a destare qualche preoccupazione. Queste persone si sarebbero mai date una regolata?
Loro passavano di mano in mano: una era appiccicosa e sapeva di cioccolata, l’altra era ruvida e un po’ callosa, quella era maldestra e li induceva a temere per la loro stessa vita. Tranquilli certo non potevano stare.
Speriamo si decidano, prima o poi, pensava ciascuno di loro nell’attesa pericolosa.
Qualcuno prese la direzione della baracca:
«Prima dobbiamo decidere se vogliamo farlo in pianura o in collina».
E le sue parole misero tutti a tacere.
Per qualche attimo. Perché poi tutti si rigettarono nella mischia verbale, e si scatenò l’inferno.
Il problema era che, mentre ognuno si accalorava nel sostenere la propria opinione, manovravano impugnandoli e brandendoli come spade. Tutti fendevano nell’aria certe affermazioni che meritavano di essere sottolineate e accompagnate da traiettorie diversificate. Loro, in preda delle manacce di tutto il gruppo,servivano a tutto, a dire su e giù, di qua e di là, sopra e sotto, ma anche a sinistra, a destra, insomma ogni persona presente disegnava il proprio paesaggio mentale con uno di loro in ogni mano. Più le mappe dei loro pensieri si presentavano complicate, più le diverse braccia s’incrociavano, si affrontavano in assalti ripetuti, si muovevano in fendenti che facevano tremare il cuore. Era difficile credere che stessero solo parlando: sembrava piuttosto un incontro all’arma bianca privo di regole. Ma quando li avrebbero messi giù?
Infine qualcuno intervenne, come deus ex machina:
«Parliamone».
Parliamone? E finora che cosa avevano fatto?
*
Ora un intero villaggio si accalcava nella pianura, cui giungevano, per lo più a piedi, lunghe file di gente del popolo, attratta dalla stella che li aveva guidati. Stavano giungendo, anche più rare, carovane a cavallo e i pochi stranissimi cammelli. Le pastore preparavano l’accampamento per la notte, e capitava che sostasseso presso qualche bottega, insieme a qualche rara cortigiana, a ciechi che procedevano tastando il terreno col bastone, a vecchi barbuti dalla schiena piegata, a giovani fanciulle ridenti.
La notte era fredda, molto fredda. Le figure si rannicchiavano, cercando un posto alla meglio riparato, aspettando l’alba. Qualcuno fra loro si chiedeva se questo viaggio avrebbe avuto un ritorno o se tutto, al suo termine presso la grotta con il Bambino, sarebbe stato compiuto. Ma come fra gli umani, ecco che i pensieri più alti, anche presso le piccole sculture di terra, venivano spostati un po’ più indietro e nei sogni avanzavano sguardi e sfioramenti, e amplessi senza parole…
*
I Maghi già scalpitavano nello scatolone: anche lì volevano saperla lunga! Fremevano in mezzo alle statuine degli araldi, dei palafrenieri, dei servi, dei musici, delle cortigiane e dei paggi. Erano costretti ad attendere in compagnia degli animali, delle bardature per i cavalli, dei finimenti di pregio, insieme con i cammelli drappeggiati come odalische con veli.
Al fondo dello scatolone si affollavano in gran disordine i poveri, i diseredati, gli umili, i popolani in vesti cenciose.
Poldo si avvicinò a annusare per bene la scatola: facciata superiore e quattro lati vennero ispezionati con cura; quando, dopo qualche minuto, fece un tentativo indeciso d’alzare la zampa posteriore destra qualcuno gli mollò un ceffone sulla chiappa dall’altra parte. Colpa sua: aveva tergiversato troppo. Un po’ disorientato dalla manovra Poldo desistette; andò in cucina, dove il profumino di ragù prometteva sviluppi più interessanti.
Nei pressi dello scatolone lo sostituì Melania, più attratta del visitatore che l’aveva preceduta al fiocco che legava la scatola. Frastornata dal campanello che aveva appena suonato Melania andò a rifugiarsi sotto una poltrona, non tanto per timidezza, ma perché lei era un tipo riflessivo: le piaceva studiare le situazioni con calma. Naturalmente si riprometteva di tornare a analizzare l’oggetto di cartone che, con lieve odore di muffa, spadroneggiava sul suo pavimento, dove abitualmente si rotolava e eseguiva una serie complicata di esercizi ginnici.
*
Nella notte sognavano la loro sistemazione coreografica definitiva (definitiva almeno per quell’anno). Erano pronti per ricevere l’impronta che qualcuno avrebbe loro dato: si sarebbero trovati inseriti in nuovi gruppi di persone, in famiglie diverse, per somiglianza o per contrasto? Ognuno di loro era pronto, come lo erano gli umani, a riconoscersi in quel presepe, o almeno a riconoscere alcune parti di sé.
Ciascuno pregava la notte:
«Eccomi, signora Notte, signora del Tempo, ci sono anch’io. Se con questa nuova nascita si avvierà un nuovo progetto di vita, ci sono anch’io. Anch’io faccio parte di un destino di cui questo presepe è testimone; desidero che anche per me si dipani una nuova vita. Anche per me, feconda Notte, sarai crogiolo di nuovi germi di vita, nuove energie, nuova crescita.
«Ecco, qui mi raccolgo: voglio meditare, voglio riflettere, voglio incubare. Ascolto il rumore del silenzio e le mie antenne vibrano».
E nella notte i pensieri e le preghiere delle statuine si sovrapponevano a quelle degli uomini.
