PROIBITO PROIBIRE (LE PAROLE DEL ’68) di Letizia Gariglio

Proibito proibire di Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile on line “Parole in rete”

Proibito proibire, anzi: «il est interdite d’interdire» è un aforisma lanciato da Jean Yanne sulle onde radio di RTL: divenne uno slogan del ’68.

Era il 1968 quando Caetano Veloso si trovava a Parigi, lesse sui muri della città: interdit d’interdire. 

Erano parole ribelli, che esprimevano un sentimento che il musicista riconosceva come proprio, parole che avrebbe voluto urlare all’odioso regime cui il suo paese era sottoposto. 

Il 1° di aprile del ’64 i Brasiliani si erano beccati un pesce dai denti di caimano, nella notte: il golpe. Il Presidente Goulart non ebbe alcuna reazione, fu deposto e fuggì in Uruguay. Così ebbe inizio il regime di Castelo Branco che divenne Presidente della nuova dittatura militare. Nel 1968 le proteste del movimento studentesco brasiliano contro il regime dittatoriale si intensificarono. Anche i musicisti Gilberto Gil e Caetano Veloso furono arrestati, a causa della loro collocazione politica, e poi vennero rilasciati in cambio di un esilio volontario. Dovettero attendere ventun anni che la dittatura finisse. Insieme a Gil e a Chico Buarque, Veloso incise a Londra numerosi dischi che esprimevano la sua grande nostalgia nei confronti del suo Paese e nello stesso tempo la disapprovazione per la dittatura. 

Proibido proibir è il titolo della canzone che Veloso portò provocatoriamente al Festival Internazionale da Canção nel 1968, altrettanto provocatoriamente si presentò sul palco vestito  di plastica fosforescente; il testo della sua canzone  era un eccentrico manifesto contro i totalitarismi, ma la musica era quanto di più provocatorio e sperimentale si potesse udire in quel tempo e in quel luogo: pazzesche chitarre elettriche distorte, cacofonie, rumori mescolati ai suoni sconcertarono la giuria e ancor più il pubblico. Insomma, quando Caetano Veloso si ripresentò sul palco per la seconda selezione lui e gli altri musicisti furono sovrastati da fischi, insulti… e lanci di oggetti imprecisati. Caetano smise di cantare e pronunciò un discorso rimasto nella storia della musica  ma anche della cultura brasiliana. Si rivolse ai giovani e li strapazzò per bene. Poi riprese a cantare stonando volutamente. Uscì di scena. Pochi giorni dopo fu pubblicato il singolo di Proibido proibir. Non divenne mai un grande successo. Ancora oggi la canzone non fa parte di nessun album. Tuttavia contribuì validamente ad alimentare il “tropicalismo”: quel movimento culturale e musicale che in Brasile, attorno al ’68, si opponeva apertamente alla dittatura militare. Qual era la novità fondamentale del tropicalismo? A mio parere fu la caratterizzazione di collettivismo che il gruppo di artisti che lo alimentava riuscì a prendere. Musicisti, attori, poeti, cantautori, artisti che vi facevano parte  non agivano e non creavano singolarmente, ma formarono un collettivo di scambio creativo che espresse con forza una spinta libertaria, riuscendo a dare un’impronta di reale cambiamento e rinnovamento nella scelta dei canoni artistici, poetici, musicali. 

(dicembre 2018)

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LE IMPRESSIONANTI FALSITÀ DELL’INFORMAZIONE (FANDONIE) di Letizia Gariglio


Le impressionanti falsità dell’informazione: Timisoara
 di Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile in rete “Parole in rete”

Un cittadino cecoslovacco (Cechia e Slovacchia erano ancora unite) nel dicembre 1989 riferì all’Agenzia di Stampa ungherese MTI che colpi di arma da fuoco erano stato sparati a Timisoara. Chi ha l’età potrà ricordare la notizia, perché essa si trasformò in breve tempo in una bufala di ordine planetario.  Fu ripresa nella stessa serata dalla TV di stato ungherese, che non citò la fonte, ma aggiunse che lo scopo della sparatoria  era stato quello di impedire la deportazione di un pastore protestante. In effetti si era svolta a Timisoara una manifestazione in favore di un pastore protestante minacciato dalla Polizia di Ceausescu; ed erano veri anche gli spari sentiti, però, il 15 dicembre (due giorni prima). Nella serata del 17 la radio di Vienna riferì anch’essa di incidenti avvenuti nella cittadina della Romania (veri anch’essi). Il giorno seguente la notizia rimbalzò fra le pagine di Le Monde del Corriere della Sera: riferirono di arresti e cariche della polizia.

Il martedì 19/12 tutti gli organi di informazione si scatenarono. Washington Post annunciava sangue a Timisoara. Ma l’Unità fu anche più incalzante: si paventavano da 300 a 400 morti. La Radio Ungherese parlò di cittadini assassinati e di cadaveri all’ospedale. Tutto il mondo si agitò alla notizia che la cittadina romena, dove Ceauscescu esercitava ancora il suo potere di ferro, fosse il cento di scontri davvero importanti. Le rotative di tutto il mondo impazzirono: Timisoara era completamente distrutta; i giornali e i loro giornalisti si lanciarono uno sull’altro, uno contro l’altro, uno più dell’altro. Iniziarono a fornire particolari dapprima inquietanti, poi violenti, infine raccapriccianti: bambini schiacciati dai tank, donne incinte trafitte da baionette, mitragliate a raffica sulla folla… uno sterminio.

Il 21 il dittatore del Paese si dava alla fuga, perché, dicevano i giornali, erano restati sul terreno 4660 morti, 1860 feriti… per non parlare del numero di arresti.

Sugli schermi TV arrivarono le immagini, con la notizia che fossero state scavate fosse comuni, dove i cadaveri erano stati frettolosamente accatastati. Immagini di corpi mutilati, fatti a pezzi, corpi disseppelliti e ripresi con le torce nel buio della notte: scene da tregenda. La difficoltà di comunicazione con i Paesi della ex Jugoslavia rendeva ancora più drammatiche le immagini e le notizie, cui si aggiungeva il vuoto di una distanza artificiale.

Alla fine comunque i giornalisti di tutto il mondo giunsero a Timisoara. E tutti confermarono. Confermarono la veridicità di morti e feriti, la drammaticità dei toni e la descrizione della scene: si trattava senza alcun dubbio di una strage, esaltata dalle parolone dei titoli e degli articoli. Qualcuno arrivò ad affermare di aver personalmente assistito alla “battaglia di Timisoara”. 

La macchina televisiva funzionava al meglio e gli avvenimenti erano sotto gli occhi di tutti: corpi nudi legati con filo di ferro,  cadaveri sventrati, donne mutilate, feti trucidati e abbandonati avevano reso Timisoara l’Inferno romeno. 

Collaboravano per Avvenimenti due giornalisti, Michele Gambino e Sergio Stingo, al loro giornale venne in mente di mandarli sul luogo per raccogliere notizie dirette. Appena arrivati a Timisoara corsero per vedere i cadaveri. Li videro: erano pochissimi, erano in avanzato stato di decomposizione (chiaramente deceduti da alcune settimane; la madre sventrata aveva oltre 60 anni (troppi per essere madre) e il feto appoggiato sulla sua pancia era un bimbo bello e fatto (nemmeno un neonato). Qualcosa non tornava; tutto era molto strano. 

Fu il custode del cimitero a svelare l’arcano. Affermò di aver invano spiegato a tutti i giornalisti che quei corpi erano stati sottoposti all’autopsia, ero appartenuti a barboni, a derelitti, perché quello, si affannava il becchino, era il cimitero dei poveri: non erano stati torturati, assicurava, e poi erano stati disseppelliti “dopo”, ed erano stati contesi da tutti quei giornalisti e tutti quei fotografi! E ancora si disperava, il pover’uomo, di non essere stato creduto.

Quando tornarono in patria il giornale dei due cronisti stentò a credere a una simile enormità: come contrastare tutti i giornali del pianeta?

Intanto la dittatura romena era caduta, non esisteva più, e il massacro di Timisoarafaceva già parte della storia: non era più un argomento di attualità.

Nel 1990 una rete televisiva tedesca ammise che foto e riprese di Timisoara erano state falsificate, scattate con messinscene; in seguito anche le autorità romene ricostruirono i dati anagrafici dei corpi macchinosamente usati: chi era morto di alcolismo, chi di freddo, chi di congestione…

L’inganno, probabilmente ordito per destabilizzare definitivamente la dittatura, era avvenuto consapevolmente, almeno da parte di alcuni (aveva però storicizzato una realtà inesistente): altri, nel mondo dell’informazione, avevano semplicemente seguito la corrente.

Alcuni giornali fecero un po’ di autocritica.

Ma per che cosa si ricorda oggi Timisoara? Si ricorda per il massacro, perché «il passato è quanto viene ricordato… dalla memoria dei singoli individui», diceva Orwell. E la correzione di un’informazione falsificata, in parte o del tutto, conta molto poco: la falsa informazione, se fa leva sugli istinti e sulle emozioni (parla alla pancia, qualcuno dice), soprattutto se fornita in modo impressionante, resta nella memoria degli individui come la verità degna di essere memorizzata.

(dicembre 2018)

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UNA MONETA TRASFORMERà UN RANOCCHIO IN PRINCIPE?di Letizia Gariglio

Una moneta trasformerà il ranocchio in principe? di Letizia Gariglio, tratto dal mensile on line “Parole in rete”

Difficilmente sopporto l’aggressività dei dibattiti televisivi, dove l’umanità esprime al meglio pretese di prevaricazione, con annientamenti laser-oculari, ferite squarciate da parole laceranti, sprizzi di odio sudato sotto i riflettori; mal sopporto anche il ricercato quanto finto aplomb  anglosassone degli uomini della finanza e dei teorici dell’economia, la cui principale preoccupazione è nascondere sotto parole di falsa oggettività e patina di scientificità il sottile piacere di rovinare la gente, sommersa di difficoltà nello sbarcare il lunario e nel destreggiarsi fra i debiti. Però il convegno dal titolo «Società, economia e moneta positiva» che si è tenuto a Roma nell’Aula dei Deputati venerdì 23 novembre, e trasmesso poi in Internet da Byoblu,  l’ho seguito volentieri, quasi senza accorgermi di proseguire nell’ascolto. Che cosa di di diverso lo informava?

Forse l’atteggiamento positivo dei relatori, tanto sincero da rendere gli interventi gradevoli e comprensibili. Possibile che si parlasse davvero di denaro? Si sono avvicendati negli interventi Fabio Conditi, Antonino Galloni, Antonio Maria Rinaldi, Giovanni Zibordi, Marco Cattaneo e Orango Riso.

L’associazione Moneta positiva, promotrice dell’iniziativa, parte dall’analisi dei Trattati Europei e del funzionamento del sistema monetario in vigore per elaborare delle proposte concretamente attuabili, tenendo conto del sistema monetario vigente, ma anche della nostra Costituzione: è una proposta squisitamente italiana, che incentiva, nel rispetto di quanto già stabilito da accordi precedenti, un sostanziale miglioramento delle cose, creando con l’immaginazione soluzioni possibili.

All’inizio del convegno ascolto una affermazione che lì per lì ha dello strabiliante: siamo ancora sovrani della nostra moneta. Ad una simile affermazione c’è di che sobbalzare.

Siamo ancora sovrani della nostra moneta? Ma come? Non l’ha da tempo l’Italia definitivamente perduta, la sua sovranità monetaria?Un po’ per volta l’abbiamo perduta, alla maniera della rana bollita, con una metodologia che bene ci ha spiegato Noam Chomsky: la rana, cioè noi, come in tante altre occasioni, non si è accorta che qualcuno la stava bollendo, fino a quando la temperatura dell’acqua, alzatasi poco a poco, è diventata troppo elevata perché avessimo ormai la forza di balzare fuori della pentola.

Nel pentolone eravamo stati educatamente e silenziosamente messi fin dal 1981, quando nel luglio (la rana era già proiettata sulla prossima vacanza nello stagno!) il signor Andreatta, allora Ministro del Tesoro, decise che la Banca Centrale non avesse più l’obbligo di acquistare le obbligazioni che lo stato non riusciva a piazzare e lo comunicò a Carlo Azeglio Ciampi, Governatore di Bankitalia; in realtà la nostra Banca d’Italia in questo modo era stata dispensata dall’obbligo di sostenere la spesa pubblica nazionale. Da lì inizia il declino dell’Italia.

La temperatura si elevò gradatamente, restando tiepiduccia, fino al 1992, quando il Ministro del Tesoro dell’epoca, Guido Carli (che in precedenza era stato Governatore di Bankitalia), stabilisce che spetta solo al Governatore decidere sul tasso di sconto: non occorre che si concordi con il Ministro del Tesoro. Al governo c’è Andreotti, Presidente è Cossiga, Governatore della Banca d’Italia, il già noto Ciampi.

