COM’È DIVENTATO DIFFICILE “FARE” LA SCUOLA

Con la riapertura delle scuole, si riaprono alcune domande oziose, talvolta assurde, che tuttavia contribuiscono a rendere pesante il clima scolastico, che si arricchisce via di elementi burocratici, a scapito dei reali contenuti dell’insegnamento e dell’apprendimento.

Alcuni interrogativi assurdi riguardano la questione della privacy.

Una fra le più superflue domande riguardano il tema in classe: il tema in classe viola, oppure no, la privacy dell’allievo? No, vi prego, non sganasciatevi dalle risate. Malgrado l’ovvia risposta il mondo scolastico può attenersi al vademecum del 2025 La scuola a prova di privacy, e applicare quel giusto equilibrio, evitando richieste, nel titolo dei temi, di esposizione di informazioni personali e familiari o in ogni caso appartenenti alla sfera squisitamente privata.

Sulla questione dell’uso a scuola di smartphone e tablet il Ministero dell’Istruzione è già intervenuto in precedenza con una certa chiarezza: nessuna foto, audio e video riguardanti le persone possono essere diffuse se non con il permesso dell’interessato. Molta attenzione occorre sia riservata a social network e  forme diverse di messaggistica.

Meno chiara è la questione chat di classe o di gruppo, perché queste non fanno parte delle attività istituzionali della scuola. Però vengono utilizzate, eccome. E, a mio parere, è lì che si coltivano i covi di serpenti, i pettegoli e i pettegolezzi, che sono a un passo dal divenire maldicenze. Personalmente ritengo che proprio nel caso delle chat senza patria né padrone, il Garante dovrebbe intervenire eliminandone la diffusione. Ma tant’è… Ci si limita ad invitare alla prudenza nel condividere sentimenti, emozioni, immagini e video, che potrebbero costruire anche in senso distorto o negativo, l’identità dello studente.

Sebbene non necessariamente  fra chat e cyberbullismo ci debba essere relazione diretta, fra di essi il passo è breve. Sulla questione del cyberbullismo il Garante è duro: insulti, sexting, revenge por, commenti odiosi sulla persona, sulla sua vita privata, sulle sue abitudini sessuali… devono essere con forza respinte e denunciate.

Vi ricordate quando un tempo si aspettava la fine dell’anno scolastico e la pubblicazione dei risultati su un tabellone (fisico e cartaceo) posto selle pareti dell’atrio della scuola? Scordatevelo per sempre, scordatevi l’allegra e nel contempo preoccupata calca degli studenti, piccoli e grandi, di fronte alla grande bacheca: non tornerà mai più, la pubblicazione degli esiti resta vietata, ovviamente anche on line, dal momento che, una volta entrati in rete, i dati potrebbero compromettere la privacy degli studenti.

Quanto ai voti essi durante l’anno saranno comunicati per mezzo del registro elettronico nell’area riservata al singolo studente, dotata di pass per lui, se maggiorenne, o per la famiglia, se minorenne.

Rimane apertissima la questione dell’Intelligenza Artificiale, i cui strumenti possono essere di aiuto nello studio, ma anche sostituirsi allo studenti nelle produzioni personali.

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DUE PASSI FRA GLI ODORI. ODORI E DISTOPIE (8)


DUE PASSI FRA GLI ODORI. ODORI E DISTOPIE (8)

Possiamo considerare I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift pubblicato nel 1726 come un precursore del romanzo distopico, infatti la struttura dei mondi visitati da Gulliver non fa che anticipare in qualche modo i meccanismi delle distopie moderne, novecentesche e del nostro secolo. Lilliput, visitata dal protagonista, si rivela rapidamente come una distopia politica, in cui il governo controlla completamente i cittadini, assegna incarichi e cariche politiche non in base a effettive capacità, ma in base ad abilità del tutto ridicole, come per esempio l’esecuzione del ballo sulla corda. Lilliput sembra un mondo buffo in miniatura ma nasconde grandi, immensi giochi di potere. Nel romanzo Swift utilizza gli odori e i riferimenti scatologici (le puzze delle persone, gli escrementi, le urine) per demistificare la superbia umana e evidenziare che l’uomo è in ogni caso legato alla propria materia corporale odorosa e talvolta disgustosa. Si può essere re di Lilliput e possedere un palazzo reale meraviglioso ma poi, per spegnerne l’incendio, occorre una bella pisciata di Gulliver. Nella Terra dei Giganti le dame puzzano in modo insopportabile, i mendicanti esalano un tale odore da procurare il vomito, la puzza degli Yahoo è tale da far svenire il protagonista. Quando finalmente torna a casa Gulliver non riesce più a tollerare l’odore dei membri della sua famiglia, e decide di vivere nella scuderia, insieme ai cavalli, dove il loro sterco «ha l’effetto di ringiovanire i miei spiriti».

George Orwell usa gli odori in modo politico e sociale. ll discorso fondamentale di 1984 si snoda attorno a un nucleo centrale: il controllo totale della realtà e della mente umana attraverso il potere politico. Il concetto stesso di verità oggettiva è annullata con la cancellazione della memoria, dell’individualità e del sentimento umano. Il controllo della mente si basa  su alcuni fattori: sull’imposizione del bipensiero, che porta ad accettare simultaneamente due verità contraddittorie, sul controllo del linguaggio, attraverso il suo impoverimento e l’imposizione della neolingua, che depaupera progressivamente sempre più il pensiero critico, e infine sulla distruzione dei sentimenti e dei legami umani, la distruzione dell’amore, della famiglia, dell’amicizia.

In 1984,  fin dalle prime righe l’odore di cavolo bollito emana all’ingresso dell’edificio di abitazione del protagonista Winston, insieme a quello dei vecchi zerbini di corda consunti, si aggiunge quello  del gin da strapazzo, dall’odore oleoso e nauseabondo, che il protagonista è costretto a ingurgitare per calmare i morsi della fame: tutti questi odori  comunicano un senso di desolazione. Nel secondo capitolo l’appartamento della vicina continua a puzzare di cavolo, e in più di sudore; più avanti, nel V capitolo, la mensa avrà «un fetore acidulo nel quale confluivano gli olezzi del gin e del caffè scadenti, degli abiti sporchi e di quello stufato che sapeva di alluminio». Per contro quando, più avanti, il protagonista e Julia, malgrado il controllo cui sono sottoposti dal Grande Fratello, si incontreranno nei boschi, il profumo della terra segnalerà il loro risveglio morale oltre che fisico e sentimentale.

Nell’altro romanzo distopico di Orwell, La fattoria degli animali, il cui nodo centrale è la corruzione del potere con il tradimento degli ideali di uguaglianza da parte della nuova classe al potere,  gli odori  pongono una sorta di limen fra la libertà che gli animali, protagonisti della storia, potrebbero davvero raggiungere, e  l’impedimento posto dalla reale corruzione del potere. Quando ancora sono (o sembrano) liberi, si possono percepire gli odori della natura e della terra ricca di fieno, il profumo dell’aria pulita esalta libertà e l’uguaglianza.

L’odore della degenerazione si presenta fin dalle prime righe nelle vesti di Mister Jones, presumibilmente puzzolente di alcool e birra, giacché ubriaco: successivamente i maiali ne imiteranno i vizi. Nei capitolo 9 il buon odore di orzo cotto segnala la nuova divisione in classi, poiché l’alimento è riservato ai soli maiali: «Un giorno, sulla fine di febbraio, un profumo caldo, squisito, appetitoso, quale gli animali non avevano mai sentito prima, si sparse  per il cortile della piccola birreria che al tempo di Jones era caduta in disuso e che era situata dietro la cucina. Qualcuno disse che era odore di orzo cotto. Gli animali fiutarono l’aria con espressione affamata e si chiesero se la calda mistura si stesse preparando per la loro cena. Ma non comparve alcuna calda mistura e la domenica seguente venne annunciato che l’orzo sarebbe stato riservato ai soli maiali» .

Nel capitolo 10 gli animali noteranno la variazione che nella notte è stata posta ai Sette Comandamenti e constateranno la presenza di un articolo che gli animali non ricordavano esattamente in quel modo: «Avevano sempre creduto che il quinto comandamento dicesse “nessun animale berrà alcolici”. Ma vi erano due parole che essi avevano dimenticato. In realtà, il comandamento ora diceva “nessun animale berrà alcolici in eccesso”».

Anche il distopico romanzo Il mondo nuovo, Ritorno al mondo nuovo di Aldous Huxley contiene interessanti osservazioni sull’universo degli odori. Huxley ci immerge in una società pienamente dispotica in cui l’umanità ha rinunciato alla propria unicità e alla propria spiritualità barattandole con una vita priva, sì, di sentimenti, ma anche di problemi, di sofferenza, di vecchiaia. È lo Stato a garantire una stabilità costante, per mezzo dei condizionamenti genetici, l’ipnopedia e la droga di stato (il soma); all’umanità serve soltanto di assoggettarsi alla mancanza di pensiero critico, filosofico, religioso e alla rinuncia alle passioni, ai legami affettivi: si propone dunque una società totalmente disumanizzata.