*
Caterina stava sistemando il pittoresco mondo dei Magi, così come aveva preso forma nell’elaborazione fantasiosa dei secoli. Apprezzava tutta la coreografia regale che le statuette portavano con sé: il gran sfoggio di spade, lo scintillio delle scimitarre, il luccichio degli ori e degli argenti, il brillio dei vetri colorati, fatti a somiglianza delle pietre preziose. Aveva sempre preferito quella parte del presepe a quella dei semplici pastori. Le era sempre piaciuta la boria di quelle statuette, che si erano aggiunte nel tempo a quelle della collezione napoletana della sua avola Carlotta. Tutto ciò che agli artigiani doveva essere sembrato orientale vi era stato infilato, insieme con straordinarie vesti e copricapi. E quanto le piaceva il corteo di accompagnamento, annunciato dagli araldi, composto dai servitori, dai palafrenieri, dai soldati, cui seguivano, meno appropriatamente, ma con altrettanta coloritura, le odalische e le cortigiane. E gli animali? I più belli del presepe! Elefanti e cammelli, più modeste scimmie, e i pappagalli sgargianti dalle lucide piume… e poi la fanfara con le trombe, i cimbali e i corni. Che senso di potenza e di regalità!
Sua sorella invece preferiva gli animali domestici, sistemava sempre lei le oche e gli agnelli!
*
Sullo stesso suolo di carta arruffata ora si trovavano assestate parti diverse; dove si affacciava ieri il muretto del pozzo profondo, oggi aveva trascinato la propria sedia il bottegaio, col suo armamentario di salumi e prosciutti, appesi in alto sul banchetto dove gli avventori si potevano affacciare. Quell’improvviso cambio di uso avrebbe potuto confondere chiunque, scontornava e rendeva imprecisi i confini delle loro esistenze, inducendoli talvolta a una crisi, che rendeva difficile riconoscere il senso della loro vita.
Che sono venuto a fare qui? si domandavano i vari pezzi. Qual è il senso di questa mia vita? Qualche ricordo si illuminava per brevi attimi come un flash, e poi… via, era già lontano. Solo loro rimanevano, con tante domande racchiuse nella mente e nel cuore.
Ma ad un certo punto, ecco… oro incenso e mirra… avanzavano i Magi portando i loro doni… la risposta era lì?
Diciamo sempre le tre parole così, in questo ordine. Sempre tre, ancora tre…oro, incenso e mirra…
Era enorme la stella, quando la scorsero. Tanto l’avevano attesa, fiduciosi nella profezia.
Anche gli Astrologi l’avevano attesa. Eccoli, i Magi. Forgiati nella fucina inconscia di tutti i miti e di tutte le storie del mondo, eccoli; all’orizzonte si profilava la carovana e loro erano lì, provenienti dalle tre direzioni del mondo per vivere insieme la simbolica esperienza. Giungevano da luoghi mitici, forse dalle Tre Indie: Melchiorre, grondante oro, dalla fertile terra di Arabia e di Nubia;Baldassarre dalla terra dell’incenso e delle spezie; Gasparre dal regno di mirra.
«Dove si trova il re dei Giudei appena nato?», chiesero.
Li precedeva la stella.
*
C’erano discorsi pubblici e discorsi segreti, fra di loro. In questo si sentivano tanto somiglianti a quegli umani che li avevano creati. C’erano desideri dichiarati e desideri muti, tenuti nel segreto di ciascuno. C’erano paure non dette che serpeggiavano, e ansie interminabili per le proprie vite e i propri destini. E sebbene ciascuno di loro conoscesse la caducità della propria esistenza, non potevano rinunciare né ai desideri né alle paure. Era come se la terra di cui erano fatti avesse impresso nel loro petto, insieme alla pesantezza della materia, questo aereo frullo d’ali, un anelito, un anelito… verso qualcosa di più alto, un’unità più estesa, più grande, vibrante d’amore. Non è che mancasse loro il filo del raziocinio, in grado di dare regole alla loro vita, non è che mancassero di prospettive realistiche, però… però…
Oro, incenso e mirra, riflettevano.
Alla natura mortale dell’uomo si addice la mirra; con la resina anche gli Egizi mummificavano i corpi e poi, dalla pianta della mirra veniva l’antidoto contro il morso dei serpenti. Ci voleva la mirra per proteggere dalla morte.
Allo spirito si addiceva l’incenso che, tra fumo e profumo, sapeva innalzare le preghiere verso il cielo.
Al re si addiceva l’oro, perché la ricchezza spirituale non può che prepararsi con quella materiale.
«Abbiamo seguito la stella che è sorta. Siamo venuti per adorarlo», dissero i Magi.
Non si sa di quale stella si trattasse, ma non era una stella qualunque. Era luce guida e messaggera di luce, capace di orientare e tracciare la via. Anche quella dell’anima…
*
Si stavano avvicinando alla meta. I più decisi fra loro guidavano la carovana, che si era allungata come una biscia dai molti colori, ma dove i terrigni toni della polvere prevalevano su ogni altro. Davanti camminavano coloro la cui fede era più forte, li seguivano quelli che dopo tanto camminare erano divenuti incerti; a una certa distanza si raggruppavano in appendice gli storpi. La carovana aveva viaggiato chiassosa, di tanto in tanto si era levato un canto che aveva accompagnato la marcia, nel tintinnare delle masserizie, che nel frattempo, consumandosi, erano diminuite. Si erano formati lunghi tratti di silenzio e ora il serpente era ammutolito e i respiri si erano sincronizzati; i movimenti si erano fatti più lenti.