Mentre la ranocchia italiana saltava qua e là, sguazzando nel tepore della sua brodaglia – e intanto il calorino la tranquillizzava, si arriva al 1998, quando la gestione della Banca d’Italia viene sottratta al Governo Italiano con un decreto legislativo, e viene affidata al sistemo europeo delle banche centrali. Al Governo c’è Prodi, Il Presidente della Repubblica è Scalfaro, il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Questo è certamente il momento più grave, tuttavia la rana, pur avvertendo uno strano pizzicorino, non ci fa caso, perché è abituata a non farsi domande più grosse di lei, e un po’ anche perché è abituata a fidarsi della Banca d’Italia che, per quanto nata come società per azioni di diritto privato, dal dopoguerra ha sempre funzionato da super-banca, da banca delle banche, avendo l’obiettivo di sostenere la stabilità dei prezzi. Ma da quel punto il potere di creare valuta passa in mano alla BCE. 

Sebbene qualcuno ancora pensi che la BCE  sia in qualche modo controllata dall’Europa, è una banca privata: né è organo esecutivo della Unione Europea e nemmeno dipende da essa.

Dopo l’entrata in vigore dell’euro la BCE si è avvalsa del proprio potere di emettere il denaro,   prestandolo ad un certo interesse alle banche che vengono definite come specialiste in titoli di stato,  le quali prestano a loro volta all’Italia il denaro, sempre ad un certo interesse. I profitti della BCE vengono suddivisi con quote diverse tra le varie Banche Centrali, compresa Banca d’Italia, la quale però non è più la Banca del Governo Italiano e quindi ripartisce i suoi utili tra i suoi partecipanti… Insomma, noi cittadini non siamo proprietari del denaro che adoperiamo, ma ne usufruiamo: esso ci è concesso in prestito. Lo stato esige da noi un contributo via via maggiore per pagare gli interessi alle banche: così noi ci impoveriamo sempre più. Dopo il «Trattato di Maastricht»,1993,  infatti la Banca Centrale Europea stampa a costo zero gli euro e li presta agli Stati, compreso il nostro, in cambio di titoli del Tesoro, addebitando agli Stati non già il semplice costo della stampa, ma il valore nominale della banconota (10 euro, 20, 50, ecc.), gravandole per di più con gli interessi.

Non possedendo la propria sovranità monetaria l’Italia non può più creare il denaro, disporne secondo le necessità. Insomma un gruppo di banchieri gestisce ormai la rana. Essa, trasformata in eterna debitrice è oramai impossibilitata a fare quel famoso salto fuori dalla pentola che potrebbe salvarle la vita.

Ogni tanto, però, la rana, per quanto resa stupefatta dalla bollitura, si ricorda di aver avuto una Costituzione, che stabilisce (o stabiliva?) che «la Sovranità appartiene al popolo».

Anche Moneta Positiva, che partecipa al movimento per la riforma monetaria, ce lo ricorda. Così Fabio Conditi ci frusta (positivamente) con l’affermazione: la sovranità monetaria è ancora dello Stato Italiano. E d’un solo botto la rana si dà  una svegliata.

In buona sostanza si tratta di quanto segue. Purtroppo le cose stanno davvero come scritte sopra: i Trattati Europei hanno trasferito alla BCE l’emissione delle banconote.  E hanno anche affidato’ alla BCE il controllo sul quantitativo di monete metalliche che hanno validità in Europa, tuttavia hanno stabilito quanto segue: gli Stati membri dell’UE possono coniare monete metalliche in euro con l’approvazione della Banca Centrale Europea per quanto riguarda il volume del conio. Nei Trattati dunque è riservata al singolo Stato la possibilità di coniare monete; inoltre nulla è mai detto di eventuali monete coniate aventi valore nei singoli Stati, sui singoli territori nazionali. Infatti la Germania e la Finlandia hanno già coniato monete metalliche da 5 euro valide solo sul proprio territorio. Oltre a ciò, secondo gli esperti convenuti il 23 novembre, potrebbero anche essere emessi biglietti di Stato, poiché alla BCE è assegnata l’esclusiva delle banconote aventi corso legale nell’Unione (non si parla dei territori dei singoli stati). Un’ulteriore possibilità potrebbe essere la creazione di denaro elettronico da parte dello Stato.

L’idea è semplice, tanto semplice da apparire fin da subito oltremodo pericolosa: basta demolire l’idea che sia buono, giusto e necessario che il sistema bancario crei denaro attraverso prestiti, mentre non sia altrettanto buono e giusto che lo Stato crei  soldi per i cittadini. Moneta Positiva propone: proviamo a recuperare l’idea che, nonostante sia stato affidato a banche private il compito di immettere denaro nell’economia, grazie al fatto che, malgrado ciò, lo Stato sia ancora (in parte) sovrano della propria moneta, è possibile per lo Stato creare denaro da immettere sul mercato.  

Purtroppo le banche private, cui abbiamo delegato il potere di creare il denaro, non sono supervisionate da nessuno e gestiscono questo immenso potere avendo come unico obiettivo il proprio tornaconto: è esclusa qualunque forma di interesse per il bene della società e della collettività. Al contrario, la moneta che lo Stato, attraverso proprie banche pubbliche, potrebbe creare nel pubblico interesse, in quantitativo stabilito, non sarebbe una moneta già gravata da debito  all’origine, verrebbe immessa in modo diretto sul mercato, andrebbe a sostenere spesa pubblica e riduzione delle tasse.

E se provassimo a immaginare il lieto fine, con il ranocchio che finalmente si libera dall’incantesimo e ridiventa (quasi) principe?

(dicembre 2018)

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BUFALE E BISONTI SULLA LUNA (FANDONIE) di Letizia Gariglio

Bufale e bisonti sulla Luna  di Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile in rete “Parole in rete”

La mandrie di possenti bisonti selvaggi, che noi abbiamo conosciuto grazie a molti film western, sono comparse sulle pellicole in epoca successiva. Così le grandi foreste nordamericane di abeti secolari, così i grandi fiumi dalle acque gelide e turbolente, dalla forza ora distruttiva ora dolcemente scorrevole in pianura; così le grandi montagne dalle rocce tanto irte da sembrare impossibili: paesaggi veramente lunari. Le abbiamo conosciute nel cinema, per mezzo dei film e dei documentari, nel Novecento.

Eppure qualcuno le aveva letterariamente immaginate e descritte molto prima.

Per la verità al quadro descrittivo era stata aggiunta anche la compagnia di unicorni azzurri, di uccelli dalle proprietà acquatiche, di piramidi di quarzo color violetto, insieme anche a umani bipedi, dotati di alcune caratteristiche dei castori, di uomini pipistrello… e così via. 

Tutti questi avvistamenti non erano avvenuti sulla Terra, bensì sulla Luna. E non con i potenti telescopi odierni, ma con telescopi un po’ più modesti, nel 1835, in un giorno d’estate, il 25 agosto, in pieno  periodo di calura estiva e per molti cittadini newyorkesi di vacanze, che hanno in comune in tutto l’Occidente la proprietà di far diminuire i numeri di lettori e, ahimè, le vendite dei giornali.

Ecco perché qualcuno aveva pensato di inventarsi una deliziosa bufala!

A dare la notizia di queste scoperte meravigliose e sconcertanti fu il New York Sun con il primo di una serie di sei articoli firmati dall’assistente dell’illustre astronomo John Herschel, il Dott. Andrew Grant. Si apprese così che il conosciuto e qualificato astronomo aveva montato al Capo di Buona Speranza un telescopio così potente da permettere di osservare alcune scene di vita sulla Luna, fino all’evidenziazione di gustosissimi dettagli.

John Herschel esisteva davvero, ed era per davvero un astronomo inglese famoso (7 marzo 1792 – 11 maggio 1871), tra l’altro era a sua volta figlio di un altro grande astronomo di origine tedesca, lo scopritore William Herschel (15 novembre 1738 – 25 agosto 1822), che per primo aveva avvistato e scoperto Urano Però il pover’uomo non solo non aveva mai dato simili notizie ad alcun rappresentante della stampa, ma da quel momento si trovò nella posizione di doversi difendere da accuse, minacce, insulti, dimostrazioni di disprezzo, e quant’altro. Da quella data memorabile passò il resto della vita a cercare di discolparsi e di chiarire l’equivoco, negando la paternità della falsa informazione. Intanto, però, la fandonia aveva fatto il giro del mondo. La flora e la fauna lunari avevano fatto innamorare i lettori, i quali continuavano a richiedere notizie ed aggiornamenti. Andrew Grant, tuttavia, aveva scarse opportunità per accontentare i lettori e anche per continuare la propria carriera giornalistica, semplicemente perché non esisteva 

Così «The Great Moon Hoax», la «Grande Bufala della Luna» si dovette accontentare della risonanza che aveva creato attorno a se stessa; il più soddisfatto fu il proprietario (Frank Munsey) del New York Sun, edito da Benjamin Day, che aveva esponenzialmente aumentato il numero di copie vendute.  

Il quotidiano newyorkese era nato nel 1833 e fu il primo giornale a essere venduto a un penny: primo esempio di penny press; continuò a essere pubblicato fino al 1950.

Per sintetizzare lo spirito del giornale, riportiamo una massima, attribuita a John Borgart, un suo capo redattore, che dice: «Quando un cane morde un uomo non fa notizia; ma quando un uomo morde un cane, quella è una notizia!

(novembre 2018)

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SACRO TEPPISMO DEI FIGLI DI PAPÀ (LE PAROLE DEL ’68) di Letizia Gariglio

Sacro teppismo dei figli di papà di Letizia Gariglio, articolo su “Le parole del ’68” tratto dal mensile on line “Parole in rete”

Anche fra poeti, scrittori, drammaturghi italiani vi fu chi si espresse in toni molto negativi nei confronti degli studenti e del movimento del ’68. Famoso l’intervento di Pier Paolo Pasolini che scrisse ponendosi in forte contrasto contro l’occupazione della Facoltà di Architettura a Roma, in una lunga poesia in forma prosastica.

La battaglia di Valle Giulia rimase il nome con cui si ricorda il grave scontro fra gli studenti e la polizia, avvenuto il 1 marzo del ’68. Quando quattromila studenti, partiti da Piazza di Spagna, si diressero verso la città universitaria per manifestare, non sospettavano che avrebbero dovuto fronteggiare un imponente presidio di poliziotti. La manifestazione degenerò e gli studenti sostennero l’urto delle cariche della polizia. Vi furono più di mille feriti.

La poesia di Pasolini colse l’aspetto particolare del contrasto politico, in cui gli appartenenti a classi privilegiate, vale a dire gli studenti, si trovavano a vivere il ruolo di «rivoluzionari» di estrema sinistra. Diceva il poema, scritto subito dopo gli avvenimenti di Valle Giulia, poi pubblicato su L’Espresso il 16 giugno del ‘68 e successivamente nel volume Empirismo Eretico (nel 1972) da Garzanti:

«I ragazzi poliziotti / che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione /risorgimentale) 

di figli di papà, avete bastonato,/ appartengono all’altra classe sociale. /A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento /di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte /della ragione) eravate i ricchi, /mentre i poliziotti (che erano dalla parte /del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, /la vostra! »

Pasolini definì poi i propri versi «brutti versi» e spiegò successivamente che vi era compresa ironia e autoironia. «Il pezzo sui poliziotti», disse, «è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una captatio malevolentiae. Dunque, una provocazione! E aggiungeva: «Non posso fare come tanti miei colleghi, che fingono di confondere le due cose (o le confondono veramente!)»,-  le due cose a cui si riferisce sono la guerra civile e la rivoluzione –  «e presi dalla psicosi si son buttati a corpo morto dalla parte degli studenti (adulandoli, e ricavandone disprezzo); non posso nemmeno affermare che ogni possibilità rivoluzionaria sia esausta, e che quindi bisogna optare (come in un diverso destino storico accade in America o nella Germania di Bonn) per la «guerra civile»: infatti la guerra civile la borghesia la combatte contro se stessa, come ho più volte ripetuto. Né, infine, sono così cinico (come i francesi) da pensare che si potrebbe fare la rivoluzione «approfittando» della guerra civile scatenata dagli studenti – per poi metterli da parte, o magari farli fuori».

Nel tempo i brutti versi di Pasolini rimasero a molti piuttosto oscuri, furono oggetto di misunderstanding e di interpretazioni di comodo, da una parte e dall’altra delle barricate politiche; crearono problemi all’autore all’interno del suo stesso partito; come tutte le cose di troppo difficile comprensione, in cui piani di lettura si sovrappongono ad altri, rimasero parole ostiche. 

Ma furono mai facili le parole di Pasolini?

(novembre 2018)

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SULLE TRACCE DELLA DEA. QUANDO LA FEMMINILITÀ ESPRIMEVA IL MASSIMO GRADO DELLA SACRALITÀ

PUBBLICATO DA NUOVA IPSA EDITORE, PALERMO, OTTOBRE 2018

SULLE TRACCE DELLA DEA: in sintesi

SULLE TRACCE DELLA DEA: in sintesi

Il primo capitolo, “La Dea primeva” immette nell’argomento: vi fu un tempo, precedente l’era del Neolitico,  in cui si rendeva culto a una Dea. La religiosità era d’impronta femminile e la donna possedeva, sia nella gestione della sacralità come nella società, un ruolo di grande importanza. Il testo percorre la ricerca dell’esistenza di una divinità femminile primeva, antecedente le forme di divinità maschili, riconoscendone le tracce attraverso i racconti del mito, per mezzo dei reperti archeologici e avvalendosi degli studi svolti attorno ai connotati archetipici del Femminile; motiva la perdita progressiva del potere femminile religioso e la degradazione del genere femminile nelle successive società patriarcali.