Nella  società  proposta  tutto è perfettamente  e interamente igienizzato, dunque  gli odori sgradevoli o semplicemente naturali, come quelli legati al sudore della fatica, o alla decomposizione, o alla sporcizia, sono eliminati. Anche l’aria è controllata e purificata.

Fra i piaceri proposti nel romanzo spiccano quelli olfattivi dei profumi  spruzzati nelle sale cinematografiche, in accordo con la musica di accompagnamento alle scene proiettate. Nel capitolo 11 Lenina porta il Selvaggio al cinema; immediatamente «l’organo odoroso» prende ad eseguire un Capriccio d’erbe, accompagnato da «arpeggi gorgoglianti di timo e di lavanda, di rosmarino, basilico, mirto, artemisia; una serie di audaci modulazioni attraverso tutti toni delle spezie sino all’ambra grigia, e una lenta marcia inversa sino al legno di sandalo, la canfora, il cedro e il fieno tagliato di fresco  (con tocchi sottili qua e là di note discordanti: una ondata di pasticcio di rognone, il più leggero accenno di concime di porco) per ritornare agli aromi semplici coi quali il pezzo aveva cominciato. «Le ultime note del timo si spensero; seguì un fragore di applausi; le luci si riaccesero».

Vedremo quali tentativi di attribuire odori ai film sono stati operati nella realtà.

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DUE PASSI FRA GLI ODORI. GLI ODORI E LA LETTERATURA, LA LETTERATURA SUDAMERICANA

Cominciamo a deliziarci con gli odori in letteratura, e lo facciamo proprio da un incipit, tratto dal romanzo: L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez: «Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì appena entrato nella casa ancora in penombra, dove era accorso d’urgenza per occuparsi di un caso che per lui aveva cessato di essere urgente da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de  Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e il suo avversario di scacchi più pietoso, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro di oro». 

L’intero ambiente colombiano, in tutti i romanzi di Garcia Marquez, è saturo di profumi, di erbe, di spezie, di fiori che lanciano la loro rapida zaffata dalle pagine scritte, fra una riga e l’altra. Tuttavia, nel romanzo appena citato, che è la storia d’amore realizzata da due vecchi che si sono attesi per oltre cinquant’anni, spunta anche il timore dell’odore dei vecchi: «Puzzo di vecchia», dice Fermina; il compagno, Florentino Ariza ne è allo stesso modo cosciente: «Si consolava all’idea che lui doveva avere lo stesso odore, solo di quattro anni più vecchio, e che lei doveva averlo sentito con la stessa emozione. Era l’odore dei fermenti umani…».

Come colonne narrative, gli odori si espandono nel mondo caraibico di questo autore, segnano il confine naturale di Macondo (Cent’anni di solitudine), con l’odore della palude, misto di mangrovie, acqua salmastra  e fango; il cimitero si satura dell’odore di fiori gialli, dopo la morte del capostipite della famiglia; nello stesso romanzo, la strada dei Turchi, centro di commercio, odora di tabacco, di sandalo, incenso, cuoio vecchio e spezie importate daI mercanti. Quando la compagnia bananiera soppianterà le forme antiche di commercio, il quartiere in cui si installerà puzzerà di chimica, di gasolio… e di frutta in stato di decomposizione. La stanza di Petra Cotes, prodigiosa moltiplicatrice di bestiame, odora di animali fertili e di fieno; la casa di Pilar Ternera odora di tabacco, di fumo, di cannella e di sudore. Mille altri odori e  profumi si insinuano nel naso del lettore, legandolo indimenticabilmente alle parole dell’autore, si propongono  come elementi sovrannaturali fungendo da segni e nello stesso tempo offrendosi come tangibili elementi della realtà: la realtà sovrasensibile si può percepire ma non dimostrare.

Volendo rimanere in ambito degli autori della letteratura sudamericana, possiamo immergerci nei profumi di Jorge Amado che ce li dispensa in ognuno dei suoi romanzi. In Cacao l’odore del cacao rappresenta l’odore della miseria: «L’odore del cacao invadeva tutto. Era un odore dolciastro e forte che mi si mescolava al puzzo di sudore dei braccianti e all’umidità della terra. La ricchezza del prodotto pregiato in questo caso è inseparabile dalla sofferenza di chi lo coltiva. Il corpo dei lavoratori dei braccianti emana puzza di fango e di cacao: «Eravamo un mucchio di uomini che puzzavano di fango e di cacao con le mani nere del succo dei frutti e il corpo che bruciava sotto il sole». Il cacao stesso è nascita e morte: «I frutti gialli brillavano sotto il sole, ma l’aria era densa di quel profumo di fermento, quasi un odore di cosa morta che rinasce».

C’è anche l’odore della pioggia e della foresta che è descritta come una forza primigenia e talvolta soffocante:«C’era un odore di terra bagnata e di foglie marce che saliva dalla foresta un odore che toglieva il respiro».

In Dona For e i suoi due mariti la magia di Bahia, con tutta la sua sensualità e il suo erotismo si mescola ai profumi di pelle e di cucina: Dona Flor ne è la maestra, ma essi sono anche simbolo di tutta la vita di Bahia: tutto il romanzo profuma di mare, del piacere dei corpi e del desiderio sensuale, mescolati agli odori del carnevale e delle spezie.

Nel romanzo Sudore si possono percepire gli odori di un caseggiato della miseria, dove la vita dei protagonisti si intreccia in un ambiente sovraffollato, dove l’igiene praticamente non esiste e tutta la vita si svolge in comune: troneggia li sudore acre, simbolo della fatica dei lavoratori; lo stesso edificio è un luogo fetido pieno di topi e senza igiene, dove gli odori della decomposizione dell’urina e degli escrementi si mescola a quelli di una cucina povera; in realtà dai corpi sudati e ammassati la cui pelle odora in maniera violenta l’autore trae anche il senso di un elemento afrodisiaco, poiché una drammatica condizione umana non impedisce la grande vitalità della gente: vince la vita.

Anche in Vita e miracoli di Tieta d’Agreste, un mucchio di odori ci sfilano sotto il naso: quello olio di dende, quello del latte di cocco, del peperoncino, del cacao, del gelsomino notturno e dei fiori tropicali ,del pesce fresco e dei crostacei, del caffè e della farina di manioca.

Nel romanzo Gabriella, garofano e cannella, il personaggio stesso rappresenta la quintessenza dei profumi: dolce speziata e naturale; i suoi  profumi si mescolano con quelli della salsedine marina e della natura incontaminata, e, come in quasi tutti i suoi romanzi,  con quelli della cucina locale e naturalmente… dell’amore.

Ricca di odori (e sapori) è anche la letteratura di Isabel Allende: sono elementi fondamentali del quadro magico- sensoriale delle sue storie, così ricche di corporeità , di sentimenti, erotismo e ricordi. Afrodita è un vero e proprio ricettario erotico- sensoriale di tipo autobiografico e ogni piega delle passioni dei protagonisti sono evocati da memorie e partecipazioni olfattive. Ogni naturale movimento del cuore e dell’eros è mosso dagli odori, dagli aromi, dal cibo.  «Il naso è il guardiano delle porte dell’eros», scrive l’autrice in Afrodita.

Ma anche i suoi paesaggi profumano di terra, di sensazioni legate ai boschi, agli alberi, al fuoco dei vulcani, alla pioggia.I suoi personaggi si cercano, si inseguono, si lasciano, condotti da passionalità intrise di odori. Essi stessi, in quanto personaggi, non rammentano attraverso il ricordo di immagini, ma piuttosto per mezzo  delle sensazioni odorose.

Le case sono impregnate di odori e di ricordi, come in La casa degli spiriti, senza che gli uni e gli altri possano distaccarsi, indissolubilmente legati alla memoria, al fato, alla pura sensorialità. Allende disegna una sorta di geografia sociale degli odori: la case ricche profumano di cera, di lavanda; gli odori forti, gli afrori sono legati alle classi povere i cui  corpi sanno di lavoro fisico, di sudore, di terra, di carbone. I personaggi negativi si caricano di odori sgradevoli, come se il loro marciume morale si rivelasse ai nasi degli astanti attraverso gli odori dei loro corpi.

«Ogni memoria innamorata conserva le sue madeleine e la mia – sappilo, ovunque tu sia, devi saperlo – è il profumo del tabacco biondo che mi riporta alla tua notte di spiga matura, alla raffica della tua pelle più profonda. Non il tabacco che si aspira, il fumo che riveste la gola, ma quel vago aroma equivoco  che  la pipa lascia sulle dita e che a un certo punto, in qualche gesto distratto, sale con la sua frusta di delizia per far impennare il tuo ricordo, l’ombra della tua schiena contro la bianca velatura delle lenzuola». Sono parole dell’argentino Julio Cortazar, in La tua più profonda pelle: l’erotismo più puro che in questo racconto si fa capolavoro d’arte.

Anche  Il grande scrittore argentino, nato un secolo fa, nei suoi racconti fantastici, in cui prendono corpo trasfigurazioni visionarie  in un quadro realistico preciso, si avvale di un’immensa capacità di usare i sensi, tra i quali è di grande importanza l’olfatto.

Non mi dilungo ulteriormente ad annusare gli odori della letteratura sudamericana, ma posso senz’altro dire che non vi sia romanzo o racconto che non effonda effluvi ed olezzi.