Abituati al regolare procedere nel deserto, quando scivolavano con i piedi sulla sabbia infuocata, alcuni fra loro, magri e scattanti, abituati alla fatica e al sacrificio del viaggio, avanzavano ora senza concedere soste, né a se stessi né alla biscia in movimento che si srotolava dietro di loro, non già perché non avessero bisogno di riposo, ma piuttosto perché non potevano permettersi comportamenti inconcludenti, che avrebbero portato a ritardare l’arrivo. Camminando, ora alcuni di loro lasciavano ciondolare fra le mani i bracieri, su cui stava bollendo l’acqua per la tisana che li avrebbe dissetati. L’avrebbero preparata e bevuta senza fermarsi.
Poi… ecco, in piedi si erano bloccati, di colpo, con gli occhi in alto, verso la stella. Ora la si poteva toccare con le mani.
La stella indicava una grotta, un buio riparo, e da lì sembrava provenire una nuova luce: luce dal buio. Il grande anelito alla luce che ciascuno di loro aveva provato, ecco, si realizzava. Si erano allineati in lunghe file serpentine per raggiungere quel luogo, avevano lunghissimamente camminato, avevano sostato solo nelle notti, accendendo focolari domestici. Con piccoli fuochi avevano alimentato il grande fuoco del desiderio, attenti, vigili per quanto possibile a compiere gli sforzi necessari affinché rimanesse desto il lume delle loro coscienze. Volevano rinascere.
Con i fiati sospesi si avvicinarono. Sì, tutti, tutti volevano rinascere.
Nella grotta già stavano i Maghi: Melchiorre, vecchio canuto, porgeva inginocchiato la propria offerta di oro; Baldassarre, adulto virile di pelle scura, offriva incenso; il più giovane, Gasparre, adolescente ancora imberbe, donava la mirra.
Tutti, tutti, tutti volevano rinascere.
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Commenti disabilitati su IL PRESEPE IN VIAGGIO (racconto di L. Gariglio pubblicato su “Parole in rete”, dicembre 2023)
LA COLPA ORA È DEL MASCHI0 (pubblicato su “Parole in rete”, dicembre 2023)
Forum, talk-show, fiaccolate, dichiarazioni politiche, conversazioni salottiere, lettere, annunci propagandistici, post, al fine di trasformare un singolo evento, violento in massima misura, ma pur sempre un singolo evento, in un evento-simbolo, in grado di far esecrare e condannare l’intero genere umano maschile.
L’operazione mediatica è partita con immediatezza, quasi fosse già stata preparata, è stata condotta in modo efficientissimo, coinvolgendo ogni mainstream, il cui scopo di esistenza è per l’appunto quello di seguire pedissequamente le indicazioni padronali del pensiero unico, non ha mollato la presa per giorni e giorni a cominciare dal primo annuncio fornito dai media dell’allontanamento dei due ragazzi veneti dalle loro case. L’operazione mediatica si è gettata a capofitto sulla golosa occasione, rappresentata dal delitto morboso (su cui peraltro oggi si addensano molti dubbi, vista la dichiarazione della Polizia tedesca circa la mancanza totale di macchie di sangue sull’auto), e ha immerso tutti noi, volenti o nolenti, in un clima carico di delittuosità, assassinio, spargimento copioso di sangue, botte, ferite, accoltellate impietose, dove a predominare è solo il male assoluto. Momentaneamente in esaurimento la carica di paura indotta con le pandemie, con le guerre, e in Europa e in Medio Oriente, dove comunque abbondano le visioni di innocenti massacrati, era tempo di fornirci nuovo materiale in grado di far ammalare le nostre anime; assassinii efferati possono agevolmente distrarre dalle importanti e preoccupanti notizie economiche.
Certo, lo sappiamo noi e anche loro che non si può tirare troppo la corda e dopo un certo numero di giorni è necessario che i media tornino a una qualche normalità, perché l’interesse del pubblico comincia comunque a scemare, ma intanto si è creata una base di azione negativa sull’inconscio collettivo, sul quale la cattiveria, il dolore, la sofferenza, il puro male si sono situati con la forza di un virus, e il risultato negli animi umani è la paura per l’incertezza e la pericolosità del futuro, la perdita di fiducia nell’avvenire e più in generale nel genere umano, la perdita di quel sentimento che anima le azioni dell’uomo e lo spinge a evolversi: la speranza.
Questa volta i sentimenti preoccupanti si sono volutamente addensati attorno al mondo maschile, e le azioni di attacco dei media e dei loro lacchè hanno infierito sul genere maschie, ma io preferire dire sull’archetipo del maschile.
Non nasce dal nulla, ma si fonda su una lunga crisi che ha investito la mascolinità, cui da tempo è stata strappata l’importanza del ruolo paterno, pensato all’interno di un sistema armonico di relazione fra i sessi.
Ho scritto sessi? Eh, già, parola desueta, ma io appartengo a un mondo antico, un mondo perduto. Oggi il concetto di sessualità, e maschile e femminile, è roba dell’altro mondo, soppiantata, con successo, dal concetto di genere, anzi di generi plurali, che come sappiamo ormai felicemente pullulano.
Sì, ho scritto sessi. Per la precisione due, complementari fra loro, dove non necessariamente il maschile rappresenti il fondamento di un ordine, e dove non si guardi solo al femminile come fondamento della dimensione privata e emotiva. Due sessi per capire le basi della psiche umana. Due sessi fra i quali uno, quello maschile, possa rappresentare virilità, potere, sicurezza, senza sopraffazione dell’altro.