Nel secondo capitolo si fa riferimento al concetto di ‘Antica Europa’, storicamente delineato da Marija Gimbutas, in senso geografico e temporale e allo sviluppo di una antica religione fondata sulla concezione ciclica dell’esistenza, riferita a una Dea generatrice della vita, rispecchiante una società matrilineare. Il ritrovamento di migliaia di reperti raffiguranti la dea e le sue caratteristiche spirituali supportano la ricerca  e permettono di decifrare il significato di molti segni. Si ipotizza l’esistenza di una vera e propria “scrittura della Dea”.

Nel terzo capitolo si affrontano i motivi della disgregazione di questo stato di cose operata dai nuovi popoli che avanzarono verso occidente  e della conseguente svolta androcratica della civiltà. I primi documenti storici chiariscono la volontà di repressione del mondo femminile e nuovi miti si sostituiscono  a quelli precedenti, proponendo una visione del mondo androcratica,

Nel quarto capitolo si disegnano i  caratteri dell’antica Dea e le relazioni che l’antica Dea, in grado di dare la vita, la morte e la rigenerazione, ebbe con gli elementi. Si indagano alcuni significati archetipici legati agli elementi e alla triplicità delle funzioni della Dea. Ci si sofferma sui rapporti con l’acqua e l’aria.

Nel quinto capitolo è la dea della terra a essere indagata e si esaminano i rapporti fra terra e femminile, fra terra e cielo e le caratteristiche “oscure” della Dea,  delle figure mitologiche  e delle successive dee “terribili”.

Nel sesto capitolo si osserva il rapporto fra la Dea antica e gli animali, proponendo i significati archetipici e riferendo i segni presenti sui ritrovamenti.

Nel settimo capitolo si analizzano le divinità femminili delle civiltà ormai divenute storiche, a partire dalla dea sumera Inanna, tramandateci dalle diverse mitologie, passando attraverso quelle egizie e le diverse mitologie elleniche, omeriche e olimpiche.

Nell’ottavo capitolo l’attenzione è rivolta alle divinità greche, da una parte eredi di alcune caratteristiche della più antica divinità, dall’altra piegate alle esigenze organizzative e gerarchiche di un pantheon pienamente maschile. 

Nel nono capitolo si guarda agli “eroi” nemici della Dea.

Nel decimo capitolo si analizzano le facce della Dea nel Cristianesimo e nelle eredità pagane delle Donne Nere.

Nell’undicesimo capitolo si ricercano le tracce dell’antica divinità nelle pietre megalitiche e nella terra. Molta considerazione va ai siti archeologici della Sardegna, considerati i più importanti del nostro paese per ritrovare i passi della presenza della Dea.

Il dodicesimo capitolo è dedicato alle conclusioni.

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MEGLIO PETTINARSI ALLO STESSO MODO di Letizia Gariglio (LE PAROLE DEL ’68)

Meglio pettinarsi allo stesso modo (LE PAROLE DEL ’68) DI Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile on line “Parole in rete”

Quando attorno al ’50 andarono in scena le prime rappresentazioni di La cantatrice calva gli spettatori parigini furono stupefatti – e qualcuno profondamente infastidito –  dall’uso sperimentale della lingua che Ionesco aveva adoperato nel testo. Vi si manipolavano le parole in modo del tutto irriverente, con mescolamento di giochi di suoni e significati, rime, effetti sonori. Il risultato era caustico e velenoso; si mostrava lo spaccato di una società che vi era dipinta vana, colma com’era di personaggi vacui, meschini, ipocriti, piegati a recitare una vita di stereotipi e luoghi comuni. Se a Ionesco andò il compito di segnare una svolta decisiva nel panorama internazionale della storia del teatro – e questo ruolo gli fu riconosciuto da pubblico e critici, l’autore non ebbe lo stesso tipo di accettazione attribuita alla sua opera nei confronti dei ragazzi del ’68 e della svolta che essi cercavano di imprimere alla società.

Mentre il mondo amante del teatro aveva visto nell’autore franco-rumeno una rara e raffinata capacità di manipolare il linguaggio per mettere in discussione una certa società, egli non seppe intravedere, a meno di venti anni dalle prime rappresentazioni della sua opera, la capacità di sperimentare dei ragazzi del ’68. Il drammaturgo non credette alla loro voglia di cercare il senso profondo della vita, di porsi le proprie domande generazionali e di tentare delle risposte. Così, egli scriveva dalle colonne della Gazette de Lausanne (18 maggio ’68): «Io sono del tutto contrario alla rivoluzione del maggio in Francia. …Ciò che  in questo momento in Francia viene chiamata rivoluzione, in realtà, come ovunque altrove, viene fatta dai figli delle famiglie che abitano i quartieri chic di Parigi». E aggiungeva le beffarde parole: «Bisogna capire questi poveri ragazzi: gli manca una guerra».

Ahi, ahi, quanto suona fesso questo giudizio che nega agli altri il desiderio di cambiamento. Forse l’autore, sotto sotto, aveva già espresso una sua personale voglia di non-cambiare, quando aveva imbeccato così i suoi personaggi: «A proposito, e la cantatrice calva?», «Si pettina sempre allo stesso modo!»

(ottobre 2018)

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IL CRANIO TE LO AGGIUSTO IO di Letizia Gariglio

IL CRANIO TE LO AGGIUSTO IO(FANDONIE) di Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile on line”Parole in rete”

La storia e la letteratura sono pieni di falsi gioielli  (false collane di regina!), false pietre, falsi ori, ma quale motivo ci può essere per creare un falso fossile? Eppure anche questo è già stato inventato dall’uomo: l’uomo di Pitdown, forgiato da mani così esperte da trarre in inganno i più raffinati esperti (a meno che le mani degli esperti analisti coincidessero con quelle dei creatori!). Ed infatti ad un certo punto qualcuno iniziò a dubitare che il creatore dovesse per forza nascondersi fra le stanze del museo dove il fossile in questione era ospitato, fino a diventare certi di una beffa. A quel punto la domanda divenne: alla beffa  aveva lavorato un solo uomo o avevano contribuito più mani? Ancora non si sa. 

Cominciamo dal principio. Un centinaio di anni fa (1912) al Natural History Museum di Londra fu annunciata una incredibile scoperta di un commerciante d’arte e appassionato paleontologo, Charles Dawson, il quale  era entrato in possesso di un antichissimo cranio quasi completo. La scoperta era importantissima perché il reperto costituiva la prova di quell’anello, fino a quel momento mancante,  del percorso evolutivo dal primate all’uomo, che gli scienziati supponevano esistere, ma di cui fino ad allora non si era potuto avere dimostrazione. Il reperto in questione, a forma di cranio, fu battezzato  da Arthur Smith Woodward, curatore della sezione di geologia del museo, Eoanthropus dawsoni. 

Naturalmente alcuni scienziati erano dissenzienti, ma il caso volle che fossero trovati numerosi  altri reperti tratti dalle cave di pietra non lontano dalla cittadina di Pitdown, nell’Essex. è vero che fu Dowson stesso a trovarli, con altri paleontologi, ma insomma… il dubbio non serpeggiò a sufficienza! Tuttavia nel corso dei decenni successivi in nessuna parte del mondo vennero trovati reperti simili a quelli della zona di Pitdown e dunque  dubbi maggiormente consistenti iniziarono a serpeggiare.

Si dovette tuttavia arrivare all’introduzione della prova con la tecnica del radiocarbonio per accertare in modo definitivo, nel 1950, che il cranio in questione non poteva avere  più di 50mila anni, mentre Dowson e Woodward l’avevano datato a centomila anni fa.. Tre anni dopo fu decretato definitivamente che si era trattato di una grande truffa, una sorta di assemblaggio di pezzi ossei tratti da orango e innestati su un cranio di uomo moderno.

Sull’autore o gli autori della beffa restano molti dubbi anche se comprensibilmente l’attenzione cade sui due studiosi (Dowson e Woodward) che dalla scoperta avevano comprensibilmente tratto grande notorietà 

Peccato! Il cranio di Pitdown era proprio perfetto!

(ottobre 2018)

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DISLESSIA FRA RELAZIONI FAMIGLIARI E ABILITÀ DELL’APPRENDIMENTO di Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile “Parole in rete”

Dislessia fra relazioni famigliari e abilità dell’apprendimento (Educazione e formazione) di Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile di cultura “Parole in rete”

Difficoltà a percepire suoni, riconoscere e scrivere segni (compresa l’abilità motoria della scrittura): ecco i sintomi riconosciuti nella dislessia, ritenuto da molti come un disturbo biologico con base genetica, o, più ampiamente, come un disturbo con cause sia biologiche sia cognitive tuttora non del tutto sviscerate.

È un disturbo stabile, non momentaneo, e si può esprimere come disgrafia (si scrive male), come disortografia (si scrive con numerosi errori), discalculia (si hanno difficoltà a scrivere e operare con i numeri). Viene ritenuto probabile che i bambini i quali manifestano nell’infanzia disturbi della parola (storpiano le parole, anche quelle che non costituiscono difficoltà per i compagni) potranno peggiorare nel corso degli studi: si è di fronte ad indizi che lasciano sospettare un’evoluzione non positiva, un peggioramento della situazione nel tempo, nella successiva fase di apprendimento della lettura e della scrittura. Se nel tempo l’acquisizione degli automatismi della lettura e della scrittura costituiranno un problema, si scateneranno a partire di lì una serie di problematiche connesse: sarà più difficile comprendere i testi letti, sarà più lenta e difficoltosa la memorizzazione dei dati (di definizioni, o di termini che servono ad esprimere adeguatamente i concetti, per esempio), oppure la manipolazione dei numeri e delle operazioni aritmetiche.

Se si tiene conto che con il procedere del percorso scolastico aumentano le complessità, si intuisce come le difficoltà dei “dislessici” possano aumentare nel tempo.

Per i “dislessici” la parola non è lo strumento più idoneo e più naturale per veicolare i contenuti da apprendere: ascoltare, leggere, scambiare informazioni attraverso la parola, esprimere, comunicare sono aspetti di  una capacità, quella linguistica, che deve essere supportata e aiutata. Se pensiamo che il linguaggio è alla base della trasmissione di conoscenze e delle attività didattiche si capisce quali problemi possano essere connessi.

Spesso al fenomeno della dislessia si associano altri problemi, che riguardano il sistema individuale di organizzazione dello spazio e del tempo, l’orientamento di sé e di altro nello spazio, l’utilizzazione corretta del concetto di destra e sinistra, scarsità del senso ritmico, che comprende anche l’abilità di ripetere schemi ritmici. Si relaziona con la dislessia una lateralizzazione della persona un po’ imperfetta (o piuttosto imperfetta), non ben definita, variamente combinata nella prevalenza di lateralità fra occhio, orecchio, gamba, piede, ecc., ma che si compie sostanzialmente in modo non armonico.

Alcune disabilità grafiche si manifestano con la confusione di lettere simili ma invertite nello spazio (la “b” e la “d”, per esempio, oppure la “s” e la “z”), dove l’organizzazione dello spazio della grafia prevede una certa abilità di orientarsi bene fra direzione verso sinistra e direzione verso destra. 

All’allievo “dislessico” viene spesso suggerito l’uso, a scuola e a casa, di un software compensativo, a partire dalla fascia dei più piccoli, vengono consigliati spesso strumenti per lo studio (ad esempio finalizzati alla creazione di mappe) o per la scrittura matematica  e software generici di supporto per il potenziamento della lettura e della scrittura.

Sono attivi gruppi associativi, talvolta si realizzano campus estivi per bambini e ragazzi con il problema dislessia. Esiste anche un Premio Letterario (“Una città che scrive”) che riserva una sezione speciale dedicata al tema “Dislessia e dintorni”. L’Università di Ca’ Foscari ha proposto per l’estate 2018 una sessione estiva del Masterclass Deal, corso di alta formazione per aiutare negli studi  gli studenti  con disturbi di linguaggio, nello studio delle lingue, siano esse lingue materne, classiche o straniere.

In Italia la legge 170/2010 determina e sancisce il riconoscimento dei DSA, vale a dire dei disturbi specifici di apprendimento (così viene definita la dislessia): la legge tutela gli studenti di ogni età che abbiano questo problema. Occorre che il loro disturbo sia riconosciuto e diagnosticato da un team di esperti (neuropsichiatra infantile, psicologo, logopedista). Di solito la diagnosi non viene  pronunciata prima della fine della seconda classe della scuola primaria, perché prima dell’età corrispondente non avrebbe senso applicare test.

Nella scuola italiana le diagnosi dei casi di dislessia sono sempre più frequenti e, sebbene il Ministero Superiore della Sanità attesti una presenza di dislessici al 3,5% fra l’intera popolazione scolastica, all’interno della scuola serpeggia la sensazione che le problematiche riguardanti la dislessia siano sempre più numerose. Molti insegnanti, molti pedagogisti si domandano: perché? Perché sempre più bambini e ragazzi sembrano essere affetti (del tutto o almeno in parte) dai quei sintomi che abbiamo descritto poco sopra? Ci si domanda: tutti questi studenti in difficoltà con l’abilità del linguaggio sono davvero dislessici? Perché un tempo non si percepivano tutti questi problemi?