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IO LO CAMBIERÒ: UNA STORIA BANALE

Sono tornata sui luoghi dove avevamo vissuto il nostro amore. Ma lui non c’è più. Non faccio che ripensare a lui. Mi ha lasciata. Per un’altra. Bionda, si dice. Molto più giovane di me. Mi manca. Il suo tocco, la sua voce. I suoi occhi verdi. Lui non c’è più. 

Mi manca il suo vizio di presentarsi ogni sera. Poi dormivamo abbracciati. Ora, più niente. Il letto è troppo grande per me sola, mi manca il suo corpo. Mi manca il modo con cui si infilava fra le lenzuola senza chiedere il permesso, di sistemarsi fra gli anfratti del mio corpo. Mi manca quel contatto quasi prepotente. Quando provavo a spostarlo, dopo qualche istante era di nuovo lì, con quella naturalezza , quella certezza tutta maschile che il mondo esistesse solo per accoglierlo.

«Così non riesco a dormire», protestavo. Ma lui se ne fregava, non rispondeva nemmeno. E si avvicinava ancora di più, e io mi arrendevo.

Mi piaceva accarezzarlo, e mentre lo facevo lui sembrava sciogliersi in un abbandono totale. 

Anche lui mi coccolava, ma con quella parsimonia di chi sa di essere  indispensabile, unico, amato. 

Ora passo le ore insonne e il ricordo di lui è ancora più prepotente in questa notte di maestrale.  Mi basta sentire il vento infilarsi tra le fessure , quel fischio sottile che sembra conoscere il suo nome, perché tutto ritorni. Il terreno sassoso affacciato verso la scogliera, le persiane che sbattono piano, il profumo del sale che si posa ovunque come una polvere invisibile: tutto parla di lui. Anche  la luna che, nelle sere limpide, trasforma il mare in una strada d’argento verso l’infinito. 

E la notte apparteneva a noi.

Quando racconto la nostra storia gli amici sorridono, hanno pena di me.

«Ma se era un narciso, un vanitoso!», mi dicono.

Sono costretta ad ammettere che il suo principale obiettivo era la cura del suo corpo e della sua bellezza, e non se ne vergognava neanche un po’. 

«Sì, ma sapete quanto ero innamorata!», aggiungo come stupida giustificazione. Di più stupide non potrebbero essercene. «Gli perdonavo tutto, anche quando , qualche volta , non si presentava, e mi lasciava sola per l’intera notte», ho il coraggio di continuare.

«Appunto…», e mi guardano con aria penosa.

«Un vanitoso! E ti ha sempre tradito con le altre», ribadiscono.

«Temo che sia vero, ma io non lo volevo accettare».

`«Ma non ti rendevi conto che veniva da te solo quando gli faceva comodo?»

«Sì, forse, in qualche modo, mi rendevo conto: mi rendevo conto, ma non potevo rinunciare a lui. Ogni tanto spariva, ma poi ritornava sempre. Poteva scomparire per un pomeriggio, per una notte intera. Mi faceva impazzire di gelosia quando tornava all’alba con addosso profumi che non erano i suoi, ma nemmeno i miei, l’aria soddisfatta di chi aveva vissuto una vita parallela e non vedeva alcun motivo per giustificarsi. Ma io pensavo che l’avrei cambiato, che lui sarebbe cambiato, per amore».

Io qualche volta facevo domande. Lui mi guardava con un’espressione che oscillava tra l’innocenza e la sfacciataggine. E non mi rispondeva. E alla fine io cedevo sempre, e allargavo le mie braccia per accoglierlo. E poi… poi… al mattino lui mi avrebbe risvegliata mordicchiandomi il collo.

Immancabilmente, vinceva lui.

«Pensavo di riuscire a cambiarlo, pensavo che la nostra storia non sarebbe finita mai: dopotutto era un grande amore!», balbetto come un’ochetta.

L’ultima volta, invece, la casa è rimasta  vuota. Il letto è rimasto  vuoto, di lui. Io l’ho aspettato fino all’alba, pronta a recepire ogni suo rumore alla porta d’ingresso.

Poi l’ho aspettato ancora fino a sera.

Poi ancora. E ancora, e ancora.

Ormai ero certa che al suo ritorno avrei avuto la forza di oppormi. Ero pronta per una scenata di gelosia. Che non ha mai avuto luogo, perché lui non è mai più tornato.

L’ultima estate insieme , sulla nostra isola è stata la più bella.

Lui compariva dal giardino, da un muretto di pietra, dal sentiero che scendeva verso gli scogli. A volte emergeva dal buio così silenziosamente che io sobbalzavo, convinta di essere sola fino a un istante prima.

Sorrideva.

«Sei tornato».

Era il momento che preferivo. Io lo cambierò, pensavo.

L’aria aveva ancora il tepore del giorno e il vento portava l’odore del lentisco, del rosmarino selvatico e delle onde che si rompevano poco sotto casa. A volte restavamo sulla terrazza fino a tardi, senza bisogno di parlarci troppo. Lui mi stava vicino. Così vicino da sfiorarmi continuamente, come se ogni parte del suo corpo cercasse il contatto con il mio.

Io finivo sempre per accarezzarlo. Lentamente. Con la punta delle dita.

Poi arrivava il momento di andare a letto.

La finestra rimaneva aperta per lasciare entrare il rumore del mare. Lui aspettava che io  mi sdraiassi,  poi raggiungeva il letto con la sicurezza di chi conosce perfettamente il posto che gli spetta. Cercava il mio ventre, il mio  petto, il cavo popliteo dietro alle ginocchia. A volte si sistemava così vicino al mio  viso che il suo respiro mi solleticava il collo.

Io ridevo: «Mi soffochi».

Lui non si spostava mai.

Nelle notti di luna piena, invece, diventava inquieto.

Si alzava all’improvviso, attraversava la stanza con un’eleganza misteriosa e spariva oltre la porta-finestra. Io rimanevo sveglia ad ascoltare il mare, immaginandolo correre tra le  opunzie , saltare sui muri a secco, percorrere i sentieri che conducevano al faro. Io lo immaginavo affacciarsi sugli scogli, immobile davanti all’acqua scura, come se fosse attratto da qualcosa che nessun essere umano avrebbe potuto capire.

Tornava quasi sempre prima dell’alba.

Con addosso l’odore della salsedine, e quell’aria soddisfatta che io trovavo insopportabilmente seducente.

«Con quante sei stato stanotte?» gli chiedevo ridendo.

Lui non rispondeva.

Mi fissava soltanto.

Con quella calma insolente che aveva sempre avuto il potere di disarmarmi….

Alla fine dell’estate il vento era cambiato.

Erano arrivati giorni immobili, pesanti, umidi, senza una nuvola, con il mare liscio come vetro. Le cicale cantavano fino a sera e la luna sembrava così vicina da poterla toccare.

È stato allora che lui ha smesso di tornare.

Io ho continuato a lasciare socchiusa la porta-finestra.

Ogni notte.

Per settimane.

Oggi la casa è la stessa. Il mare continua a respirare sotto la terrazza. Il vento attraversa ancora le persiane. Le notti di luna piena sono identiche a quelle di allora. L’assiuolo canta per buona parte della notte.

Ma lui non c’è più.

Quando ancora era con me dormivo con la finestra aperta, ma lui aveva assunto nuove pessime abitudini, non rimaneva più con me tutta la notte; a volte usciva dopo che io mi ero addormentata e rientrava poco prima dell’alba. Io facevo finta di dormire, ma riconoscevo perfettamente  il rumore del suo ritorno. Sentivo il materasso abbassarsi appena, poi quel corpo caldo accoccolarsi contro di me,  con l’assoluta certezza di essere stato perdonato.

L’ultima volta non è accaduto. Lui non è più arrivato.

Allora ho cominciato a uscire per chiedere di lui, se qualcuno l’avesse visto; chiedevo timidamente notizie. La gente mi guardava in modo compassionevole , poi qualcuno ha cominciato, a frasi mozze, ad accennarmi dell’altra.

Ostinatamente continuavo a preparare la cena per due, poi ho cominciato a capire che era inutile tenere il suo piatto nel frigo. Era chiaro che non sarebbe più tornato.

No, non si era fatto male, nulla di grave gli era capitato: lui si era stabilito dall’altra.

Anche la nostra isola, ora, non sembra più la stessa. Quando i cinghiali rovistavano nella macchia mi sentivo protetta da lui. Ora anche il mirto è meno profumato, persino l’odore del rosmarino è attenuato dal mio dolore.  Chiedo consolazione alle onde del mare, e persino quelle si sono stufate di rispondermi, non ne possono più delle mie lamentazioni banali per un amore banale.

Ho scritto per lui poesie d’amore, ma ho smesso di aspettarlo.

Ogni tanto apro il telefono e guardo le nostre foto: io tutta grigia e  avvizzita e lui  tutto rosso, splendido, nel pieno della sua virilità. Sì, dev’essere stata una questione d’età. Ero un’amante inadeguata. E io che pensavo di essere la sua fidanzata!

Però, poteva almeno tornare ancora una volta per un ultimo saluto.

Guardo il mare. Mi dice: «Pensavi di poterlo cambiare? Non è mai stato tuo».