È noto che la mascolinità sia in crisi, a causa del cedimento dell’autorità in seno alla famiglia e alla società, alla perdita di stabilità della vita e della sicurezza familiare e sociale che ha colpito sia uomini sia donne, ma in particolare ha minato i soggetti maschili, resi più vulnerabili a causa della crisi di ruolo che stanno vivendo nella società.
Oggi interessa soprattutto diffondere stereotipi, e fornire un’immagine del maschile come pura sopraffazione, violenza, disprezzo del femminile, abuso. Dopo secoli i cui le donne sono state trasformate in demoni, in streghe, adesso è tempo di creazione di mostri, di dilaganti figure maschili vissute come assassini e stupratori; si vuole ostinatamente offrire un’immagine del maschile malato.
Credo che finalità sia, in finale, fratturare gravemente il sacro incontro archetipale tra Maschile e Femminile, che si riflette dalla dimensione umana a quella cosmica, e viceversa. L’Universo è governato da polarità opposte: la natura polare dell’esistenza è indagata in tutte le filosofie: Yin e Yang interagiscono nel Taoismo. Yang è razionale, verbale, attivo. Yin è compositivo, ricettivo, immaginativo. Mi pare che un insegnamento fondamentale della dottrina cabalistica sia quello dell’integrazione fra Maschile e Femminile. Nella mitologia induista l’Universo è creato dall’incontro fra maschile e femminile: Shiva e Shakti. Shakti è pura coscienza manifesta, è “colei che dà la vita”, è la Madre dell’Universo. L’incontro di Shiva e Shakti rappresenta nel genere umano il risveglio dell’anima.
Gli emblemi del Maschile e del Femminile si completano l’un l’altro, le energie contrapposte si integrano, poiché il dualismo è insito in ogni cosa.
Che cosa accade quando un principio o l’altro viene negato?
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Commenti disabilitati su LA COLPA ORA È DEL MASCHI0 (pubblicato su “Parole in rete”, dicembre 2023)
LE CITTÀ INVIVIBILI (pubblicato su “Parole in rete”, novembre 2023)
Calvino scriveva che le sue «città invisibili» nascevano come un sogno dalle città invivibili, eppure al suo Marco Polo, protagonista insieme all’imperatore Kublai Kan dell’opera, interessava «scoprire la ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città», al di là della fragilità dei sistemi/città e delle loro crisi.
Che oggi nelle città (non solo nelle megalopoli), si viva male, è un dato incontestabile, sia che la vita si svolga proprio nel cuore della città, come nell’esteso suburbio. Lo spazio suburbano è il risultato di un processo quasi canceroso di colonizzazione urbana, di una presa degli spazi vitali che attorniano la città: una sorta di edificazione della campagna in progressiva decadenza, con la presenza, in alcune città, di baraccopoli in perpetuo disagio sociale.
A proposito della città calviniana di Cecilia, Polo riferisce che il Gran Kan lo rimprovera perché non gli parla mai dello spazio che si estende tra una città e l’altra, non gli dice «se lo coprano mari, campi di segale, foreste di larici, paludi». Allora Polo gli risponde con un racconto e gli narra dell’incontro con un capraio, un pastore in transumanza, che conosceva tutti i nomi dei pascoli ma non sapeva riconoscere le città. Polo ammette che per lui è l’esatto contrario. Passano molti anni e i due si incontrano nuovamente. Il capraio conduce poche capre spelacchiate, ridotte a pelle e ossa, in luogo del suo gregge fiorente. Si trovano entrambi nella città di Cecilia, e non sanno come ci sono arrivati, giacché provenivano da città lontane: in pratica la campagna fra le città distanti è sparita. Infatti il capraio conclude: «Qui una volta doveva esserci il Prato della Salvia Bassa. Le mie capre riconoscono le erbe dello spartitraffico».
Così, quando in Le città invisibili arrivi a Pentesilea «sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o se sei ancora fuori». Pentesilea «si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura». In buona sostanza i margini della città non esistono, si susseguono i sobborghi, le aree dismesse, i cimiteri, i mattatoi: dove esattamente Pentesilea inizi e finisca non lo sa più nessuno e Pentesilea nella notte «è solo periferia di se stessa», una sorta di limbo continuo senza definizione di entrate o di uscite.
Qualche volta il degrado delle nostre città nel suo complesso è fortemente avvertibile: traffico scatenato e caotico, eccessiva velocità dei mezzi, inefficienze dei mezzi pubblici, mancanza di verde, mancanza di spazi pubblici, inquinamento, rumorosità, pericoli di ogni genere compresa la criminalità, rifiuti.
Nella Leonia di Calvino ogni mattina « sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia di ieri aspettano il carro dello spazzaturaio». Infatti la ricchezza di questa città si misura dalle cose che ogni giorno vengono scaricate come spazzatura. «Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede». Certo è che «una fortezza di rimasugli indistruttibili circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne». Verso il pattume di Leonia tuttavia avanzano inesorabilmente gli immondezzai di altre città, che a loro volta tentano di respingere lontano da sé le proprie montagne di rifiuti.
Non è un’immagine troppo lontana dalla nostra realtà.
Le promesse medievali sono ormai completamente negate (mi riferisco al motto medievale “la città rende liberi dopo un anno e un giorno”, motto che valeva per i servi della gleba fuggiti). Abbiamo superato in peggio le descrizioni di Musil attorno agli anni ’30 del Novecento:« la metropoli è costituita da irregolarità … da collisioni… da punti di silenzio abissali, da rotaie e terre vergini, da un gran battito ritmico e dall’eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi».