Inoltre: i casi di dislessia riconosciuti sono tutti davvero tali? Può esservi sovradimensionamento del problema? E la domanda è spesso accompagnata dal dubbio che il mondo scolastico sia eccessivamente medicalizzato. 

Occorre domandarsi se la dislessia sia dunque una malattia. Appare sicuramente come un disturbo, ma non può essere definita una patologia, perché non è rilevabile con esami di ordine chimico o fisico o per mezzo di strumenti di analisi di tipo neuro-radiologico, che possano rivelare in modo scientifico delle anomalie.

Se noi consideriamo la “normalità” dell’apprendimento della lettura e della scrittura come la più frequente condizione di coloro che leggono o scrivono, siamo indotti a considerare la dislessia come un allontanamento da questo indice di normalità: ciò è ovvio. Però: è giusto considerarlo un disturbo?

Non sarebbe più corretto considerare la dislessia semplicemente come una caratteristica personale? Esistono persone che hanno il senso del ritmo, altri ne sono privi; ci sono gli “stonati” e quelli che cantano benissimo; c’è chi ha vivo senso dell’orientamento e chi si perderebbe in un bicchier d’acqua; chi disegna benissimo e altri che non riescono a delineare nemmeno la casa col tetto; così vi è chi è portato a leggere e scrivere in modo fluente e chi fatica a riconoscere e a collegare il suono di lettere, sillabe, parole. Non andrebbe dunque catalogata la dislessia come semplice caratteristica individuale?

Perché nella nostra scuola e nella nostra società viene considerata come disturbo? Se anche vogliamo chiamarlo così, personalmente ritengo che i disturbi non siano mai indipendenti dal momento storico e dalla società in cui si presentano: non trascendono luogo, tempo, circostanze.

La nostra è una società che basa la propria comunicazione principalmente sulla forma scritta; la trasmissione culturale avviene nella forma privilegiata della parola pubblicata (i libri). Ma immaginiamo un’ipotesi diversa, immaginiamo di muoverci in un mondo in cui fosse esclusa la trasmissione in forma scritta, allora potremmo supporre quanto segue: la dislessia non esisterebbe in una siffatta società. Ma non è così. 

Si afferma che i casi di dislessia siano abnormemente aumentati negli ultimi cinquant’anni, ma è vero anche che nel corso degli stessi anni si sono consolidate le abitudini di frequentazione della scuola dell’obbligo: in Italia l’introduzione della Scuola Media Unica risale al 1962; prima di quel momento esisteva un rigido sistema scolastico selettivo, eredità della Riforma Gentile. L’ingresso alla (vecchia) Scuola Media era oltremodo selettivo; in parole povere: alla scuola media neanche ci arrivavano i dislessici, non ci arrivavano in ogni caso quelli che potevano presentare il benché minimo problema di apprendimento. La divaricazione avveniva alla fine del corso elementare.

La riforma della scuola media fu senz’altro una conquista storica in termini di raggiungimento di un’opportunità di uguaglianza per la popolazione studentesca; l’eliminazione di principi meritocratici per l’ingresso alla scuola media ebbe il risultato di potenziare una più ampia espansione dell’istruzione di base, integrò le disabilità, ma l’immissione di tutti gli studenti in un tipo unico di scuola dell’obbligo abbassò drasticamente la qualità dei contenuti dell’istruzione. Tuttavia non eliminò la specificità della predominanza del canale verbale nell’istruzione.

Ora, noi sappiamo benissimo che la trasmissione della capacità linguistica dipende in gran parte dall’ambiente in cui l’individuo si forma: un ambiente, per motivi diversi, depauperato, porta ad un uso depauperato della lingua.

Torniamo al concetto di “normalità”: esiste un livello “normale” dell’uso della lingua? E che cosa può significare l’aumento dei casi di dislessia: forse un vissuto di disagio psicologico, può essere il segno di rapporti problematici in seno alla famiglia di origine?L’esplosione delle diagnosi (e delle certificazioni dei disturbi specifici di apprendimento) in Italia non va di pari passo con quelle di altri paesi. La certificazione tende senz’altro a sollevare in parte gli insegnanti dalla responsabilità di aiutare l’alunno a compiere con successo il proprio percorso scolastico, ma aiuta soprattutto i genitori, sottraendo una parte della loro piena responsabilità educativa; solleva infine l’allievo stesso dalla responsabilità di rendere attive le proprie potenzialità, creando un atteggiamento  psicologico di ripiegamento su se stesso, lo abitua pericolosamente a pensare che “altri”, un aiuto esterno, possa intervenire in sua vece: oggi la facilitazione avviene qui… domani, chissà… qualcuno arriverà…e ciò contribuisce diseducativamente a creare la psicologia dell’assistito.

I problemi emergono con forza nella scuola perché la scuola è un concentrato di persone, un crocevia di situazioni, ma il problema si è generato a monte, in famiglia, dove padre e madre hanno abdicato al loro ruolo genitoriale, contenitivo, educativo. Quanti genitori alla deriva si incontrano nella scuola! È una realtà difficile da immaginare per chi non abbia svolto il ruolo dell’insegnante e dell’educatore e si sia trovato a contatto con realtà estremamente complesse. Eppure i genitori sono sempre meno coscienti del proprio ruolo educativo; nella scuola i problemi esplodono e, di fronte a difficoltà che sembrano insormontabili, si preferisce affidare la risoluzione dei problemi ai medici, agli psicologi, ai logopedisti, ai neuropsichiatri, vale a dire a tutti coloro che, pur essendo esterni alla reale quotidiana vita scolastica, ma essendo investiti dalla pellicola della “scientificità”, vengono autorizzati a svolgere un compito apparentemente “oggettivo”.

La preoccupazione di molti pedagogisti e degli insegnanti che si impegnano nel loro ruolo con costanza è, al contrario, quella della eccessiva medicalizzazione del problema. Già in altri paesi si sono realizzate condizioni di cura che gli insegnanti italiani temono oltremodo: i disturbi di apprendimento, accompagnati da disturbi dell’attenzione, vengono pesantemente trattati altrove con psicofarmaci.

Forse il modo migliore per aiutare i ragazzi con problemi di apprendimento potrebbe essere quello di aiutare i genitori a svolgere il loro ruolo, in una società che li allontana sempre di più dalla voglia di impegno e sacrificio per i figli.

Bisogna riflettere fra educatori, genitori, insegnanti, psicologi ed altri esperti del settore sul fatto che la dislessia, al pari di altre manifestazioni della personalità, che in ambito scolastico si manifestano più o meno visibilmente, possa essere correlata alle dinamiche parentali all’interno delle relazioni famigliari.

(ottobre 2018)

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ETERNA SÍ MA DI CARTONE


Eterna sì ma di cartone di Letizia Gariglio,
articolo tratto dal mensile on line “Parole in rete”

Non tutte le bufale storiche di nutrono di parole, ci furono anche quelle, per così dire, scenografiche. Però le parole ce le mise Trilussa. Qualcuno le ricorda? «Povera Roma mia de travertino!/ rifatta tutta de cartone / aspetta l’Imbianchino  suo prossimo padrone ». 

L’Imbianchino era proprio Hitler, che visitò Roma nel 1938. Doveva essere accolto con clamori di folla, in un ambiente degno di ricevere il capo di stato alleato. Ma Roma non possedeva una stazione decente, e lungo la linea ferroviaria, al margine della città, si allungavano le squallide bidonville, fatte di lamiere e stracci, dove si accalcavano i poveracci. Che fare? L’idea geniale fu costruire una finta stazione, degna della Capitale.  

Alla metà degli Anni Trenta in aperta campagna esisteva una fermata tecnica per i treni, nient’altro. Lì si decise che sarebbe sceso il capo della Germania. In pochissimo tempo fu allestita una grandiosa scenografia con un portico d’onore lungo centodieci metri e profondo quattordici metri; si presentava inoltre un passaggio coperto per carrozze e automobili. Mentre il treno arrivava, e trecento locomotive suonavano la sirena contemporaneamente, il dittatore tedesco poté ammirare meravigliose facciate di palazzi (dietro le quali, ben occultate si nascondevano le baraccopoli); infine il treno giunse a Roma Ostiense: stazione inesistente fino a pochi giorni prima, anzi, come nelle migliori tradizioni del teatro, fino a poche ore prima. 

Come era potuto accadere quel miracolo? Grazie ad una struttura complessa di tubi Innocenti, che portava la scenografia ideata da Narducci, realizzata in legno e cartone. Hitler giunse  alla stazione Ostiense che era sera e, forse grazie anche al favore del buio, rimase impressionato da tutto quel marmo, così ben disegnato e dipinto, da dare l’illusione di essere reale. 

Per confermare quel successo in seguito la stazione fu costruita esattamente su quel modello.

(settembre 2018)

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SE TI DONO LA CITTÀ ETERNA di Letizia Gariglio

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Se ti dono la città eterna  di Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile in rete “Parole in rete”

Un falso storico che ha divertito molte generazioni di studenti fu quella riguardante la donazione di Costantino: documento contraffatto e lungamente ritenuto vero. Siccome il diavolo fa le pentole ma dimentica i coperchi qualcosa nel documento, che affermava l’avvenuta donazione, finì nel tempo con il rivelare la sua stessa falsità. Furono le parole stesse a parlare: rivelavano chiaramente che esse era state pensate e redatte in una forma di latino barbarico, vale a dire decisamente posteriore a quello dell’epoca in cui il documento  si sarebbe dovuto esprimere. Tra l’altro nella “Donazione” si fa riferimento alla città di Costantinopoli proprio con questo nome, ma Costantinopoli non era ancora stata fondata. La contraffazione fu rivelata nel XVI secolo da Lorenzo Valla, che negò l’autenticità  della cosiddetta donazione nel documento “La falsa Donazione di Costantino” (De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio). 

La refutazione avvenne sotto forma di lettera, provocatoriamente indirizzata al Papa Leone X e venne pubblicata dall’editore umanista Ulrich von Hutten. Oltre alla precisa critica di ordine linguistico Valla  ebbe l’audacia di rivelare quanto fosse incredibile l’affermazione contenuta nella Donazione. Infatti, quali ragioni avrebbero avuto Costantino per donare Roma e l’intero Occidente al Papa? In modo altrettanto adamantino rifiutò la possibilità che la donazione potesse essere avvenuta per motivi di riconoscenza, perché il Papa aveva guarito Costantino dalla lebbra. Questa, affermò, non era che una favola, ispirata da una storia della Bibbia, relativa a Naaman, guarito da Eliseo.

(settembre 2018)

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SULLA CITTÀ DI MÖRFELDEN-WALLDORF SEDE DI “IMPRONTE DI ARTISTE”

Qualche nota sulla città di Mörfelden-Walldorf sede di Impronte di artiste, di Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile on line “Parole in rete”

Mörfelden-Walldorf  è una città dell’Assia, di circa trentamila abitanti, posta molto vicino a  Francoforte (10 chilometri), che ha davvero alcune cose in comune con Torre Pellice, situata in Piemonte, con cui è gemellata. Infatti fu fondata il 10 luglio 1699, da Valdesi in fuga dalle Valli Valdesi, dopo la revoca dell’Editto di Nantes del 1685. L’editto aveva riconosciuto per alcuni anni la libertà di coscienza, vale a dire la libertà di avere e mantenere convinzioni interiori (religiose) e di comportarsi di conseguenza, in tutto il territorio francese; comportava la libertà di culto  nei territori dove i protestanti si erano già installati prima del 1597.

La revoca dell’Editto scatenò un’ondata di persecuzioni nei confronti dei Valdesi. Un gruppo di famiglie in fuga si trovò a girovagare per sfuggire alle persecuzioni cui erano sottoposte nelle Valli; si fermarono in Assia e riuscirono a firmare un accordo  con il langravio d’Assia Darmstadt.  Questi promise una forma di riconoscimento nei confronti dei Valdesi provenienti dalla Val Pellice, assicurando loro la libertà, i Valdesi presentarono un progetto di costruzione urbana , composto da una serie di fattorie che sarebbero sorte lungo l’asse principale della località. In cambio avrebbero ricevuto esenzione dal servizio di leva e dal pagamento di imposte. L’accordò funzionò.

Oggi il 10 luglio è ancora considerata la data di compleanno di Mörfelden-Walldorf.

(settembre 2018)

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LA COLONIZZAZIONE INTERIORE (LE PAROLE DEL ’68) di Letizia Gariglio

La colonizzazione interiore di Letizia Gariglio (articolo tratto dal mensile on line “Parole in rete” (settembre 2018)

«Quando un gruppo ne domina un altro, il rapporto fra i due è politico»: queste sono le parole che avremmo voluto leggere nel 1968. Non fu possibile. Ma erano state scritte.