Cerco disperatamente di consolarmi: in fondo, era solo un gatto!

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IL CAVALLO DI CEUTA

IL CAVALLO DI CEUTA

Quando i Troiani si resero conto che  dentro al cavallo erano annidati i nemici era troppo tardi: nella notte la città era stata presa e gli abitanti, se ancora salvi, ne erano prigionieri. Era comunque tardi quando ci siamo resi conto che Ceuta era stata presa da 60.000 migranti, che erano stati spinti in quella direzione per destabilizzare la Spagna, di cui Ceuta è un enclave posta in territorio marocchino. L’invasione, che pare essere stata criminalmente organizzata in qualche modo da Israele con la complicità delle autorità marocchine, aveva già avuto luogo e non si era trattato  – sia chiaro! – di un episodio di immigrazione irregolare spontanea in terra spagnola: ci vuole una bella dose di spintaneità  per dirigere una tale massa di persone! Anziché di notte gli invasori avevano agito di giorno, fra le 9 e le 16. Naturalmente i media ufficiali negano le ritorsioni i geopolitiche di Israele, affermando che non ci sono prove.

Secondo le testimonianze di molti fra i migranti che avevano tentato la svolta verso Ceuta, sui social media marocchini si era diffusa la notizia che le autorità marocchine stavano lasciando passare i migranti verso Ceuta, senza che fossero loro chiesti i documenti. Nei momenti, infatti, in cui i migranti dovevano passare il confine, hanno constatato che i normali posti di blocco erano vuoti. Non solo, ma sempre secondo le testimonianze, gli agenti marocchini invitavano a gran voce la folla a dirigersi verso la Spagna.

Da tempo la Spagna è nell’occhio del mirino del governo sionista di Israele, per alcune ragioni: la Spagna ha riconosciuto lo stato Palestinese, nel 2024, ha poi introdotto limitazioni sui prodotti provenienti dallo Stato di Israele, ha dato drastica risposta negativa alla richiesta di mettere a disposizione le sue basi militari per gli Usa nella guerra contro l’Iran, ha avuto il torto di condannare Israele come Stato genocida…

La tecnica dell’invasione di terre degne di punizione è avvenuta anche in passato, per esempio quando la Corsica fu punita per i suoi obiettivi indipendentistici: anche in quel caso circa 18000 disperati fra emigrati estromessi dall’Algeria e coloni francesi vennero immessi sul territorio isolano allo scopo di destabilizzare l’unità culturale e territoriale e frenare l’animosità indipendentistica dell’isola: i nuovi arrivati erano i disperatiPieds Noir, per i quali il governo francese di allora  (1962) espropriò le terre delle famiglie corse  per assegnarle a loro. L’evento ebbe infine un esito esattamente contrario e alimentò il nazionalismo corso, tanto più che la popolazione locale visse come una profonda ingiustizia quanto stava accadendo e non tollerava che gli aiuti statali andassero  esclusivamente ai nuovi diseredati.

Del resto, conosciamo bene gli esiti dell’imponente immigrazione forzata che in Europa abbiamo subito negli ultimi anni, da parte di popoli provenienti da Africa e Asia, che ha profondamente trasformato gli stati europei, progressivamente sempre più privati della loro identità culturale. e nazionale, sempre meno identitari, sempre più disgregati socialmente, sempre più individualisti ed egocentrici.

Sull’invasione di Ceuta Pedro Sanchez ha dichiarato : «Quanto è accaduto è stato un attacco, una violenza dell’integrità territoriale della Spagna».

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ANDIAM, ANDIAM, ANDIAMO A LAVORAR…

In Piemonte, nella zona del Canavese, in Valle Soana, è nata una iniziativa di coworking , sperimentale e gratuito, che coinvolge i comuni di  Ingria,  Ronco Canavese e Valprato Soana. La Valle ha deciso di mettere a disposizione la connessione Internet gratuita per professionisti, lavoratori indipendenti, freelance e studenti che abbiano intenzione di soggiornare all’interno di questi comuni e che siano alle prese con la necessità di  studiare o svolgere un lavoro da casa. In Valle Soana, a questo progetto è stato dato il titolo di Vitha, che nel  patois franco provenzale ancora vivo e parlato localmente  significa “stai, rimani”. È un buon tentativo per cercare di ripopolare, anche con persone giovani e con giovani famiglie, le terre del Canavese, dove la problematica fondamentale , soprattutto in montagna, rimane l’isolamento dei paesi e lo spopolamento. I partecipanti a questo progetto possono anche trovare sul luogo la possibilità di usufruire di alloggi condivisi. Il progetto nasce all’interno del piano di azione per l’abitabilità della Valle Soana finanziato dalla Fondazione Compagnia di San Paolo che sostiene l’imprenditoria giovanile nelle valli alpine piemontesi, liguri e della Valle d’Aosta.

L’iniziativa si aggiunge ad un’altra precedente, dal titolo Micro – Cowo,attuata presso Bairo dal mese di marzo 26, sempre in Canavese. Anche quello è un programma dedicato alla valorizzazione della realtà locale. È stato inaugurato uno spazio di coworking, pensato  anch’esso per professionisti freelance, ma anche start-up e imprese che desiderino lavorare in un ambiente dinamico e accogliente nel cuore del Canavese.

Tutti ci auguriamo che queste belle iniziative possano essere un primo tentativo per nuove forme di integrazione nella vita delle valli alpine: qualcuno forse deciderà di rimanere?

È certamente un modo nuovo, diverso, per alimentare l’appetibilità di questi luoghi, bellissimi dal punto di vista naturale, e tuttavia abbandonati come posti residenziali, proprio perché la necessità ha allontanato le persone per avvicinarle alle opportunità lavorative che le hanno portate lontano. È oggi interessante pensare che proprio il il lavoro, nella sua sua forma di smart working, di lavoro agile, possa essere il motore di un nuove forme di risveglio delle valli di montagna  da tempo trascurate come mete abitative. Ci auguriamo che altri comuni si aggiungano a quelli già coinvolti, e che sappiano, attraverso idee creative, costituire punti di attrazione per le montagne piemontesi.

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DUE PASSI FRA GLI ODORI. IL NASO NEI RACCONTI (6)

Quando leggevo ai miei figli  le Favole al telefono di Rodari si divertivano molto ad ascoltare Il naso che scappa. È la storia di un naso fuggito dal suo proprietario che si mette a viaggiare sul lago di Laveno su un mantello. Cade dal mantello perché bucato, viene ripescato da un pescatore che lo rivende al proprietario a peso d’oro. Alla domanda del perché della fuga il naso si arriccia per il disgusto. Dice: «Senti, non metterti mai più le dita nel naso. O almeno tagliati le unghie».  E qui scoppiavano le risate. 

Il naso è un capolavoro letterario di Nicolaj Gogol’, compreso nei Racconti di Pietroburgo: un racconto grottesco e fantastico. Una mattina un barbiere, bistrattato da una moglie che lo redarguisce in continuazione, trova nel panino della colazione un naso, e lo riconosce per il naso di un suo cliente. La moglie, pur avendo lei stessa preparato il panino, lo strapazza senza mezzi termini: «Dove hai tagliato questa specie di naso, specie di belva… mascalzone! Ubriacone!  Biscotto rinsecchito!».

Il pover’uomo cercherà di gettare il naso nel fiume, ma con la sua aria da perdente attira l’attenzione di un poliziotto mentre getta nell’acqua il cencio che avvolge il naso. La scena si sposta sul burocrate Kovalèv che si sveglia e si accorge di non avere più il naso. Corre dal capo della polizia. Poi in una chiesa incontra il suo naso che ha assunto una propria indipendenza e, vestito da alto funzionario, risponde superbamente alle preghiere di Kovalèv, che  non può vivere senza naso perché la sua posizione sociale e il suo ruolo richiedono bella presenza.

Dopo alterne vicende il naso viene restituito al suo proprietario, il naso dapprima non vuole riattaccarsi, ma poi si rimette al suo posto. «Dopo di allora il maggiore Kovalèv fu visto eternamente di buon umore, sorridente, che inseguiva tutte le belle signore senza eccezione…»

Il naso è al centro della narrazione teatrale nell’opera di Edmond Rostand  del 1897, Cyrano de Bergerac,  commedia in cinque atti che costituisce  un classico del teatro francese. Cyrano è un valoroso spadaccino, poeta e sognatore, noto per il suo naso sproporzionato. Innamorato di Rossana, sua cugina, Cyrano non osa dichiararsi per paura di essere rifiutato a causa del suo naso. Aiuta Cristiano, bello ma scarsamente eloquente  e linguisticamente poco dotato, a scrivere lettere d’amore per lei. Svelerà il suo amore solo in punto di morte.

Cristiano dichiara la sua incapacità d’eloquio fin dal primo atto (seguirò il testo edito da Casa Editrice Bietti, Milano, 1958) : «Non ho spirito, non oso accostarla: mi turba il bel linguaggio ch’ora si scrive o si parla».