Oggi si fa un gran parlare di sostenibilità della città. L’Agenda 2030 dell’ONU dichiara all’obiettivo 11 che occorre rendere le città e gli insediamenti umani sicuri, inclusivi, resilienti e sostenibili: in una frase almeno tre aggettivi che personalmente detesto, per l’abuso che se ne fa. Per attribuire agli insediamenti urbani le qualità indicate si dice, nel documento, che entro il 2030 dovranno essere realizzati: accesso ad alloggi adeguati per tutti; riqualificazione dei quartieri poveri; sistema di trasporti sicuro, in particolare quello pubblico; riduzione dell’impatto ambientale negativo, con attenzione ad aria e rifiuti; realizzazione degli spazi verdi.
Uhauuuh: detto, fatto.
O no?
Un po’ distratta dal nervosismo provocatomi dagli aggettivi usati non so dare risposte. Resiliente va bene per tutto, dovrebbe mettere d’accordo tutti, viene propinato in ogni occasione e offerto come tazzina di caffè: per il fatto che è usato a proposito e a sproposito ci si dimentica del suo valore reale, in cui qualcosa si mostra capace di autoripararsi. Sostenibile ha ormai preso il significato di compatibile con le risorse ambientali: ha la stessa funzione che ebbe nella seconda metà del ‘900 l’aspirina: buona per curare qualunque cosa (adesso démodé). Entrambi i due aggettivi precedenti vengono considerati molto fighi e sono spesso usati in modo intercambiabile con quella fluidità che oggi piace tanto.
Ma ci vogliono almeno altre due parole per completare il quadro degli stereotipi : circolare (riferito all’economia) e inclusivo.
Non si discute certamente l’opportunità di rallentare lo spreco di risorse naturali, ridurre i rifiuti, contribuire a rigenerare i sistemi naturali; ma c’è da dire che l’economia circolare fa tanto bene soprattutto alle aziende (e ai loro profitti) quando puntano su riciclo e riuso.
L’inclusività viene declinata in molte maniere, a seconda che ci si riferisca a obiettivi educativi, didattici oppure economici e sociali. Se applichiamo il concetto alla città abbiamo l’obiettivo di risolvere i problemi di diseguaglianza, o di sovraffollamento, o di degrado: ci dovrebbe essere una certa equità sociale, e una simmetrica integrità dell’ambiente; dovrebbero funzionare in modo attivo delle politiche finalizzate alla diminuzione (non parliamo nemmeno di risoluzione) delle diseguaglianze sociali; ci vorrebbero investimenti per ridurre l’emarginazione e il degrado sociale. Nobili principi cui rispondono nobili obiettivi, senza la realizzazione dei quali non può esistere giustizia ambientale (se viene a mancare quella sociale). Che cosa fare come semplici cittadini? Certamente spingere per garantire l’abbattimento di barriere, in modo da includere tutti nel diritto agli spazi e ai contenuti, ma, in modo più diretto, lavorare affinché gli incontri fra persone siano possibili, uguali nella sostanza, non nella forma: in questo senso la fragilità va senz’altro difesa, affinché l’unicità degli esseri umani possa trovare espressione.
Mancasse nelle nostre città qualunque forma di inclusione si finirebbe come in Cloe, definita da Calvino grande città in cui le persone vivono senza conoscersi, in cui è impossible qualunque incontro, dove «nessuno saluta nessuno, gli sguardi si incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano», così mai fra le persone in Cloe corre una parola né ci si sfiora con un dito. La possibilità di comunicazione non è che sogno: è la città dell’esclusione per eccellenza, un’esclusione che riguarda tutti, senza differenze di alcun genere. Si potrebbe dire un’esclusione inclusiva.
Come sarà la città del futuro? Noi sappiamo che sono in corso alcuni progetti di 5-minute city o città di 15 minuti basati su un’idea non recentissima, del 2016, di un urbanista franco colombiano di nome Carlos Moreno, docente di urbanistica alla Sorbona di Parigi; questo concetto della città di 15 minuti è stata ripresa in seguito da Anne Hidalgo, sindaco di Parigi: è il modello di una città in cui tutti servizi dovrebbero essere accessibili a chiunque la abiti in un tempo massimo di 15 minuti di distanza dalla propria abitazione, calcolati camminando a piedi oppure percorrendoli in bicicletta.