Le aveva scritte Kate Millet, attivista femminista e scrittrice, che aveva iniziato proprio così l’apertura del manifesto del nuovo femminismo, redatto per l’assemblea del primo gruppo di liberazione delle donne, riunitosi alla Columbia University di New York. Il documento, inviato al giornale Columbia Spectator, fu rifiutato. Così non fu possibile leggerlo.

Fu respinto anche dalla Columbia Radio Station dell’Università, che non lo mandò in onda. Così non fu possibile nemmeno ascoltarlo. 

Ne venimmo a conoscenza successivamente, dopo che la macchina tritasassi del mondo patriarcale aveva finalmente preso avvio. Siccome «tutte le civiltà storiche  sono patriarcali: la loro ideologia è la supremazia maschile» era necessario lottare contro il predominio maschile a partire dalle istituzioni, secondo ciò che il Manifesto stesso recitava: le pratiche patriarcali consistevano nella «imposizione del dominio maschile attraverso le istituzioni: la religione patriarcale, la famiglia proprietaria, il matrimonio, il “focolare”». Più di una generazione di donne, quando infine poterono leggere gli scritti di Kate Millet, iniziarono a  dare coscienza ai loro pensieri, che tardavano a prendere forma, perché la cultura patriarcale era dura non solo da assalire, ma persino da comprendere: utilizzava da millenni strumenti di persuasione che raramente avevano consentito al genere femminile di esprimere in modo teoricamente organizzato il senso di disagio, di sofferenza e di sfruttamento che provava. Fin oltre gli anni ’50 del secolo scorso nella società occidentale, compresi gli Stati Uniti in cui la nostra autrice scriveva, si esercitava una dominanza maschile che non si esprimeva soltanto nelle possibilità di istruzione e di realizzazione professionale, ma più sottilmente in ogni anfratto della vita di ogni donna, cui il dominio maschile si imponeva innanzi tutto all’interno della famiglia, con assegnazione di ruoli inferiori, cosiddetti femminili, fatti di doveri domestici, di accudimento di figli, di “casalinghitudine” spesso non desiderati, per non parlare della negazione di importanti diritti umani, come ad esempio il diritto di voto (che come ben ricordiamo nella civilissima Italia avemmo solo nel ’46).

Parte della lotta per la liberazione del sesso femminile doveva passare attraverso la rivoluzione sessuale, atta a garantire la fine della repressione sessuale, attraverso la quale per millenni si era esercitato il dominio maschile, in forme spesso brutali, di violenza e sfruttamento. E nel ’68 con la liberazione sessuale si avviò la possibilità, per il genere femminile, di accedere a una condizione di scelta sessuale di cui la donna era rimasta priva per millenni, coincidenti con il dominio delle grandi religioni monoteiste.

Le donne che ebbero modo di entrare in contatto con il manifesto della Millet e poi con il suo studio (“Sexual Politics”, 1970) fecero proprio il concetto di colonizzazione interiore di cui per prima aveva parlato. Già, perché lo stato di subordinazione delle donne si fondava (e ancora oggi in parte si fonda) su quel sentimento di subordinazione che le viene assegnato già in famiglia, con l’attribuzione di un un ruolo e di uno status inferiore a quelli maschili. Infatti, se un qualunque sistema di caste per esprimersi ha bisogno di una società, il sistema che relega la donna in subordine si realizza a monte, all’interno della famiglia, nel primo nucleo vitale di protezione e di affetti in cui lei cresce, ed è perciò tanto più profondo, insidioso e persuasivo per lei stessa. La donna cresce avendo interiorizzato, compreso e accettato la propria inferiorità nel mondo, avendola succhiata con il primo nutrimento: la forma più subdola e più efficace di potere che il patriarcato potesse immaginare.

A distanza di cinquant’anni dal manifesto della Columbia University i mezzi di informazione ci inondano quotidianamente di racconti di stupri, omicidi, femminicidi, abusi di ragazze che hanno luogo in  ambienti domestici. La casa della famiglia di origine costituisce il miglior teatro di abusi e violenze sessuali a danno delle donne. Eppure le parole che hanno accompagnato le donne nella loro lotta attorno al ’68 sembrano essere passate di moda, la coscienza femminile del resistente dominio maschile e patriarcale sembra essere passata di moda, talvolta si percepisce da parte di alcune donne persino un senso di fastidio attorno alle parole come “emancipazione femminile”, o “emancipazione di genere” o “femminismo”, il fastidio che si prova nei confronti delle cose vecchie, inutili, stantie. Un numero sempre più esiguo di donne sembra rendersi conto che quando un gruppo ne domina un altro, il rapporto fra i due è politico. Tanto, anche per la politica si percepisce un certo fastidio…

(settembre 2018)

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FANDONIE di Letizia Gariglio

Fandonie di Letizia Gariglio, articolo tratto dal mensile in rete “Parole in rete”

Sebbene si tratti di frottole, talvolta dalle dimensioni colossali di vere e proprie panzane, non gli riserveremo la pedissequa attenzione veicolata dal globish, pseudo lingua franca che si configura come pessimo inglese. O dobbiamo per forza parlare di fake-news? Comunque sempre si tratta di racconti incredibili che poi vengono creduti benissimo, di voci infondate (o malamente fondate), frottole congegnate per ingannare. Non sempre di fanfaluche si tratta, leggere come bolle di sapone, ma talvolta di sassi appositamente lanciati per ferire e danneggiare. Nel migliore dei casi sono espedienti per salvare la pelle, o almeno la faccia. Ci sono fandonie recenti, quelle storiche, alcune divenute famose, altre rimaste depositate nella zone ombrosa delle piccole bugie. Oggi viene esercitata una vera e propria disinformazione, congegnata ad hoc, che si rafforza e si potenzia esponenzialmente attraverso la rete: la questione è spinosa perché sempre più difficilmente controllabile. Non occorre urlare al complottismo se si afferma che le informazioni false sono pensate, impacchettate, promosse per arrecare danno ad altri o profitto a sé. Qui ci divertiremo con qualche bufala  di tipo storico, rimasta nella memoria, e magari prossima alla dimenticanza.

(settembre 2018)

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SIATE REALISTICI, CHIEDETE L’IMPOSSIBILE (LE PAROLE DEL ’68)

Siate realistici, chiedete l’impossibile  (LE PAROLE DEL ’68) di Letizia Gariglio, da “Parole in rete” mensile on line

Cinquant’anni distava il ’68 dalla fine della prima guerra mondiale. Cinquant’anni dista il tempo odierno dal ’68 e se non fosse per la nostalgia di alcuni che ricordano quel periodo per esperienza diretta forse sembrerebbe un evento anche più lontano. Ma c’è una differenza: il ’68 pur essendo vissuto dai giovani d’oggi come cosa dell’altro secolo, dunque lontanissima, quasi antica, è percepito come una sorte di anno di fondazione. Di che cosa? Di tutto ciò che è venuto dopo, che si è posto al di là della linea tracciata del ’68 stesso, di tutto ciò che è cambiato dopo nel costume, nei fermenti sociali, nel lievito culturale, nel modo di pensare, agire, vestirsi, pettinarsi, nei comportamenti relazionali, nella gestione dell’amore e del sesso, nella condizione della vita individuale. “Dopo” il nostro paese uscì con una gran voglia di modernità, guardando al progresso nelle conquiste della collettività, della società e della vita civile.

I protagonisti del ’68 sono, ieri come oggi, molto celebrativi. Formavano, allora, una sorta di tribù, uniti dalla gioventù e da  una frenetica frequenza ormonale: erano una marea di giovani.  A distanza di ventitré anni dalla fine della seconda guerra mondiale,  che i loro genitori avevano vissuto, i baby boomers si sentivano un corpo solo e, fra i rimasti, oggi, a cinquant’anni di distanza, in un certo senso ancora aleggia fra loro quella ferma seppur difficilmente spiegabile sensazione di  formare tuttora una tribù, di cui sentono il privilegio dell’appartenenza.  Inesistenti i pentiti. Oggi, per i sessantottini, il ’68 è ancora motivo di fierezza esistenziale.

Ieri l’autocelebrazione si fondava sulla fortissima sensazione che qualcosa di fondamentale stesse accadendo, in grado di determinare una svolta nel mondo; oggi si fonda sull’autoconsapevolezza di aver fatto parte di una magia irripetibile. Certo: la magia di essere giovani insieme, innanzi tutto, ma anche quella di essersi trovati su una sorta di limen, su una soglia al di qua della quale il mondo si fondava su vetuste autorità, al di là si sarebbe fondato sul potere della collettività, delle assemblee, della partecipazione.

Non c’era Internet, niente telefonini, nemmeno uno straccio di fax, televisione gerontofila, eppure il movimento esplose in tutta Europa, in America Latina e negli USA, dando forma a una intera generazione. Ma come facevano le idee e le parole a trasmettersi da un posto all’altro quasi contemporaneamente? Sugli striscioni cambiava la lingua ma gli slogan, che avevano attraversato mari e oceani, erano gli stessi. Tutta la richiesta culturale veniva dai giovani: la musica, l’abbigliamento, la liberazione del sesso, la rivendicazione del genere femminile, il desiderio di uguaglianza, di democrazia, di libertà…

Nel tempo molte fermentazioni si sono perdute, gli entusiasmi ribollenti si sono calmati, la furiosa voglia di portare a galla quanto di politico ci fosse in vite individuali si è sedata, trasformandosi nel peggiore dei casi in voglia di antipolitica, di anti-istituzionalismo, anti-socialità. Però in mezzo c’è stata la rivoluzione sessuale, i sostanziali cambiamenti dell’immaginario collettivo; c’è stata la fiducia che istituzioni arcaiche, macchinose e immobiliste, potessero mutare sotto la tumultuosa spinta di trasformazione della società.

A partire dagli anni ’80 la spinta di  fiducia in sé e nella realtà («siate realistici: chiedete l’impossibile», recitava uno slogan del ’68 ) si trasformò e la stagione dell’ottimismo conflisse con ondate di pensiero neoliberiste e con l’involuzione del progressismo politico. Non fu più l’immaginazione ad essere al potere. Ancora una volta fu solo il denaro.

(agosto 2018)

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Amor, cha nullo amato amor perdona. Dialogo impossibile

Lettura interpretativa registrata dal vivo: voci di Roberto Gho e dell’autrice, Letizia Gariglio. Racconto tratto da “La felicità è momentaneamente occupata”.

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Racconto Ai-Ibur-Shapu

Roberto Gho e Letizia Gariglio leggono il racconto, registrazione  dal vivo.

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Islas Encantadas

Islas Encantadas: ultima preghiera di un condannato a morte. Roberto Gho interpreta con la sua splendida voce il racconto di Letizia Gariglio inserito nella raccolta La felicità è momentaneamente occupata.

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L’amore, ah l’amore

L’amore, ah l’amore è il titolo di un racconto compreso in La felicità è momentaneamente occupata: due personaggi prendono la parola uno dopo l’altro, rivelando via via il sentimento che provano l’uno per l’altro. Tuttavia, si scopre presto che non di un uomo e una donna si tratta… Continua a leggere

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Splendido pubblico a Binaria

La felicità è momentaneamente occupata venerdì 23 marzo a Binaria Continua a leggere

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Impronte di artiste

Impronte di artiste oggi  24 marzo a Torre Pellice in una mostra curata da Paola Malato E che artiste!

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La felicità è momentaneamente occupata a Binaria

In lettura a Binaria Book – via Sestriere 34 Torino;

venerdì 23 marzo h. 20,30

La felicità è momentaneamente occupata di Letizia Gariglio

letture interpretative di Roberto Gho e dell’autrice

serata con i musicisti del duo Le stanze

organizzazione dell’Associazione GRECAM, via della Rocca 25, TO

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Oggi “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto”

Letture di Domenico Diaferia,  Roberto Gho  e Letizia Gariglio oggi mercoledì 4 ottobre alla Biblioteca “Geisser” a Torino (corso Casale 5), ore 17,30 Continua a leggere

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Ma che letture d’Egitto!

Ma che letture d’Egitto!Nonostante il titolo irriguardoso che abbiamo dato, le letture di testi dell’Antico Egitto che Domenico Diaferia, Roberto Gho ed io proporremo mercoledì 4 ottobre alla Biblioteca Geisser sono serissime, Continua a leggere

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Colloquio/Intervista fra Elsa Graffi e Letizia Gariglio

Fessure è il titolo della prima raccolta di racconti contenuti nel tuo libro La felicità è momentaneamente occupata. Sono spiragli, colpi d’occhio nella vita di una donna. È così?

Sì, sono squarci improvvisi, feritoie da cui si possono cogliere istanti, episodi, momenti, accadimenti, sentimenti nella vita di una donna. Continua a leggere

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Pura Natura

L’artista olandese di land art Carla Cremers

Musa Paradisiaca, opera di Tegi Canfari

Può esserci titolo migliore di Pura Natura per un simposio di land art?

Vita in natura per i quindici artisti partecipanti, creazione in natura di opere elaborate a partire da materiali naturali.

Ma allora: qual è lo scopo di una creazione artistica se alla natura si tributa il senso della compiutezza e della perfetta realizzazione? Non è certo quello dell’artificio tecnico, che della natura si serve per proprio scopi, la maggior parte delle volte con nobilissimi intendimenti ma disastrosi risultati finali. Piuttosto è quello di adottare, per l’espressione umana attraverso la produzione artistica, il rispetto di quelle leggi che in natura sottendono il processo di generazione, trasformazione, distruzione e rinnovamento.