Cyrano chiederà (al personaggio del seccatore  perché questo gli guardi con insistenza il naso e gli chiede: «Dimmi, è molle e cascante siccome la proboscide, forse, di un elefante?» E poi: « È adunco a guisa di un becco di civetta? (…) Che forse alla punta c’è qualche pustoletta? (…) Qualche mosca forse vi passeggia o vi dorme? (…) Vossignoria lo trova un po’ diffuso?» E ancora lo apostrofa dicendo: «Vilissimo camuso, siate ben persuaso che di quest’appendice mi glorio e mi delizio; avvenga che un gran naso sia un vero e proprio indizio di un uomo buono, affabile, cortese, liberale di coraggio e di spirito, qual io sono…». Continua ancora a provocare: «Si potea, putacaso, dirmi, in tono aggressivo “ Se avessi un cotale naso. Immediatamente me lo farei tagliare! Quando bevete deve pescare nel bicchiere… è una rocca! è un picco, una penisola… A che serve quest’affare, o signore? Forse da scrivania, o da portagioielli? (…) Vi preoccupate di offrire agli uccelli un degno perno?… Quando nello starnuto il vapor del tabacco esce non gridano i vicini al fuoco?…State attento che di codesta chiappa il peso non vi mandi per terra!… Provvedetelo di un piccolo ombrellino…Vi si può benissimo sospendere il cappello…». E così continua almeno ancora per un paio di pagine.

Cirano è anche una canzone famosa di Francesco Guccini, pubblicata nel 1996 nell’album D’amore di morte e di altre sciocchezze; è un’invettiva contro la società attuale, l’opportunismo politico e l’ipocrisia, scritta insieme a Beppe Dati.

Esistono numerosi adattamenti cinematografici del Cyrano de Bergerac, tra cui la versione del 1950 con José Ferrer e quella del 1990 con Gérard Depardieu.

Il nome, il naso è il titolo di un racconto di Italo Calvino che fa parte della raccolta Sotto il sole giaguaro edito da Garzanti nel 1986. Protagonista è il senso dell’olfatto; il racconto è diviso in tre storie fra di loro parallele che iniziano tutte e tre con un protagonista che cerca, attraverso l’odore, una ragazza, alla fine in tutte e tre le storie il protagonista ritroverà la ragazza, ahimè, morta. Una prima storia riguarda un uomo parigino che va alla ricerca di una fanciulla con cui ha ballato la sera precedente, non conosce o non ricorda il suo nome, però ricorda il suo odore. La seconda storia riguardo un uomo della preistoria che percepisce l’odore di una femmina tra quelli, molteplici, del branco; l’odore lo attrae tanto che si mette alla sua ricerca, finirà per scontrarsi con un antagonista in un duello che vincerà, tuttavia scoprirà che l’odore veniva dalla fossa dove il branco buttava i cadaveri. La terza storia riguarda un musicista londinese che si sveglia in una camera buia piena di corpi nudi, cerca di arrivare ad una stufa per accenderla e prova a distinguere i corpi per mezzo dei loro odori,  fin quando sente l’odore di una ragazza diverso dagli altri, che lo attrae; al ritorno dalla stufa non trova più la ragazza, esce per prendere un po’ d’aria e, quando rientra, trova la ragazza soffocata dalla stufa che aveva acceso lui. Raccontata così potrebbe sembrare una storia macabra. In realtà, il racconto è bellissimo e l’io narrante vive le tre diverse vicende in tre diverse epoche storiche. Il racconto non è basato sulla progressione lineare degli eventi, è un testo frammentato per quanto riguarda la struttura narrativa, che propone al lettore di percepire la potenza del senso dell’olfatto. Calvino si sofferma su tre momenti del viaggio dell’umanità verso la conoscenza: la preistoria, l’inizio del nostro secolo, e l’importante passaggio degli anni ’60 /’70 sono tre periodi in cui l’uomo si è particolarmente soffermato sulla percezione sensoriale per conoscere la realtà.

Il racconto ha inizio con avvertimento all’uomo del futuro: «Come epigrafi in un alfabeto indecifrabile, di cui metà delle lettere sono state cancellate dallo smeriglio del vento carico di sabbia, così voi resterete, profumerie, per l’uomo futuro senza naso (…) I flaconi le boccette, le ampolle dei tappi di vetro cuspidati o sfaccettati continueranno invano a intrecciare da uno scaffale all’altro la loro rete di accordi consonanze dissonanze contrappunti modulazioni progressioni: le nostre sorde narici non coglieranno più le note della gamma: gli aromi muschiati non si distingueranno dei cedri, l’ambra e la reseda, il bergamotto e il benzoino resteranno muti, sigillati nel calmo sonno dei flaconi. Dimenticato l’albero dell’olfatto che ne faceva altrettanti vocaboli d’un lessico prezioso, i profumi resteranno senza parola, inarticolati, illeggibili».

Subito dopo l’autore ci immerge in una ridda di profumi e di aromi, e così continuerà fino alla fine del racconto.

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DUE PASSI FRA GLI ODORI. GLI ODORI DI DANTE (5)

Dante usa un certo numero di volte la parola “puzzo” (per la precisione sei volte, se non sbaglio) e una sola volta la parola “puzza”. Il puzzo regna nell’inferno, ma compare anche in Purgatorio e Paradiso. La puzza, tuttavia, pur non essendo paradisiaca, sta in Paradiso.

Puzza la pioggia putrida dei Golosi (CANTO VI, 10-12 ) dell’INFERNO e l’odore è di terra bagnata e marcia: «Grandine grossa, acqua tinta e neve / per l’aere tenebroso si riversa;/pute la terra che questo riceve». 

INFERNO: CANTO IX. v. 31 : «Questa palude che ‘l gran puzzo spira / cinge dintorno la città dolente…». 

INFERNO: CANTO XI. Dal v. 5. Dante e Virgilio devono fermarsi per abituarsi all’aria proveniente dal basso Inferno: «su l’estremità d’un’alta ripa […] venimmo sopra più crudele stipa; e quivi, per l’orribile soperchio del puzzo che il profondo abisso gitta…».

INFERNO: CANTO XXIX. v. 50: «. Se… i mali / fossero in una fossa tutti insembre, / tal era quivi, e tal puzzo n’usciva / qual suol venire dalle marcite membre». 

PURGATORIO: CANTO XIX. v. 33 (Dante sta sognando): «quel mi svegliò col
puzzo che n’uscia».


PARADISO: CANTO XVI. v. 55 : « che averle dentro e sostener lo puzzo…».


PARADISO: CANTO XX. v. 125 :«…da indi il puzzo più del paganesmo… » 

La puzza (al femminile) disturba una volta in PARADISO: CANTO XXVII. v. 26 : «…del sangue e de la puzza; onde ‘l perverso…».


Il lezzo si introduce nell’Inferno: INFERNO: CANTO X. v. 136 : «…che ‘nfin là sù facea spiacer suo lezzo»..


Il fiato compare sei volte, non sempre nell’accezione di aria fetida e dolorosa


INFERNO: CANTO V. v. 42 : «…cosi quel fiato li spiriti mali…».


INFERNO: CANTO XI. v. 12 :«… al tristo fiato; e poi no i fia riguardo….»

CANTO XXVII. v. 60: «…di qua, di là, e poi diè cotal fiato…».


INFERNO: CANTO XXXIII. v. 108 : «…veggendo la cagion che “l fiato piove…».


PURGATORIO: CANTO XI. v. 100 : «Non è il mondan romore altro ch’un fiato…».


PURGATORIO: CANTO XXV. v. 113 : «…e la cornice spira fiato in Suso…” 

La merda, come lo sterco, caratterizza l’Inferno: compare due volte volte e lo sterco una volta:

INFERNO: CANTO XVIII. v. 116 : «…vidi un col capo sì di merda lordo…».


INFERNO: CANTO XXVIII. v. 27 : «che merda fa di quel che si trangugia».


Lo sterco compare 1 volta INFERNO, CANTO XVIII dove gli adulatori sono nello sterco.

(CANTO XVIII, 103-108). Siamo nelle Malebolge:«Quindi sentimmo gente che si nicchia / ne l’altra bolgia, e che col muso scuffa, / e sé medesma con le palme picchia. / Le
ripe eran gommate d’una muffa / per l’alito di giù che vi s’appesta…». E poi:
«Quivi venimmo, e quindi giù nel fosso vidi gente attuffata in uno sterco…».


Nel PURGATORIO e nel PARADISO i puzzi o le puzze si trasformano in profumi.

Nel PURGATORIO, (CANTO VII, 79-81), Dante descrive un insieme di profumi naturali impossibili da discernere singolarmente: «Non avea pur natura ivi dipinto, / ma di soavità di mille odori / vi facea uno incognito e indistinto». 

Nel CANTO XXII, (131-132): «…e un alber che trovammo in mezza strada, / con pomi a odorar soavi e buoni».

Nel PARADISO (CANTO XXVIII, 6-9) l’aria si fa sempre più dolce: «Un’aura dolce, sanza mutamento / avere in se, mi feriva per la fronte / non di più colpo che soave vento; / per cui le fronde, tremolando pronte…».

Nel CANTO XXX, (124-126) la struttura stessa dell’Empireo è paragonata a un fiore che emana profumo:«Nel giallo de la rosa sempiterna, / che dilata ed ingrada e redole / odor di lode al sol che sempre verna…».

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UNA BUONA NOTIZIA PER LA SCUOLA DALLA SVEZIA!