Fa parte di del più ampio progetto delle smart-city, le città intelligenti. Dove intelligenti significa massivamente digitalizzate. Si tratta di digitalizzre mezzi di trasporto, automezzi e non solo: lo scopo ultimo è quello di realizzare, attraverso i mezzi, il tracciamento delle persone. Il traffico nelle città del futuro sarà via via sempre maggiormente ristretto, limitato, scoraggiato. Per ottenere questo risultato saranno ampliate le limitazioni già vigenti oggi; per esempio attraverso i parcheggi. Già adesso ci hanno abituati a usare parcheggi che considerano la targa del mezzo richiedente il servizio, in modo da poter escludere le auto o gli altri mezzi che non rispondono alle caratteristiche richieste per la viabilità di quella zona. Ma saranno previste naturalmente anche delle misure restrittive per l’attraversamento delle città: sarà senz’altro più difficile il passaggio da una zona all’altra, da un quartiere all’altro. In questo senso esiste già la l’esperienza della città di Oxford in cui l’area urbana è stata divisa in sei zone o distretti ed è stata data la possibilità ad ogni veicolo, posseduto dei residenti, di attuare un attraversamento di zone fino a un massimo di 100 passaggi, dopodiché vengono erogate delle sanzioni amministrative. Superato il limite massimo delle 100 possibilità necessariamente bisogna ricorrere ai mezzi pubblici oppure occorre attuare dei percorsi molto più complicati, con percorrenza molto più lunga. Inutile aggiungere che le auto sono controllate da telecamere. A Oxford ci sono già state moltissime proteste popolari nei confronti di questa sperimentazione che peraltro va avanti, e ciò nonostante Oxford sia praticamente una città università, dove è molto più facile attuare una sperimentazione di questo genere perché gli studenti sono per lo più abituati a circolare senza automobili personali Inutile dire che l’obiettivo ultimo è appunto lo scoraggiamento del possesso delle autovetture private e l’incentivazione di una mobilità apparentemente leggera, cioè a piedi o in bicicletta. Con i progetti 5 minute city la privatizzazione delle auto diminuirà sempre di più. In tutto questo ovviamente ci sono dei rischi, uno dei quali è e che si vadano a formare delle zone, diciamo così, particolarmente felici, contrapposte ad altre problematiche: sostanzialmente ci saranno delle zone centrali benestanti, ancora più separate di quanto non siano oggi dalle zone di periferia.
Naturalmente tutte queste iniziative sono propagandate in chiave green: virtuoso è chi le appoggia, viziato chi si oppone.
Ancora una volta un’idea di per sé positiva, quella di una città più umana, con servizi pubblici fondamentali, con soddisfacimento dei bisogni a pochi metri da casa, con aree verdi, parchi, riduzione dell’inquinamento, viene declinata in chiave dispotica.
In questi giorni abbiamo vissuto nel nord e centro Italia piogge, piene di fiumi e torrenti, corsi d’acqua sull’orlo del tracollo, esondazioni, centinaia di case e famiglie senza acqua potabile e senza luce, scuole chiuse in alcune province, morti, feriti, dispersi, allagamenti di strade e edifici pubblici essenziali, come gli ospedali, sanità al tracollo nelle località colpite, chiusure di strade e autostrade: tutti segni di fallimento dello Stato. Ma la tutela del territorio non è obiettivo dell’Unione Europea presente nel PNRR. Infatti il primo obiettivo indicato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è la Digitalizzaione, Innovazione, Competitività, Cultura. Il secondo: Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica. Il terzo: Infrastrutture per una Mobilità Sostenibile. Il quarto: Istruzione e ricerca. Il quinto: Inclusione e Coesione. Il sesto: Salute. I fiumi, vicini o lontani da abitazioni e città, sono liberi di continuare a esondare, l’ha detto l’Europa, tanto per parafrase un intercalare ormai comune.
Chiese a Marco Kublai: «Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quali futuri ci spingono i venti propizi».
E Polo al gran Kan: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui…»
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ANCHE GALILEO ERA IN MINORANZA (pubblicato su “Parole in rete”, ottobre 2023
Dopo la svolta dell’Equinozio dobbiamo davvero considerare l’estate finita e tirare le somme delle esperienze vissute. E come hanno passato l’estate i nostri ragazzi? C’è chi ha trascorso piacevoli vacanze e riposo, chi ha avuto bisogno di recuperare a settembre qualche materia, tra i più virtuosi qualcuno ha contribuito a ripulire sponde dei fiumi, c’è chi ha fatto giardinaggio o agricoltura ecologici, chi ha dato una mano nella tutela della natura o nella gestione di aree protette. I più in gamba hanno dedicato il loro tempo a inventare, magari partecipando a concorsi, come Fionn Ferreira, di 22 anni, che ha ideato lo sviluppo di soluzioni liquide per eliminare le microplastiche dagli oceani; o come Felipa de Sousa Roche, ingegnera di 27 anni, che si è dedicata al miglioramento dell’apprendimento digitale, inventando blocchi con icone 3D per insegnare l’alfabetizzazione digitale; o come Richard Turere, inventore Masai di 22 anni, che si è volto verso la protezione del bestiame senza mettere in pericolo la popolazione dei leoni, inventando un sistema che utilizza sequenze di luci per dissuadere leoni e altri predatori.
Ma non tutti abbiamo capacità di inventori, magari predomina in noi il lato artistico.
Come per Giorgia Vasaperna, italiana di 27 anni, attrice, la quale si è prodotta in una performance nel mese di luglio al Giffoni Film Festival, e ha recitato così bene da scatenare quel sentimento di empatia e quell’effetto di risonanza tale da indurre a commozione (quanto catartica?) del minIstro Gilberto Pichetto. Ben preparata ed efficace la giovane attrice ha eccelso nella parte di piagnona. Così, la notizia ha fatto il giro dei mainstream, assegnando una volta di più a noi italiani il ruolo degli inerti e passivi frignoni, ma evidenziando la talentuosa giovane nella sua particina di gretina (a Greta, non dimentichiamo come il professor Zichichi avesse personalmente raccomandato di STUDIARE). Vincente nella sua piena adesione al pensiero unico vigente, l’attrice, sfoderando la sua arma retorica, ha dato il suo contributo all’élite, schierandosi con la narrazione della crisi climatica come peggior minaccia per la nostra specie e mostrandone senza vergogna gli effetti su di sé.