L’artista di land art forse non è così lontano dai principi aristotelici che pensano la natura non come una realtà a sé stante, ma piuttosto come un mezzo di comunicazione fra il mondo degli uomini e quello degli dei, fra il piano materiale e il pieno spirituale. L’artista di land art, infatti, alla natura interconnesso, si pone più come un mediatore, evidenziando possibili percezioni e modi di fruizione.

Quindici artisti europei soggiorneranno a San Giacomo d’Entracque, Cuneo (Italia), al Campeggio Sotto il Faggio, dall’ 1 all’ 8 luglio; rifletteranno, lavoreranno, costruiranno, condotti dalle suggestioni provenienti dall’ambiente, dai boschi di faggi, dai tronchi degli alberi, dai sassi dei torrenti, dall’acqua, dai legni e dal fogliame marcescenti sul terreno, dai profumi dell’aria, dalle marmotte e dagli altri animali del bosco; poi alla natura della Val Gesso affideranno la loro produzione artistica affinché la natura stessa continui l’opera, consumandola, trasformandola e infine riportandola, attraverso la sua distruzione, a nuova materia.

Hanno dato l’adesione a Pura Natura artisti di nazionalità diverse: Carla Cremers, Tegi Canfari, Hetty De Boer-Blonk, Emmy Chau, Sjoerd Swibettus, Polly Gregoor, Roosje Chini, Paola Malato, Clemens Maassen|, Rudi Punzo, Micaela Tornaghi, Claudia Borgna, Gilda Brosio, Marcella Tisi. Jeroen Gosse è fotografo ufficiale.

Il simposio è organizzato da Tegi Canfari e Carla Cremers.

Carla Cremers è un’artista olandese. Dice di se stessa: «La natura è la fonte della mia ispirazione e mi trasmette l’energia che utilizzo per dare vita ai mei lavori. Il vento, l’acqua, la luce lo spazio e il tempo giocano nelle mie opere un ruolo cruciale». È stata organizzatrice della manifestazione artistica di land art in Maastrict International Land-Art Maastricht negli anni 2013 and 2014.

Tegi Canfari, artista italiana, da anni partecipa a simposi di land art in Europa, creando opere d’arte con i materiali dei luoghi in cui hanno luogo le manifestazioni artistiche. Riconosce nella land art numerosi motivazioni per il proprio lavoro, non ultimo quello educativo: «Educare al rispetto e all’amore per l’ambiente» è uno dei suoi principali intenti. Dice di sé: «Il punto di partenza della mia ricerca è l’amore per la natura, come Grande Madre, madre generatrice di vita e di energia. Sono semi, frutti, foglie, fiori, radici: si ingigantiscono appropriandosi dello spazio circostante affinchè tutti noi possiamo prendere coscienza della sua esistenza e dell’essenza. Le mie sculture vogliono vivere in spazi aperti e naturali». Sue opere figurano presso la Fondazione Peano di Cuneo, Parco Sculture di Miramaurizio (Imperia), Museo Brizzi di Albissola Marina (Savona), Parco Arte e Vita in Potsdam (Berlino), Bugac Puszta, Kecskemèt ( Budapest), Museum der Stadt Barth (Mar Baltico), Centro Arte Lupier Gardone V:T:(Brescia), Villa Biener Cipressa (Imperia), Isola di S.Pietro (Cagliari). Parco sculture Centro Europeo d’Art Fantastique a Eben-Emael – Liegi, Belgio, Collezione Opere Fiber Art – Biblioteca Civica di Chieri, Biblioteca Civica di Moncalieri.È stata ideatrice e curatrice di Arte Aperta isola di san Pietro – Carloforte – Sardegna dal 2004 al 2010.

 

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Perché la prosopopea. In risposta a un lettore

 

Buon giorno. Innanzi tutto la ringrazio. Sono felice di aver almeno accontentato un lettore.
Non mi riconosco nella definizione di “surreale”, almeno non in senso storico-letterario. Se intendiamo per surreale un’espressione che si ricolleghi direttamente con il mondo dell’inconscio e dei suoi stati (di sogno e similari, anche indotti in maniera artificiale); se intendiamo riferirci a tecniche, messe in atto dalla letteratura surrealista, spesso basate su causalità, coltivate per attivare l’inconscio, allora siamo lontanissimi dal modo con cui questi racconti sono stati scritti e dalle loro intenzioni.
Non avevo alcun interesse, mentre scrivevo, nei confronti del raggiungimento di uno stato conoscitivo onirico. E’ vero che i racconti attribuiscono, attraverso la personificazione, una vita animata ad animali e a oggetti, o a fenomeni, ma in un modo completamente diverso. In realtà quei racconti sono divertimenti che confermano una predisposizione, oserei dire “congenita” dell’uomo, di intravedere, scovare entità animate nel mondo attorno a lui: le scienze cognitive studiano questa inclinazione umana a riconoscere nel mondo che ci circonda una realtà animata, umanizzata, sembra che la nostra mente sia disposta in modo naturale alla personificazione. Noi trasformiamo la realtà circostante umanizzandola: la nostra mente opera costanti metamorfosi umanizzanti. La cultura, la letteratura e l’arte, d’altra parte, hanno ampiamente confermato questa nostra tendenza ad esprimerci personificando, sia attraverso le parole, sia attraverso l’immagine. Ho voluto riprendere questa tecnica classica, letteraria e iconografica, che la retorica antica conosceva molto bene – non a caso i racconti in cui gioco con la personificazione fanno parte di una raccolta che s’intitola “Prosopopee” (che significa appunto “personificazioni”, aggiungendo ad esse la facoltà della parola).
Ho consapevolmente utilizzato la tecnica, avendo l’occasione di depurarla da seconde finalità. Mi spiego meglio. Nelle forme di comunicazione contemporanea la personificazione e la prosopopea sono al servizio di finalità commerciali. La pubblicità sa bene come sfruttare al meglio l’efficacia della personificazione: la usa per creare un impatto emotivo, per sollecitare nel modo più diretto un processo di immedesimazione fra persone (potenziali compratori) e oggetti di cui si deve indurre il desiderio. Spesso lo fa per mezzo di fumetto e animazione. Il mio scopo narrativo è invece quello di sollecitare la sensibilità del lettore ad un gioco vecchissimo, anzi antico, giocato senza secondi fini, per il puro gusto del divertimento letterario, naturalmente con un registro linguistico lontano da quello del mondo pubblicitario. Quanti di noi hanno pensato che il mal di schiena che li attanagliava fosse così ossessivo e crudele da sembrare avere una vita propria? Questo è ciò che ho provato a fare: dare vita animata alle cose.

 

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Conoscete le poesie di Grazia Valente?

Grazia Valente

Conoscete le poesie di Grazia Valente? Sono molto belle. Avrete modo di ascoltarne alcune prossimamente, sabato 6 maggio, alle ore 17,45 nella Sala Adele Piatino di via Botticelli 26 a Torino. Continua a leggere

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LETTURA RACCONTI

Venerdì 24 marzo lettura di Roberto Gho e Letizia Gariglio da La felicità è momentaneamente occupata di Letizia Gariglio (Nuova Ipsa Editore), attorno alle ore 21, presso Libreria La Bussola, via Po, 9 (TO). Si partecipa alla Maratona di Letture.

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PRESENTAZIONE “LA FELICITA’ E’ MOMENTANEAMENTE OCCUPATA”

LA FELICITA’ E’ MOMENTANEAMENTE OCCUPATA

lettura interpretativa

dell’autrice, Patrizia Aramu e Roberto Gho

dal volume di racconti omonimo di Letizia Gariglio

Piola Libreria di Catia, via Bibiana 31 To

Sabato 11 marzo, ore 20.30

 

 

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FOTO PRESENTAZIONE CHIERI

Gli attori Patrizia Aramu e Roberto Gho con Letizia Gariglio Continua a leggere

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PRESENTAZIONE LIBRO LETIZIA GARIGLIO CHIERI

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La felicità è momentaneamente occupata di Letizia Gariglio

Il volume di racconti di Letizia Gariglio, dopo la presentazione di  Torino avventuta in dicembre, viene presentato giovedì 2 febbraio alle ore  18 alla Mondadori Bookstore di CHIERI, in via Vittorio Emanuele 42/b.

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LA FELICITÀ È MOMENTANEAMENTE OCCUPATA

RACCONTI PUBBLICATI DA NUOVA IPSA EDITORE, PALERMO, 2016

Amor, cha nullo amato amor perdona. Dialogo impossibile

Lettura interpretativa registrata dal vivo: voci di Roberto Gho e dell’autrice, Letizia Gariglio. Racconto tratto da “La felicità è momentaneamente occupata”.

AUDIO “AMOR CH’A NULLO AMATO AMOR PERDONA”, LETTURA DI ROBERTO GHO E DELL’AUTRICE


AI-IBUR-SHAPU

LETTURA INTERPRETATIVA DEL RACCONTO AI-IBUR- SHAPU, DI ROBERTO GHO e dell’autricrtratto dal volume “La felicità è momentaneamente occupata”

ISLAS ENCANTADAS

LETTURA INTERPRETATIVA DI ROBERTO GHO E DELL’AUTRICE

L’AMORE, AH ‘AMORE

LETTURA INTERPRETATIVA DI ROBERTO GHO E DELL’AUTRICE

Carlo il tarlo e la legge dell’ottava. (In risposta al commento d’una lettrice)

Pubblicato il 16 Giugno 2017 da Letizia_Gariglio

Sono ben lieta di soddisfare il tuo interesse per il racconto. Come tu hai osservato c’è un riferimento nel racconto Viaggio di un tarlo in un’ottava alla legge dell’ottava espressa da Gurdjeff. Ma non solo.
Quando da ragazzina andavo a scuola ero rimasta molto incuriosita nello scoprire che nel mondo della chimica regnava, per così dire, la legge dell’ottava. Infatti il chimico russo Dimitrij Ivanovic Mendeleev, che non era solo un chimico ma un appassionato di musica, sulla base dell’intuizione di uno studioso che l’aveva preceduto, John Newlands, aveva pensato che anche nel mondo degli elementi chimici dovessero valere principi di ordine e armonia simili a quelli della musica.

Mendeleev in buona sostanza assunse l’idea precedentemente espressa da Newlands che prima di lui aveva proposto una metologia per classificare gli elementi: essa aveva preso il nome di Legge delle Ottave. Che diceva questa legge? Affermava che quando gli elementi vengono posti secondo massa atomica crescente, ogni gruppo di sette elementi presenta analogia di proprietà chimiche e fisiche: inoltre l’ottavo elemento ad una attenta osservazione si propone come una specie di ripetizione del primo, analogamente a quanto si verifica per l’ottava nota della scala musicale.

In seguito alle intuizioni di Newlands Mendeleev decise di disporre gli elementi in funzione del loro peso atomico crescente, e prese a raggrupparli, ad intervalli fissi e ricorrenti, su basi dell’ottava, avendo l’ottavo elemento rispetto al primo proprietà chimiche e fisiche comuni. Nell’organizzare il suo Sistema Periodico, egli procedette con un metodo empirico basato sulla ricerca delle consonanze

Fu spinto da valori che riteneva fossero presenti in ogni aspetto della vita e dell’universo e così organizzò su base settenaria la classificazione degli elementi. In questo modo constatò la veridicità dell’intuizione, perché incolonnando i valori degli elementi chimici secondo i loro pesi atomici, gli elementi che iniziavano un gruppo di sette, ossia quelli rappresentati dai numeri d’ordine 1, 8, 15, 22 eccetera, presentavano proprietà simili tra loro. 

La legge del sette, o dell’ottava, valevole in campo musicale, passò in tal modo al campo della chimica. Non a caso era un’idea musicale: Mendeleev (e tutto l’ambiente chimico russo) aveva una profonda connessione con l’ambiente musicale. Borodin era un chimico organico. A casa di Mendeleev era solito riunirsi il cosiddetto gruppo dei cinque: cinque musicisti che divennnero grandi compositori, Borodin, Rimsky-Korsakov, Mussorgski, Balakirev, Cui, gli stessi compositori che stavano dando vita ad una tradizione musicale russa moderna indipendente dalla tradizione occidentale classica. 

Gurdjeff ha rinnovato la legge dell’ottava, sotto profilo spirituale. Secondo Gurdjieff (e molti fisici moderni) tutto l’universo è costituito da vibrazioni: luce, materia, calore, suoni, non sono altro che diverse forme di vibrazione. Le vibrazioni pervadono tutto l’universo e si propagano in tutte le forme, da quella più pesante, più rozza a quelle più sottili; esse variano la loro condizione di stato, poiché seguono fasi di crescita e decrescita.

L’ottava è l’intervallo di otto note consecutive. In due punti dell’ottava l’energia che si propaga diminuisce di intensità, vale a dire che vi è un indebolimento dell’energia. Accade fra Mi e FA, poi nuovamente fra SI e DO: fra queste note infatti non vi sono semitoni. Quei due punti sono punti di crisi. Si presentano sempre in un processo di trasformazione o creazione o di attività umana. Troviamo questo fenomeno nell’osservazione della luce, del colore, e anche nella vibrazione della tavola periodica degli elementi.