Inversione di rotta dalla Svezia, finalmente! 200 milioni di euro stanziati per la reintroduzione nelle scuole di libri cartacei, di quaderni e di penne, limitazione del tablet e della digitalizzazione scolastica. Si tratta di una vera e propria conversione analogica: finalmente una vera rivoluzione analogica! Almeno in Svezia si è finalmente compreso che  l’uso dei dispositivi digitali è controproducente per l’esercizio della memoria, per la capacità di concentrazione e in ultima analisi per i risultati dell’apprendimento.  Non basta: è prevista l’eliminazione dei cellulari a scuola in tutto il paese anche se usati a scopo didattico. 

Si è finalmente compreso che il calo delle competenze degli allievi è dovuto alla eccessiva esposizione agli schermi, che il declino accademico è da imputarsi a computer, tablet e telefonini, che bisogna ritornare alla lettura su carta, alla scrittura manuale su carta. I test nazionali e internazionali hanno fatto comprendere che la capacità di comprensione del testo anche nelle scuole svedesi è via via diminuita sempre di più e si è finalmente ammesso che ciò è dovuto all’uso massiccio della digitalizzazione. Il governo ha dovuto ammettere che le capacità degli allievi, non solo negli aspetti umanistici dell’apprendimento, ma anche in matematica e nelle materie scientifiche, erano crollati negli ultimi anni.  

Il Karolinska Institutet di Solna (Stoccolma) afferma che la digitalizzazione non fa che frammentare l’attenzione e ostacola la capacità cerebrale di elaborare informazioni complesse: solo scrivere a mano e leggere su carta (e non sullo schermo) attiva percorsi neuronali necessari per apprendere. Lo stesso ente rileva negli alunni adolescenti una sorta di analfabetismo di ritorno, che non si limita ad esprimersi settorialmente  ma diviene complessivamente cognitivo.

Ciò che da anni insegnanti di tutto il mondo affermano trova finalmente un riscontro nelle scelte di un Paese, riabilitando, un questo modo, ciò che ogni insegnante ha personalmente sperimentato, in via diretta con i propri allievi.

Esaltati dalla digitalizzazione si è per anni trascurata, anche nella scuola primaria, (non certo solo in Svezia!), l’importanza della scrittura a mano, la quale è in grado di creare la connessione tra corpo e mente, fra capacità motoria e capacità mentale, e di stimolare la neoplasticità e la connettività cerebrale. Lo stesso gesto di tracciare in modo fisico le lettere, organizzandole in parole e frasi, segna un percorso neurale, indispensabile per lo sviluppo cognitivo; il processo di tracciare a mano influenza profondamente i processi mentali, e il rapporto fra parola scritta a mano e pensiero è indissolubile per realizzare l’apprendimento: insomma è il gesto grafico che fa la differenza.

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DUE PASSI FRA GLI ODORI. LE PAROLE DEGLI ODORI (4)

Per gente come noi, che si occupa di parole (come dichiara il titolo del nostro periodico) gli odori sono una vera disperazione.

Se cerchiamo, limitatamente alla lingua italiana, su un dizionario di sinonimi e contrari (per esempio Il dizionario dei sinonimi e contrari di Aldo Gabrielli) otteniamo un elenco di parole riguardanti l’odore di cui una buona parte è quasi completamente in disuso. A parte i termini più conosciuti e tuttora adoperati, come aroma, balsamo, effluvio, esalazione, fragranza, fetore, miasmo, olezzo, profumo, puzza e puzzo, puzzolenza, sentore, tanfo, zaffata,  troviamo anche delle parole non troppo usate come afrore, graveolenza, leppo, lezzo, lezzume, mefite, sito, ulimento, usta…

Già fra quelli più conosciuti serpeggiano alcuni dubbi, e non solo per colpa della nostra ignoranza: ad esempio olezzo si riferisce sia a un odore buono che a uno  cattivo: verifichiamo sul Devoto Oli che è applicabile sia agli odori gradevoli o sgradevoli. Anche l’effluvio o l’esalazione agiscono indipendentemente dalla natura dell’odore. Siamo certi di non volere fetori, miasmi, puzze varie, e nemmeno puzzolenze, né tanfi né zaffate che chissà perché non sono mai gradevoli. L’afrore lo conosciamo un po’ per averlo inspirato da qualche ascella dal sudore rancido, pungente e stantio su qualche mezzo pubblico, ma tutte le altre parole dobbiamo sinceramente ammettere che non fanno parte del vocabolario, per così dire, di casa.

Analizziamo con pazienza. La graveolenza ci dà anche la nausea; il leppo viene emanato dalle materie untuose a contatto del fuoco; il lezzo, fetore intenso e repellente, proviene dai corpi sudici umani o animali (anche questo l’abbiamo sperimentato sugli stessi mezzi pubblici di prima); il lezzume è un insieme di cose che sprigionano lezzo; il mefite proviene da acque solforose; il sito è una puzza;  l’ulimento sta nella sfera dei profumi, l’usta è odore di selvatico.

La disperazione nasce dalla constatazione che nel complesso l’insieme di lemmi aventi significati attigui alla sfera degli odori non sono pochissimi, ma non raggiungono numericamente la ricchezza dei termini legati alla vista, o all’udito, o al tatto e nemmeno al gusto. Nella lingua latina ci si poteva sbizzarrire di più.

Sappiamo che l’olfatto, che come abbiamo detto ha un canale diretto con il sistema limbico, ha invece scarse relazioni con la sfera del linguaggio: le parole e le idee si relazionano con la neocorteccia, il sistema limbico con le emozioni e gli affetti. È forse questa la ragione per cui è così difficile  e limitata l’espressione circa un odore?

La ragione storica che abbiamo già esposto, vale a dire la penalizzazione della corporeità durata lunghi secoli, si aggiunge a quest’ultima ragione, della lontananza dalla sfera del cervello preposta alle capacità linguistiche? 

Gli odori, sia in termini di nomi che di aggettivi, sembrano sfuggire le parole. Di fronte a un odore siamo spesso costretti, per esprimerlo, a fare riferimento a qualcos’altro: odore di marcio, di pino, di vaniglia, di garofano, di timo, di rosa, del caffè, del pane appena sfornato… ma non c’è mai una parola sola solo per dirlo. La sensazione ce l’abbiamo lì, in punta di naso, ma siamo costretti a fare un giro di parole. È come se l’odore non si lasciasse mai specificare, ma soltanto comparare con qualcos’altro. Anche quando vogliamo attribuirgli una sensazione aggiuntiva, ci serviamo di un altro senso per aggiungere le nostre qualificazioni: dolce come lo zucchero, amaro come la cicuta, stagnante come un acquitrino, salino come il mare.

Talvolta non ci proviamo nemmeno a definire un odore con un paragone, tagliamo corto, e per esempio diciamo: odore di terra bagnata, di bruciato, di affumicato, di crauti, di violetta, di cavolo cotto, di gasolio,  di bagnato, di erba tagliata, di funghi  oppure (annusate, annusate!) di tartufi; di aglio, di cipolla, di scalogno, di porro, di anice, di finocchio, di basilico, di cannella, di cardamomo, di  chiodi di garofano, di coriandolo, di cumino, di curcuma, di ginepro, di liquirizia, di maggiorana, di menta, di mirto, di noce moscata, di origano e di timo, di pepe, peperoncino e di paprica, di prezzemolo, di rosmarino, di salvia, di sedano, di vaniglia, di zafferano… molti dei quali da noi usati per insaporire i cibi. E poi c’è l’aroma della carne, in special modo quella arrostita, quello del pane, quello del pesce, e, annusate di nuovo,  quello del vino. Quello del vino è un mondo a parte, un mondo del tutto privilegiato: in questo campo sì che ci si è sbizzarriti per cercare di dare delle definizioni. Possiamo dire che è un vino fruttato oppure erbaceo oppure nocciolato, caramellato, legnoso, terso, pungente, floreale, speziato… 

Quanto alle azioni  legate agli odori, possiamo non solo annusare, ma anche fiatare, aspirare, annusare e braccheggiare: quest’ultima simpaticissima espressione che si ispira ai bracchi e che è anche molto usata in senso metaforico. Un odore si effonde, emana, appesta, ammorba, esala, si impregna…

Gli aggettivi definiscono l’intensità di un odore, come forte, deciso, acuto, tenue, leggero, delicato, debole, etereo, passeggero, penetrante, persistente, ributtante: ma vediamo che molti di questi aggettivi si potrebbero applicare a molte altre sensazioni, per esempio appartenenti all’udito. Attribuiscono una prima spartizione fra buono o cattivo, gradevole o sgradevole, caratteristico o strano o indefinibile o inconfondibile, delizioso o disgustoso: ma anche questi aggettivi a quante situazioni, eventi o sensazioni si potrebbero applicare? Spartiscono l’amaro dal dolce, o dolciastro, si soffermano sull’eventuale acidità, come acido, aspro. Molti aggettivi pescano dalla sfera del gusto: per esempio appetitoso, culinario, fruttato, piccante, pungente, invitante. Anche gli aggettivi esotico, evocativo, metallico, maschile o femminile, allettante sembrerebbero potersi applicare a circostanze o sensi diversi, come il tatto. Rimangono, se non nella pura sfera odorifera, almeno in un campo sicuramente olfattivo meno ambiguo: floreale, fresco, profumato, nauseabondo, puzzolente, speziato, balsamico, muschiato, silvestre, salmastro, paludoso, bruciato, cadaverico, carbonizzato, soffocante, fermentato, ammuffito, rancido, medicinale, nauseante, pestilenziale, putrescente, arrugginito, erbaceo, fangoso, fumoso, legnoso, stagnante, sulfureo, urinoso, vegetale… e forse pochi altri.