Il riferimento a Greta Thunberg non è casuale: la narrazione dei problemi climatici fatta dalla giovane svedese, imbeccata e diretta dall’alto, fa parte integrante di quel quadro di pensiero unico dominante che vorrebbe mettere definitivamente a tacere le voci fuori dal coro. Malgrado la pappetta che i mainstream ci propongono mescoli tanti fattori diversi fra loro, quel tipo di narrazione pare avere un certo successo, se basta dichiararsi eco-ansiosi per balzare alla ribalta. Che cosa dunque comprende la pappetta che ci servono abitualmente? L’abilità, come per gli esperti gastronomi, è mescolare con arte gli ingredienti, in modo che il pubblico non vada troppo per il sottile, pretendendo di vederci chiaro fra riscaldamento climatico, paure di catastrofi ecologiche (ansie indotte con efficacia), problemi dell’inquinamento, emissioni di Co2, alternative energetiche, fonti rinnovabili… e via, mescolare bene fino a ottenere un morbido impasto (con tante menzogne).
I professori Carlo Rubbia (Premio Nobel per la fisica) e Antonino Zichichi sostengono che il clima della Terra è sempre cambiato: citano le glaciazioni, e le diverse variazioni climatiche nel tempo, si porta l’esempio del clima alpino molto diverso nel passato (le temperature erano così elevate da permettere ad Annibale di passare con gli elefanti)). Secondo gli scienziati citati attribuire alla responsabilità umana il surriscaldamento globale è privo di fondamento. Secondo Zichichi il cambiamento climatico dipende dall’attività umana solo per il 5% ed è differente dall’inquinamento (mentre la narrazione “ufficiale” vuole mescolarne gli elementi in modo da confondere con la confusione delle componenti anche la nostra comprensione, n.d.a.); secondo il fisico si può agire sull’inquinamento, ma non sull’attività climatica della Terra, che non ha origine antropica: il riscaldamento dipende, in sintesi, dall’attività del Sole.
Di analogo parere è anche Franco Prodi, uno fra i più importanti studiosi di fisica dell’atmosfera, il quale sostiene che «il cambiamento climatico non può non esserci perché dipende dal Sole, dall’astronomia, dall’effetto gravitazionale degli altri pianeti, dai componenti dell’atmosfera che possono essere naturali o indotti dall’uomo, insomma il sistema clima è assai complesso).
Sono molti gli scienziati, oltre a quelli citati, i quali ritengono che la realtà non risponda a quel panorama che il mondo politico e finanziario vogliono propinarci: l’impatto umano sul cambiamento climatico è solo un’ipotesi. Il climatologo Franco Prodi asserisce che vi siano gravi errori negli odierni studi sul clima: «viene privilegiata la pseudoscienza pilotata dalla politica e dalla finanza mondiali», afferma «nel caso del riscaldamento globale . Non si manifestano ancora compiutamente delle gravi conseguenze di fondo dell’umanità, tuttavia già operanti nell’abbandono immediato di punti di forza economici, con conseguente dilagare della povertà, nella perdita della democrazia a favore dell’attuale operante dittatura». Gli scienziati non-allineati ribadiscono dunque che il cambiamento climatico dipende dal Sole, dall’astronomia, dai cambiamenti dell’atmosfera». Sono bastate le loro dichiarazioni perché sparissero da qualunque programma televisivo e divenissero così, all’improvviso, scienziati poco raccomandabili, degni di ostentato disprezzo: una piccola minoranza indegna di nota.
Se la narrazione ufficiale, tuttavia, è tutta allineata con il catastrofismo, in modo tale da richiedere continui sacrifici alla specie umana, tale da indurre sensi di colpa, da pretendere espiazioni umane , non risulta essere un’assurdità provare eco-ansie, non solo per. giovani facilmente suggestionabili e fragili attivisti green, vista la propaganda delle istituzioni e del mondo delle informazione.
Se non proviamo simpatia per chi prova le eco-ansie è solo perché pensiamo che certe recite siamo ben sostenute e sponsorizzate.
Non vorrei che si pensasse che io non dia la giusta importanza ai processi ecologici e alla questione ambientale: al contrario, è proprio perché la mia attenzione è massima che dissento dallo sbandieramento della falsa ecologia e dei falsi ecologismi. Non stupisce che coloro i quali hanno finora dominato il mondo attuando politiche favorevoli soltanto all’espansione delle loro ricchezze si siano all’improvviso e precipitosamente votati alla causa ecologista e alle politiche di transizione green?
La nostra società è profondamente disarmonica, l’ambiente in cui viviamo è nella sostanza disequilibrato, e spesso violento, fondato com’è sullo sfruttamento delle risorse della Terra, compresi gli animali e l’umanità, basato sulla negazione della cooperazione, sullo sfruttamento delle risorse, sulla disuguaglianza a scapito dei più deboli.
In che cosa consiste dunque la ricerca di una migliore condizione “ecologica” se a monte la struttura stessa della società impedisce di raggiungere obiettivi fondamentali? Che cosa significa ricercare la “sostenibilità”in condizioni simili, di disarmonia con la natura, con il mondo vegetale e animale, dove aria, acque dei mari e dei fiumi, aria e cibo sono inquinati e lo stress della vita è continuo? Se manca una “vera” ecologia non vi può essere salute, né fisica né spirituale.
Ma la falsa ecologia viene sbandierata a destra e a manca, e viene strategicamente adoperata per mantenere il controllo sociale. E pertanto, via i motori a scoppio, da sostituirsi nel più breve tempo possibile dagli ecologicissimi (!!!) motori elettrici. Avanti con le soluzioni che diminuiscono la qualità della vita. Avanti con la moneta digitale. Avanti con le “città dei 15 minuti”, che apparentemente mirano a ridisegnare l’organizzazione delle città fornendo servizi essenziali in ogni quartiere (facilmente raggiungibili a piedi o in bici), ma in realtà progetti che chiuderanno il traffico ai mezzi non rispondenti agli standard imposti (ecologici, s’intende!) E di fatto serviranno a ghettizzare la popolazione nelle rispettive porzioni di quartiere o di borgo. La piena realizzazione delle “città dei 15 minuti”prevederà infatti un permesso per uscire dal proprio ghetto in auto, quindi, sostanzialmente per incrementare il controllo sociale.