La legge dell’ottava spiega perché in natura nulla proceda in linea retta. Nel punto di crisi l’onda rallenta la sua frequenza, e lì si ha una deviazione dalla direzione originaria.

Sommandosi le deviazioni si ha un ripiegamento della linea di sviluppo, tanto che essa può arrivare a invertire il senso di propagazione e chiudersi ripiegandosi in cerchio: per questo in natura tutto è ciclico.

Questa legge cosmica condiziona le nostre azioni e ci procura alcune crisi, creandoci difficoltà e talvolta rendendoci inefficienti o incapaci di fare ciò che ci eravamo proposti di fare. Solo con grandi sforzi passiamo da MI e FA e da SI a DO.

Anche le età dell’uomo e il suo cammino sulla terra sembrano essere scanditi attraverso una serie di note, personali e collettive. Con la nascita inizia l’infanzia, cui segue la fanciullezza, ma è l’adolescenza il punto di crisi (e chi non l’ha vissuta scagli la prima pietra), e se la vita scorre con relativa tranquiliità attraverso la giovinezza l’età adulta la maturità, la crisi più forte subentra per tutti nella fase della vecchiaia, che ci prepara al salto verso nuova ottava.

La mia personale curiosità per la legge dell’ottava mi ha portata a scrivere il racconto.

Il Viaggio di un tarlo in un’ottava è un divertissment allegorico, è una favola. Come avviene sempre nelle favole il protagonista è un animale: un tarlo, la cui sete di conoscenza rappresenta quella di ciascuno di noi, ciascun uomo. Dante scriveva: “fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza”; nell’epigrafe che precede il racconto ho giocato a parafrasare le parole di Dante nell’espressione “fatti non foste per viver come bruchi ma per seguire virtude e conoscenza”. 

Il racconto è la storia di un tarlo: il tarlo siamo noi. Come noi il tarlo è obnubilato dal proprio egocentrismo, che gli fa credere di essere il centro dell’universo. Dovrà nel corso della sua esistenza comprendere che non è proprio così, e dovrà imparare a compiere molti passi per realizzare un percorso che abbia, rispetto al suo punto di partenza, un valore evolutivo.

Così Carlo il tarlo dovrà prima incrementare enormemente i suoi sforzi per superare le negatività che lo attraggono verso il baratro (che si profila a monte della sua regione), e poi per sfuggire in ogni modo alle forze contrastanti dei suoi oppositori. Nel suo caso sarà l’amore quella forza aggiuntiva speciale che lo metterà in condizioni di superare il ripiegamento delle sue forze vitali. 

Nel migliore dei casi accade anche a noi umani.


Colloquio/Intervista fra Elsa Graffi e Letizia Gariglio

Fessure è il titolo della prima raccolta di racconti contenuti nel tuo libro La felicità è momentaneamente occupata. Sono spiragli, colpi d’occhio nella vita di una donna. È così?

Sì, sono squarci improvvisi, feritoie da cui si possono cogliere istanti, episodi, momenti, accadimenti, sentimenti nella vita di una donna. La donna dei racconti in Fessure porta sempre lo stesso nome, a suggerire che potrebbe trattarsi dello stesso personaggio. Forse la storia narra la vita di una sola donna. Ma forse non è così. Non si sa, tuttavia il succedersi degli eventi, dal primo incontro all’ultimo, è disposto in una direzione che possiede un senso cronologico, secondo un prima e un dopo. Età, tappe di vita si susseguono, dalla pre-adolescenza ad una vecchiaia inoltrata, quando anche la mente non regge più il confronto con la complessità della vita. In ogni caso in ogni racconto vi è una presenza femminile, una sensibilità che accomuna le donne.

In Attesa, la prima storia, la protagonista è nella fase della pre-adolescenza, assapora la libertà che solo una nonna può dare. Persino le vacanze da una nonna lontana sono più esotiche, quando aspetti lui: il primo lui, il primo amore. E nell’attesa della vacanza a venire anche le stagioni sembrano susseguirsi in un lampo e attaccarsi l’una all’altra, indelebilmente, come se il resto del tempo non esistesse più. Però nel tuo racconto il primo amore saprà elegantemente e inesorabilmente sparire come una particella del tempo esistenziale, piccola cicatrice di un’adolescenza.

Che sia una prerogativa maschile, il distacco, che si ripropone a ogni Lisa, a ogni donna? Tu dici piccola cicatrice, e qui non concordo. La protagonista della storia vive il distacco come un abbandono. Peggio, come una promessa di tutti gli abbandoni a venire. Così l’abbandono si presenta anche nella storia Sentirsi speciali, quando la donna sembrerebbe nel pieno della sua giovinezza e la felicità quasi a portata di mano. E infatti il distacco, l’abbandono lasciano una ferita così profonda da uccidere, o almeno da uccidere una parte dell’anima, che come un vecchio involucro, un vestito dismesso, rimarrà a terra.

Prima però la protagonista, in Essere ninfea ha l’occasione di vivere pienamente il tempo dell’amore, la piena consapevolezza del significato dell’appartenenza al genere femminile.

È così. Vive pienamente l’aspetto femminile dell’accoglienza, che è a mio parere la quintessenza del modo di amare femminile, in cui prevale il desiderio di ricevere, ma in questo modo il femminile soddisfa il desiderio di colui il quale vuole donare: nel ricevere femminile sta il dono al maschile. La donna desiderata è il desiderio, e il desiderio vuole ricevere per poter donare.

Il tempo del reciproco scambio ha fine e Sentirsi speciali è un inganno, un velo bucherellato che nasconde la verità-sogno. E se la felicità può rappresentarsi in una relazione vissuta nel tempo caldo della materia fisica, quando poi il freddo di una realtà indesiderata arriva, allora o si accetta la condizione o si entra in un altro gioco, che fa muovere ancora.
C’è un grande senso di solitudine nei racconti di Fessure, è vero?

La solitudine è prepotente, aumenta con l’accumularsi delle esperienze della protagonista. Così la piena maturità vede Lisa dibattersi, rifiutare il silenzio, segno del vuoto impresso dalla solitudine: lei cerca di riempire il vuoto con suoni fittizi. Per lei è una specie di incidente imbattersi sullo schermo televisivo (in Matrimonio) con immagini che dapprima sembrano innocue, in quanto estranee alla sua realtà personale. Non si aspetta che l’uomo sullo schermo, che pare dapprima una specie di troglodita, possa assumere le vesti di un uomo ideale, perfettamente aderente alle esigenze della sua donna, in cui Lisa non può fare a meno di identificarsi. E allora si scatena l’inferno.

Già, in Matrimonio entrano in gioco di prepotenza immagini di tutto ciò che poteva essere e non è stato, perché si è distrutto, e solo le altre sono amatissime e fortunatissime, perché c’è solo il bello della donna amata come femmina primordiale. E quando il tempo avrà sedato il dolore, ci saranno tuttavia guizzi di rimpianti. In Effetti epagomeni il pane di Natale, ultimo fagotto caldo che la donna metaforicamente non riesce più a trascinare con sé, cade nella spazzatura: ennesimo sogno che si frantuma. Lì le altre donne, il mondo delle mogli, delle madri e delle nonne di ideali famiglie, si ergono come un coro greco. Lisa fa un ultimo tentativo per ammansirlo, rassicurarlo, prima di precipitare in una condizione di vergogna inespressa.
La più ironica delle storie di Fessure è Palpiti d’amore di tamalou. Lì l’età di Lisa e delle amiche ha voltato oltre la metà. Che accade?

Beh, le ragazze cercano innanzi tutto di resistere al tempo. Non ricorrono ad artifici per modificare la forma, l’attenzione non è rivolta al corpo: niente botulini, per intenderci. Però cercano di tenersi attive, e lo sono: con la mente e, perché no, con i sentimenti e le emozioni amorose. Usano il più grande antidoto contro lo spegnimento delle energie: l’amore. Fatto sta che la protagonista viene coinvolta in un appuntamento che potrebbe sfociare in un interesse quasi amoroso…

È osservata con attenzione dalle amiche. Che prevengono, sostengono, accompagnano… ma come andrà a finire?

Ah, l’incontro si trasformerà in un duetto in cui lui e lei, ormai piuttosto anzianotti e malfermi, per quanto ancora indomiti, scopriranno la gioia della condivisione delle loro affinità elettive: le malattie, che tormentano entrambi, oppure l’uno e l’altro; così l’incontro si trasformerà in una competizione basata sulle infermità dei due tamalou.

Poi, quando inizia l’ultimo racconto, Il sole piega a occidente, ci si trova in una condizione di distensione, in una natura senza tempo, pronta ad accogliere.

Anche la protagonista sembra essere senza tempo, in un tempo indefinito, un tempo privo di memoria. Anzi, tutto il racconto è fondato sul tema della memoria e su un equivoco che riguarda i due personaggi, le età, i loro reciproci ruoli.

Il sole piega inesorabilmente a occidente…

Sì, occorre accettare. Ciò che conta è che la protagonista abbia passato il testimone.

FOTO PRESENTAZIONE CHIERI

Pubblicato il 8 Febbraio 2017 da Letizia_Gariglio

Gli attori Patrizia Aramu e Roberto Gho con Letizia Gariglio, autrice di La felicità è momentaneamente occupata durante  la presentazione che ha avuto luogo a Chieri, alla Libreria Mondadori.

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Nuovi racconti di Domenico Diaferia

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Mercoledì 16 Marzo ore 17.30
presso la Biblioteca Civica Alberto Geisser, Corso Casale, 5
Presentazione del nuovo libro di Domenico Diaferia
“I racconti del Controscoglio
Letture dell’autore, di Letizia Gariglio e di Roberto Gho

 

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8 marzo con Grazia Valente

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Mio caro Adamo

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In occasione dell’8 marzo, Festa della Donna, si svolgerà la performance della poetessa Grazia Valente Mio caro Adamo, poesie e collage al femminile. L’autrice  presenterà la  silloge Ambaradonna, edita da Achille e la Tartaruga, 2015, con l’introduzione di Angela Donna. Martedì 8 marzo alle 17,30 alla Biblioteca Geisser, corso Casale 5, Torino (Parco Michelotti).

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POLITIKABARETT. I NUOVI GOBBI DAL 1970 AL 1984

mostra 2Venerdì 4 marzo alle 18:00 Inaugurazione mostra POLITIKABARETT – I Nuovi Gobbi dal 1970 al 1984, Parco Le Serre di Grugliasco

Ecco la presentazione dell’istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare, Regione Piemonte – Città di Grugliasco :

 POLITIKABARETT dal Collettivo Teatrale a “I Nuovi Gobbi” (1970 -1984) mostra a cura di Giovanni Moretti, a Villa Boriglione-Museo Gianduja dal 4 al 13 marzo.
Perché organizzare una mostra sull’attività Continua a leggere

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Iniziative di amici

1 marzo

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Amico poeta Franco Dionigi

Poesia in Progress Torino 2016
Ricordo dell’amico poeta Franco Dionigi
Giovedì 25 Febbraio 2016 , ore 16.45
presso la Libreria Claudiana di via Principe Tommaso, 1

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BINARI inVERSI – Genova

21 febbraio

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Alessandro Novellini

19 febbraio

Poesia in Progress                                              Torino                                                    2016

Venerdì 19 febbraio  ore 17.00        

presso la Cooperativa di Consumo e Mutua Assistenza Borgo Po e Decoratori

(“gli Imbianchini”), via Lanfranchi, 28

Presentazione del libro di Alessandro Novellini,  Non troverai altro luogo

Intervento del giornalista Renato Scagliola.  Letture di Domenico Diaferia e di Sergio Notario

 

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La nostra CASA

Ci vogliono 12 zeri per scrivere un miliardo (o bilione, in lingua inglese); se noi quella cifra la moltiplichiamo per tre e mezzo, otteniamo pressapoco il tempo in cui è stata popolata la Terra. Bene, in questo tempo sono sparite il 95% delle specie viventi. Ora si calcola che negli anni futuri ne spariranno molte di più.
Eppure, siamo davvero preoccupati per le dinamiche ambientali? Continua a leggere

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Bellezza e condivisione

 

Yann Arthus-Bertrand è un ambientalista francese, che usa giornalismo e fotografia per comunicare le sue idee di ambientalista. Davanti ai suoi video e alle sue fotografie si ha l’impressione non solo di cogliere un messaggio Continua a leggere

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Intervista di Grazia Valente a Letizia Gariglio

Grazia Valente ha intervistato Letizia Gariglio, autrice della raccolta di poesie Amaritudine: Continua a leggere

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RECENSIONE di AMARITUDINE

Recensione
di GRAZIA VALENTE

della raccolta di poesie Amaritudine di Letizia Gariglio (Amaritudine. Poesie d’amore e disamore di Letizia Gariglio. Nuova Ipsa Editore, Palermo. In tutte le librerie dal 12 maggio 2015).
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Amaritudine: una parola insolita, dal suono dolce-amaro, sinonimo di amarezza. Se l’autrice lo ha scelto come titolo della propria raccolta poetica, accompagnato, nel sottotitolo, dal binomio amore/disamore, la ragione non può che essere quella di voler rappresentare, della propria vita o comunque del proprio modo di rapportarsi con essa, l’aspetto meno felice, meno appagante. Una silloge che fotografa lucidamente una condizione di separatezza, di solitudine amorosa.
Il libro si apre con un prologo, una ouverture lirica sull’atto dello scrivere, un atto che da fisico si fa esistenziale, con il «bisogno di narrare» che l’autrice dichiara, quasi a giustificare il suo «esserci» sulla pagina. La scrittura si palesa attraverso i secoli, parte essenziale della storia stessa dell’uomo, dallo «stilo» alla tastiera. Il punto più alto lo si raggiunge là dove la «sofferenza si fa scrittura».
A proposito di amore Continua a leggere

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Due eventi in sinergia

Due eventi sinergici sabato 30 maggio a Chieri, in piazza Cavour 3, presso la Libreria Mondadori, a Palazzo Balbiano, alle ore 17:

INAUGURAZIONE MOSTRA DI TEGI CANFARI,

TEGUMENTO

e

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI POESIE DI LETIZIA GARIGLIO,

AMARITUDINE

La scultrice e la scrittrice conducono l’evento insieme, evidenziando  tracce e temi comuni nelle loro opere.