Quanto all’organo preposto a odorare, il naso, siamo abbastanza fortunati perché possiamo usare un mucchio di espressioni, dal ficcare il naso, intromettendosi negli affari altrui; arricciare il naso, mostrandoci contrari; avere naso (o avere buon naso), che ci dice come l’odorato sia collegato con l’intuizione; farla sotto il naso  a qualcuno, ingannandolo facilmente e in modo palese; bagnare il naso a qualcuno, superandolo;  restare in palmo di naso, rimanendo beffati; menare per il naso qualcuno, prendendolo in giro e manipolandolo; non vedere al di là del proprio naso, essendo limitati e poco lungimiranti; mettere il naso fuori casa, per uscire un po’; avere la puzza sotto il naso, perché siamo superbi; a lume di naso, con il solo aiuto dell’intuito; mettere sotto il naso, dimostrando in modo chiaro qualcosa a qualcuno; sbattere il naso, dovendo rendersi conto di qualcosa per forza;   sbattere la porta sul naso, rifiutando di ricevere qualcuno; ci piace talvolta andare in giro con il naso per aria, senza attenzione.

A Pinocchio si allunga il naso quando dice le bugie perché, ancora burattino, non sa controllare con discernimento le proprie pulsioni, ma la verità emerge nonostante i tentativi di nasconderla.

Ciò che non sapevamo, quando lo leggevamo, era che la storia conteneva un fondo di verità. 

Gli scienziati infatti l’hanno scoperto in anni recenti: hanno scoperto l’effetto Pinocchio, vale a dire quel fenomeno sia psicologico sia fisiologico per cui il profferire menzogna fa aumentare la temperatura nella zona del naso e attorno agli occhi, dando un pizzicorino. In realtà il fenomeno si manifesta non solo quando raccontiamo le bugie, ma quando subiamo in generale uno stress emotivo.

Nella comunicazione non verbale il naso, infatti è considerato un indicatore importante per rivelare sia le emozioni di chi ci sta ascoltando sia la sua eventuale tensione, l’accordo il disaccordo che l’interlocutore prova nei nostri confronti e più in generale il suo disagio,  così quando vediamo il nostro interlocutore strofinarsi la parte inferiore del naso possiamo essere quasi certi che sia infastidito da quanto stiamo dicendo o addirittura lo stia intimamente rifiutando; il toccarsi il naso durante una conversazione segnala comunque incertezza e strofinare il naso sulle sue pareti esterne significa, secondo i dettami della comunicazione, un vero e proprio disaccordo con quanto detto.

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ISLAS ENCANTADAS. LA VITA CONTINUA

ISLAS ENCANTADAS. LA VITA CONTINUA di Letizia Gariglio

Riconoscere tratti di giovinezza in una tartaruga gigante non è cosa facile: hanno quell’aspetto da vecchio saggio raggrinzito, rugoso e increspato in modo irregolare. È più facile pensare all’aggettivo incartapecorito piuttosto che giovane . Eppure le 158 tartarughe che hanno rilasciato alle  Galapagos sull’isola Floreana sono davvero giovani: hanno fra gli 8 e i 13 anni, pur essendo già molto voluminose e pesantissime. Sono state portate per mare e, giunte sull’isola, sono state caricate sulle povere spalle di un gruppo di uomini che, su un percorso tutto in salita, le hanno trasportate lungo un impervio sentiero fino al luogo ritenuto più adatto alla loro sopravvivenza.

Sono le rappresentanti di una specie estinta dalla fine dell’Ottocento, o per meglio dire, fino ad ora estinta.

L’estinzione era stata dovuta all’intensivo sfruttamento che i marinai, balenieri e navigatori,  avevano fatto di quella specie di tartarughe dell’isola di Floreana: le stivavano sulle loro imbarcazioni  per nutrirsene durante i loro lunghi viaggi per mare.

Ma recentemente  un gruppo di tartarughe dell’isola Isabela si sono rivelate portatrici di una parte del patrimonio genetico delle antiche tartarughe floreanensi. Con un considerevole lavoro i ricercatori sono quindi  riusciti a rafforzare la quota genetica appartenente al genere della antica tartaruga di Floreana, con un programma di incroci: ed ecco che Chelonoidis niger niger ha potuto essere reintrodotta a Floreana.

Alcuni anni fa avevo inserito nel mio volume di racconti “La felicità è momentaneamente occupata” un racconto breve intitolato Islas Encantadas, ambientato nel 2012. Si narra dell’ultimo esemplare di Geochelone Abingdoni, tartaruga maschio morto nel 2012, con la scomparsa del quale si è definitivamente estinta la specie. Nel racconto immaginavo le reali motivazioni che avevano causato la sua morte.

Ecco il racconto, pubblicato da Nuova Ipsa Editore di Palermo dieci anni fa, nel 2016:

Islas Encantadas

Il bipede in maglietta e calzoncini che pretende di mangiare una specie di panino seduto sulla panchina ha dovuto spostarsi all’estremità del suo sedile. Senza dirgli “fatti più in là” un’otaria ha deciso che quello sarebbe stato un posto decentemente confortevole per lei, e ci si è accomodata. 

I suoi cuccioli nel frattempo stanno eseguendo un  numero di nuoto sincronizzato nella vasca naturale fra gli scogli, proprio di fronte alla posizione scelta dalla madre. Genitrice attenta, si è predisposta una comoda  posizione, idonea a un buon esercizio della sua genitorialità: il mare è di fronte a lei.

Del resto, grandi pericoli non ce ne dovrebbero essere: né nelle acque marine, né sulla cosiddetta terra. Nessun predatore in vista, nessun pericolo potrebbe provenire dalla massa liquida né dalle solide rocce più all’interno dell’isola. L’otaria decide di farsi un sonnellino, appena disturbata dallo starnazzare delle voce umani alle sue spalle, che si alzano nello stupore, quando vedono un leone marino affacciarsi al bordo della piscina dell’alberghetto in cui stavano nuotando. Con urletti sopra le righe, altri rumori di vario tipo, sciacquio e spruzzi, si sono levati dalla vasca, lasciando spazio al bestione. Il nuoto è rimandato a più tardi.

Non mi va più di vivere in questo luogo.

Lo vedete quel tipo? Quello, sì, quello biondastro e con la pancia pendula. Si è portato nella stanza d’albergo tre iguane terrestri; l’ho visto provare se gli stavano in valigia, senza la minima preoccupazione per la loro incolumità durante il viaggio. Dev’essere davvero un cretino, se pensa di non essere beccato all’aeroporto. Anche se si può solo contare sulla sua avarizia. Siccome non mollerà laute mance lo fermeranno e se ci va bene lo arresteranno.

Guardate laggiù. Guardate la sagoma di quel cetaceo adagiato sulla secca, che spunta, laggiù, sì, verso l’orizzonte, guardate bene: quello è una petroliera. È lì dal 16 gennaio 2001; è rimasta incagliata nelle sabbie mentre stava arrivando all’isola di San Cristobal, che doveva approvvigionare. Ha perso seicentomila litri di carburante. Eppure queste isole non possono più fare a meno di petrolio: gli abitanti sono passati da duemila a trentamila dal ’68 a oggi. E avete idea di quanti turisti arrivino qui? Ne arrivano da centocinquantamila a centottantamila all’anno. Loro sì che sono pericolosi. Altro che l’invadenza delle capre, degli asini, dei maiali, dei gatti, dei topi e dei ratti che si stanziano all’interno. Tutti insieme non sono nulla, paragonati agli eserciti di turisti con macchina fotografica e borsello.

Eppure questo fu il primo luogo al mondo a essere dichiarato patrimonio nazionale dell’Unesco! Un tempo queste erano le Islas Encantadas, eruttate da vulcani sottomarini, terre che parevano possedute da forze oscure, lambite da correnti marine impetuose: rifugio  solo per i pirati. Testuggini giganti, albatros, leoni marini, iguane, fringuelli, pinguini, gabbiani, aironi volavano nuotavano camminavano su queste isole incantate. Questo era il luna-park della biologia, lo scrigno inviolato della formazione della vita animale e vegetale.

Ma ora sono stanco di vivere. 

No, non sono poi così vecchio d’età: ho solo cento anni. Potrei viverne forse altri cento. Ma il mio cuore è pesante. Sono stanco di vivere in un mondo così. È il 2012 e il mio personale mondo può considerarsi finito: la mia fine del mondo si è già verificata.

Da tanto tempo vivo senza amore.

Vivo senza amore da tutta la vita. Devo ammetterlo: sono scapolo. Non ho mai conosciuto le gioie degli amorosi sensi, lo sguardo innamorato di una compagna, nessun esemplare femminile ha mai nuotato vicino a me accettando la mia corte.

Semplicemente perché lei non esisteva.