Naturalmente nella falsa ideologia ambientalista anche questi progetti serviranno a risolvere il problema dell’inquinamento. Peccato che che sia affrontato solo a parole, in modo che non vada mai ad intaccare il sistema capitalistico, che è sostanzialmente incompatibile con l’ecologia: deforestazione, distruzione di eco-sistemi, degradazione dei suoli, dei mari, delle acque, tortura degli animali prima della loro uccisione, sfruttamento umano non sono mai affrontati nella sostanza.
Più facile, vero, prospettare lo psicologismo delle eco-ansie?
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FIABE DELL’ANIMA (pubblicato su “Parole in rete”, settembre 2023)
Già nell’edizione del 2012 nel film Biancaneve (Mirror mirror) ,diretto da Tarsem Singh, la protagonista, che ha pur sempre suscitato l’invidia della regina cattiva, trova rifugio presso i sette nani ma, diversamente dalla fiaba tradizionale, sarà lei a risvegliare il principe con un bacio, salvandolo da un incantesimo, e rifiuterà la mela avvelenata propostale dalla strega.
Into the woods della Disney incassò 42 milioni al suo lancio: nel film Cenerentola e il suo principe divorziano, dopo che lei lo ha preso a calci.
Ho portato due esempi perché furono le prime sperimentazioni di destrutturazione delle fiabe, continuate poi con Maleficient, Biancaneve e il cacciatore e molti altri film prodotti in seguito da Hollywood. Poi giunsero le idiozie di scuole statunitensi e spagnole che eliminarono dalle loro biblioteche centinaia di titoli di libri di fiabe, accusati di perpetuare stereotipi sessisti e suggerire stereotipi di genere.
Già Bruno Bettelheim nel volume Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe si chiedeva perché molti genitori, per quanto attenti e intelligenti, privassero i loro figli della fruizione delle fiabe tradizionali: una vera e propria messa al bando. E alla domanda che si poneva rispondeva che l’attacco alle fiabe dipendeva dal desiderio di omologazione, che comprendeva la penalizzazione delle facoltà di immaginazione, derivante dal grande mare di simboli e di stereotipi appartenenti all’inconscio collettivo. Frustrare e soffocare l’immersione nei processi psichici dell’inconscio collettivo equivale a porre una barriere fra l’Io e l’inconscio, fra l’individuo e le radici culturali essenziali dell’umanità. Nel generale panorama di iconoclastia della civiltà occidentale in totale crisi di identità, dei suoi valori storici e culturali, dei suoi simboli, la perdita delle fiabe rappresenta un passaggio di non poco valore.
Insieme alle opere letterarie fondamentali, già purgate da censura, insieme alle opere d’arte censurate perché ritenute inappropriate (perché sessiste, o discriminatorie di razze e generi…), ora il fanatismo censorio si è allargato alle fiabe. La revisione della storia, dei valori, delle norme comportamentali dell’Occidente nel suo complesso ha come obiettivo il disgregarsi della politica, dell’economia, della società, al fine di creare un mondo di persone polverizzate, omogeneizzate e impastate nell’impasto della massa: l’annullamento di valori etici e culturali è d’obbligo e deve passare necessariamente anche attraverso l’addomesticamento di strumenti apparentemente molto semplici, come può sembrare quello delle fiabe.
Le fiabe interpretano in forma metaforica e allegorica e sostanzialmente simbolica il viaggio dell’anima e l’evoluzione della coscienza: da una mancanza o perdita iniziale la fiaba porta l’eroe, vale a dire ciascuno di noi, ad affrontare prove, difficoltà, sfide, ostacolatori o nemici, per far sì che esso giunga, con l’aiuto magico che non viene mai, ma proprio mai a mancare (aiuto del cielo, o provvidenziale o sincronico, o divino, secondo la definizione che più ci piace) fino alla soglia della sua “casa” dove è destinato a “tornare”, dopo che la sua anima e il suo livello di coscienza si sono arricchiti di nuova sapienza. Si tratta in sostanza sempre di una storia di evoluzione; nella fiaba l’ascoltatore ( o lettore) non è mai passivo, e attraverso la percezione del simbolo è stimolato a farsi attore del proprio percorso: è il simbolo a consentire e favorire nel percorso iniziatico dell’anima i passaggi fra i vari livelli di coscienza.
Le fiabe, diceva Calvino «sono il catalogo dei destini che possono darsi ad un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che è appunto il farsi un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano».A confermarsi come essere umano le fiabe aiutano, sia consentendo l’esplorazione del mondo interiore, sia raccontando un livello puramente animico della realtà; compiono la loro funzione magica fornendo simboli per alimentare la crescita della nostra coscienza. Come in un testo sacro la nostra consapevolezza nella fiaba si specchia.
Ecco perché destrutturare malamente le fiabe giocando pericolosamente coi suoi simboli e gingillandosi in interpretazioni reali (o, peggio, controiniziatiche) produce pericolosi risultati.
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AUDIO ARTICOLO “VELOCI, SEMPRE PIÙ VELOCI” (pubblicato su “Parole in rete”, agosto 2023)
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