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Presentazione a Chieri

Sabato 30 maggio alle ore 17 la raccolta di poesie Amaritudine sarà presentata a Chieri, presso la Libreria Mondadori, in piazza Cavour 3.

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AMARITUDINE on line

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Ora la raccolta di poesie AMARITUDINE si trova anche in formato e-book in tutte le principali librerie on line.

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Presentazione e performance Amaritudine 06/05

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Hanno letto alcune poesie della raccolta Amaritudine: Milena Boico, Alberto Giovannini Luca, Roberto Gho, Antonietta Vallarella. È intervenuto il duo di danza contemporanea Blueknees, formato da Arianna Contursi e Barbara Nepote. Continua a leggere

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Pro memoria – INVITO Mercoledì 06 / 05 ore 18

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Amaritudine, raccolta di poesie
Nuova Ipsa Editore, Palermo aprile 2015

presentazione e performance

con l’autrice, Letizia Gariglio, alcuni amici e le Blueknees, duo di danza contemporanea
Biblioteca Geisser, corso Casale 5 Torino (parco Michelotti), mercoledì 6 maggio ore 18.

 

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BLUEKNEES SU AMARITUDINE

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Le BLUEKNEES Arianna Contursi e Barbara Nepote hanno creato sul tema AMARITUDINE una coreografia di danza contemporanea (12′ circa). La presenteranno mercoledì 6 maggio Continua a leggere

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Enigmi dentro e fuori di sé

Se n’è andato da poco il vagone “di Primo Levi”, che era situato in piazza Castello, a Torino, a pochi metri da Palazzo Madama dove, nella Corte Medievale, era allestita una mostra sul poliedrico intellettuale torinese: I mondi di Primo Levi. Una strenua chiarezza. Continua a leggere

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AMARITUDINE

PUBBLICATO DA “NUOVA IPSA EDITORE”, PALERMO, APRILE 2015

AMARITUDINE on line

Pubblicato il 25 Maggio 2015 da Letizia_Gariglio

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Ora la raccolta di poesie AMARITUDINE si trova anche in formato e-book in tutte le principali librerie on line.

RECENSIONE di AMARITUDINE

Pubblicato il 12 Luglio 2015 da Letizia_Gariglio

Recensione
di GRAZIA VALENTE

della raccolta di poesie Amaritudine di Letizia Gariglio (Amaritudine. Poesie d’amore e disamore di Letizia Gariglio. Nuova Ipsa Editore, Palermo. In tutte le librerie dal 12 maggio 2015).
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Amaritudine: una parola insolita, dal suono dolce-amaro, sinonimo di amarezza. Se l’autrice lo ha scelto come titolo della propria raccolta poetica, accompagnato, nel sottotitolo, dal binomio amore/disamore, la ragione non può che essere quella di voler rappresentare, della propria vita o comunque del proprio modo di rapportarsi con essa, l’aspetto meno felice, meno appagante. Una silloge che fotografa lucidamente una condizione di separatezza, di solitudine amorosa.
Il libro si apre con un prologo, una ouverture lirica sull’atto dello scrivere, un atto che da fisico si fa esistenziale, con il «bisogno di narrare» che l’autrice dichiara, quasi a giustificare il suo «esserci» sulla pagina. La scrittura si palesa attraverso i secoli, parte essenziale della storia stessa dell’uomo, dallo «stilo» alla tastiera. Il punto più alto lo si raggiunge là dove la «sofferenza si fa scrittura».
A proposito di amore, scrive Ovidio nella sua Ars amatoria: «Quanto più amore mi trafisse, quanto più crudelmente m’arse, su di lui tanto più grande prenderò vendetta». E la vendetta di un poeta, una vendetta incruenta ma non meno efficace, si manifesta nella scrittura.
Ma ritorniamo al titolo del libro: Amaritudine. Ci piace immaginare questa parola della nostra lingua (e probabilmente il gioco linguistico è stato creato ad arte) come la fusione del verbo amare con l’aggettivo amaro, mentre il suffisso richiama altre assonanze, ad esempio quella con solitudine. Il sentimento amoroso è molto presente nella poesia dell’autrice, un amore che ha conosciuto la prova più terribile: quella del distacco. L’autrice sembra affrontare tale prova in maniera oscillante, divisa tra un sentimento intriso di rabbia, di rancore, e all’opposto un dolore che si stempera in nostalgia, quasi pacificato nel ricordo degli slanci amorosi.
Il senso di solitudine affiora in molte liriche, ad esempio quando l’autrice osserva con occhi dolorosamente partecipi coppie occasionali colte nell’affettuosità quotidiana. Ma già si intuisce che si tratta di una solitudine aperta ai cambiamenti. Nella lingua anglosassone si definisce la solitudine con due termini diversi, che non sono sinonimi: solitude e loneliness. La prima è la solitudine voluta, cercata. La seconda è quella non desiderata, subita. La solitudine dell’autrice, la loneliness, la più dolorosa, è anche quella che ci tempra, ci rafforza: «Eppure non disarmo», ci dice l’autrice in un suo verso.
Stilisticamente, la poetessa evidenzia una maturità espressiva accompagnata da una notevole raffinatezza e ricercatezza lessicale che a volte sfocia all’improvviso nell’ironia, si tempera di slanci autoironici, forse nel timore di abbandonarsi alla retorica dei sentimenti.
Quella di Letizia Gariglio è una poesia lucida, consapevole, pervasa da riflessioni filosofiche, densa di immagini e ricca di metafore, in una sapiente alternanza di toni bassi e toni alti, con picchi di realismo svelati senza infingimenti, per quel bisogno di verità connaturato al poeta, che non può fare a meno di rivelarsi fino al fondo della propria anima.
In questo libro, a nostro giudizio importante, sia per la quantità di poesie che raccoglie (112) che per la molteplicità di temi e per quegli accenti di verità cui si è già accennato, l’autrice ha manifestato il suo bisogno, a un certo momento della vita, di fare ordine.
Si rovista metaforicamente nei cassetti, si svuotano gli armadi, in una esigenza di pulizia radicale. Oggetti come persone e viceversa, alla ricerca di un senso al proprio esistere attraverso un nuovo e diverso significato da attribuire al proprio cosiddetto vissuto. E’ una sorta di inventario delle cose perdute, degli amici che non sono più (anche se coloro che ci hanno lasciato sono ancora con noi, perché «il lutto non divide»). Poi, a un certo momento, si materializzano i luoghi del nostro passato, luoghi cari alla memoria, luoghi abitati dalle persone più amate, che ritornano vive attraverso gli impossibili dialoghi dettati dal rimpianto.
Si avverte come il punto di arrivo in un ideale crocevia nel quale urge un bisogno di meditazione, di andare oltre il presente, che porta con sé una nostalgia del divino, di quel «luogo del religioso … al quale guardavano gli uomini alla ricerca della parola perduta». Un anelito verso la trascendenza come connessione contrapposta tra due piani dell’esistere, quello denso degli umori che scaturiscono dalle passioni e quello ideale, rarefatto e custodito come una reliquia.
E si intraprende un ultimo viaggio, verso un’isola, l’isola madre. «Sono venuta per rinascere … per ascoltare il suono delle mie origini». E lì, nel sito archeologico nuragico di Tamùli, tra le pietre allineate in un antico rituale, guardando l’azzurro del cielo «che non disillude», pur con la presenza inquietante del rapace che lo attraversa, si percepisce l’appartenenza a «una madre interiore primordiale». E si anela a un ritorno alle origini della nostra condizione di esseri umani, dove la potenza della vita non è, né può essere altro, che energia d’amore.

Presentazione e performance Amaritudine 06/05

Pubblicato il 9 Maggio 2015 da Letizia_Gariglio

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Hanno letto alcune poesie della raccolta Amaritudine: Milena Boico, Alberto Giovannini Luca, Roberto Gho, Antonietta Vallarella. È intervenuto il duo di danza contemporanea Blueknees, formato da Arianna Contursi e Barbara Nepote. La performance si è svolta nella Sala Incontri della Biblioteca civica A. Geisser di Torino, il 6 maggio dalle ore 18.

BLUEKNEES SU AMARITUDINE

Pubblicato il 28 Aprile 2015 da Letizia_Gariglio

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Le BLUEKNEES Arianna Contursi e Barbara Nepote hanno creato sul tema AMARITUDINE una coreografia di danza contemporanea (12′ circa). La presenteranno mercoledì 6 maggio (dalle 18) alla Biblioteca Geisser, c.so Casale, 5, Torino (Parco Michelotti), in occasione della presentazione della raccolta di poesie Amaritudine di Letizia Gariglio.

Sul loro lavoro dicono:

L’amore può essere scherzoso, leggero, eccita forme di armonia e risonanza fra le persone. Ma è facile a spezzarsi, allora i rapporti iniziano a sgretolarsi, diventano spigolosi: lo diventano anche i gesti. Gli sguardi non si cercano più, e ciascuno, nella solitudine, sentendosi spezzato, vaga alla ricerca della parte perduta: la propria anima o il proprio animo. Nel disorientamento ciascuno si chiude; anche la voce si fa lamento, nel tentativo di elevarsi verso l’Altrove. Allora il dolore si fa preghiera.
Se l’amore è cieco, il disamore non fa che accentuare questa cecità, l’ottusità di sentimenti, impedendo sguardi e parole. Non basta la vicinanza dei corpi, se le anime sono divise.
Ma esiste l’amore karmico? Forse l’anelito di ogni essere umano potrà condurre verso l’amore indissolubile? (Blueknees – Ginocchia Blu)

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Iniziativa mercoledì 25 marzo 2015

Primo Levi

Mercoledì 25 marzo 2015 alle ore 15,30
presso il Centro Incontri di Corso Belgio 91 a Torino

avrà luogo un’iniziativa intitolata

“PRIMO LEVI, SE QUESTO E’ UN POETA”

Tutti conosciamo Primo Levi come autore di “Se questo è un uomo”, meno noti i suoi interessi di scrittore eclettico e curioso verso la scienza, la fantascienza e la poesia; quest’ultimo tema verrà approfondito nella conversazione con Gianna Montanari. Letture di Letizia Gariglio.

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Miradòlo, il Castello all’imbocco della Val Chisone

La Corte internaVeduta panoramica

A S. Secondo di Pinerolo si erge il Castello di Miradòlo, in parte restaurato e i cui spazi complessivi sono in via di recupero. Continua a leggere

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Inviolabilità dell’anima, inviolabilità del corpo

Guercino, Martirio di San Sebastiano- USA, Collezione Federico Castelluccio, Courtesy Robert Simon Fine Art

Guercino, Martirio di San Sebastiano – USA, Collezione Federico Castelluccio

(Articolo pubblicato sul numero 11/2015 di InOgniDove)

Una grande mostra su un solo tema pittorico, percorso nei secoli da decine di artisti, è ospitata nel Castello di Miradolo. Vi si raccolgono poco meno di una cinquantina di capolavori, dal Rinascimento al Seicento inoltrato. Continua a leggere

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Sta fermo? O torna indietro?

sole invernale

Frutto di sincretismo culturale, le feste legate al solstizio sono il risultato di concezioni religiose e filosofiche molto diverse tra loro, tuttavia gli antichi popoli di Mesopotamia, Egitto, Siria, Arabia, Persia, Roma condividevano un dato comune: la forte dipendenza Continua a leggere

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Tempi sacri

sole fra rami

Non vi è cultura, popolo, gruppo umano che non possieda una propria concezione del tempo e in essa un’idea di fine/principio, che porti con sé una fase di rigenerazione della vita. Ovunque le cerimonie per il nuovo anno riflettono al loro interno Continua a leggere

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Liberiamo il Piemonte

Ricordate la sentenza Minotauro? L’inchiesta Minotauro, sfociata nel 2011 in circa 140 arresti, riguarda la presenza, nel territorio torinese e piemontese, di dieci articolazioni della ‘ndrangheta, Continua a leggere

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