Il destino ha voluto che io fossi l’ultimo esemplare maschio di testuggine gigante. Appartengo alla famiglia Geochelone Abingdoni. Mi chiamo George, conosciuto in tutto il mondo come  George Lonesome, qui semplicemente Jorge el Solitario: unica tartaruga gigante dell’isola di La Pinta, nel Pacifico, a mille chilometri dalle coste dell’Ecuador. Unico nella mia isola e unico nel mondo.

Hanno provato a rifilarmi due tartarugole  di una sottospecie, prima una e poi l’altra, per carità. Ma io non ci sono riuscito. Non mi piacevano. Nessuna delle due era degna di diventare mia moglie.

Che cos’è un tartarugo se non può dare la vita? Mi lascerò morire. Morirò per mancanza d’amore, sappiatelo. E anche perché questo mondo delle Galapagos, così com’è, non mi interessa più. 

Loro, lo so, mi imbalsameranno. So anche che mi faranno l’autopsia, per stabilire la causa della mia morte. 

Folli, pazzi! Come possono non capire che la vita non ha più senso quando la patria non esiste più, la mia gente non esiste più, l’amore non potrà esistere mai più.

Una sola preghiera, ultimo desiderio di un condannato: non ditelo al signor  Darwin.

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DUE PASSI FRA GLI ODORI. UCCI UCCI SENTO ODOR DI CRISTIANUCCI (3)

UCCI UCCI SENTO ODOR DI CRISTIANUCCI

La Bibbia non condannava l’apprezzamento odoroso del corpo umano. Basta rileggersi  il Cantico dei Cantici: 

«Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza, 

aroma che si spande è il tuo nome:

per questo le ragazza di te si innamorano».

E più avanti:

«L’amato mio è per me un sacchetto di mirra…»

Di sé l’amata dice:

«Io sono un narciso nella pianura di Saron,

Un giglio delle valli…»

E l’amato invita l’amata in molti modi, richiamando bellezze godibili alla vista, all’udito, ma anche all’olfatto:

«…le viti in fiore spandono profumo…»

E ancora. 

«…quanto inebriante più del vino è il tuo amore,

e il profumo dei tuoi unguenti, più d’ogni balsamo».

« I tuoi germogli sono un paradiso di melagrane,

con i frutti più squisiti,

alberi di cipro e nardo,

nardo e zafferano, cannella e cinnamomo,

con ogni specie di alberi d’incenso,

mirra e aloe, 

con tutti gli aromi migliori».

Lei dice di lui:

«Le sue guance sono come aiuole di balsamo

dove crescono piante aromatiche,

le sue labbra sono gigli

che stillano fluida mirra».

«Le mandragore mandano profumo…»

L’Antico Testamento testimonia l’utilizzo di unguenti e di profumi (o per meglio dire, oli profumati). In Esodo Dio invita Mosè a costruire un altare di essenze,  si sofferma nello spiegare quale ingredienti debbano essere adoperati: «Procurati balsami, storace, onice, gàlbano e incenso puro, il tutto in parti uguali. Farai con essi un profumo da bruciare, una composizione aromatica secondo l’arte del profumiere, salata, pura e santa». 

In Genesi viene narrato l’episodio di Giacobbe, figlio di Esaù, cieco, il quale si unge con il profumo di suo fratello Esaù per abbindolare il padre e ottenere da lui, con l’inganno, la sua benedizione. Esaù viene imbrogliato e dice: «Ecco l’odore di mio figlio, come l’odore di un campo che il Signore ha benedetto».

In Esodo viene insegnato a Mosè a preparare l’olio per l’unzione: «Procurati balsami pregiati: mirra vergine per il peso di 500 sicli,  cinnamomo odorifero,  canna odorifera 250,  cassia 500 sicli e un hing di olio d’oliva. Ne farai l’olio per l’azione sacra, un unguento composto secondo l’arte del profumiere».

Nei Vangeli i profumi compaiono assai meno, però compaiono con i Magi, nella narrazione leggendaria di cui sono protagonisti, quando ricercano, guidati dalla cometa, il luogo dove Gesù è nato, portando in dono, come tutti sappiamo, oro, ma anche incenso e mirra.

Malgrado questi precedenti riferimenti veterotestamentari, fin dai primi secoli del diffondersi del cristianesimo la cura del corpo umano per mezzo di oli, essenze odorose e profumi viene progressivamente relegata fra le cose peccaminose. Viene visto molto male l’abbellimento del corpo umano, ancor più se femminile: a cominciare da San Paolo, secondo il quale ciò che può suscitare apprezzamento per il corpo e suscitarne il piacere, allontana l’uomo da Dio. Questa concezione afferma che tutto ciò che procura piacere ai sensi, come i profumi, deve essere condannato, perché indebolisce l’anima: implica l’austerità. Ecco gettate le basi per quella frattura, via via divenuta sempre più divaricante, fra corpo e spirito, fra la carne e il divino, che ha portato sempre più alla mortificazione della carne, e alla concezione peccaminosa della sessualità. I profumi, come ogni forma di abbellimento, verranno considerati strumenti del diavolo. L’unico profumo ammesso, ma solo se dedicato a Dio e alla Chiesa, sarà quello dell’incenso.

Bisognerà arrivare almeno al 1700 perché qualcosa, almeno in campo teorico, cambi. I sensi, compreso l’olfatto, saranno riabilitati dal filosofo Diderot, ma dovremo al filosofo e pedagogista Rousseou la piena riabilitazione dei sensi (e dell’olfatto): egli definirà i sensi come «gli strumenti della nostra intelligenza», vale a dire dell’intelligenza umana. Nell’Emilio o dell’educazione scriverà, nel Libro Secondo: «Siccome tutto quello che entra nell’intelletto umano vi giunge per mezzo dei sensi, la prima ragione dell’uomo è una ragione sensitiva; proprio questa serve alla ragione intellettuale… Per imparare a pensare bisogna esercitare le membra, i sensi, gli organi che sono gli strumenti della nostra intelligenza». E ancora: «È un errore molto pietoso l’immaginare che l’esercizio del corpo nuoccia alle operazioni dello spirito, come se queste due attività non dovessero procede di pari passo, e l’una essere sempre diretta dall’altra».

Finisce qui, almeno in teoria, dal punto di vista filosofico e pedagogico, la mortificazione del corpo.

All’odorato Rousseau non attribuirà un valore eccelso nell’educazione, considerandolo un senso che si sviluppa di più nell’età adulta, perché legato all’immaginazione, basata sulle esperienze, la memoria e le emozioni.  Ma lo metterà soprattutto in relazione con il gusto: «Non gustiamo nulla senza fiutare».

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DEUS VULT: SIAMO SICURI?

Nello scorso mese ho scritto un articolo su queste pagine (Parole in- crociate. Deus vult) in forma di breve scena teatrale in cui ho giocato a incrociare le parole pronunciate da Urbano II alla partenza dei primi crociati e le parole pronunciate nella realtà odierna da pastori evangelici che hanno attorniato Trump nella Sala Ovale per una speciale benedizione, in contemporanea all’attacco degli USA contro l’Iran. Volevo sollecitare con questo una riflessione su modi di soffiare sui venti di guerra. Infatti entrambi i discorsi, pur lontani nel tempo (1095 e oggi) hanno lo scopo di proteggere nella vittoria durante il conflitto e offrire un sostegno di carattere spirituale durante un’operazione militare.

Devo dire che, passando i giorni, mi sento sempre più preoccupata e meno disposta verso un semplice divertissement sull’argomento. 

Un passaggio cruciale mi sembra si sia aggiunto alle voci messianiche che accompagnano i venti di guerra.  Il Segretario alla Guerra degli USA ha pronunciato un discorso intriso di parole religiose sulla missione militare, definendola «una guerra  volta alla verità e alla luce di Dio contro le oscurità dell’odio».  Nel suo discorso i cieli sopra l’Iran  si sono infiammati di questa supposta luce divina: è arrivato ad affermare che la « giustizia divina» era stata condotta sui cieli dell’Iran, poiché «coloro che combattono dalla parte degli Stati Uniti combattono con il Signore».

Il fiammeggiante discorso  ha suscitato molte critiche, sia da parte di alcune correnti delle Chiese evangeliche sia da parte di quelle cattoliche, colpite dai toni sacrileghi del linguaggio religioso. Subito anche Trump ha inneggiato alle parole del Ministro della Guerra, per poi ritirare la mano subito dopo avere gettato il dado, tentando di riportare le parole pronunciate sotto un profilo del tutto personale di Pete Hegseth. Resta tuttavia inalterato sia il contenuto stesso del discorso, come anche il tono con cui è stato pronunciato, che chiunque ha potuto constatare essere un tono da vera e propria crociata.

Noi ingenuotti avevamo creduto che con la chiusura dell’epoca medievale delle crociate fosse terminata la commistione (almeno a parole!)  fra violenza e religione: chi si sarebbe aspettato nel 2026 di sentire legittimare dalla volontà di un dio vero o presunto  la volontà tutta umana di piegare e distruggere un popolo avverso?  Ci siamo forse creduti troppo furbi perché non arrivasse qualcuno a propinarci la bellezza di nuove guerre sante? Ci facesse intravedere nuovi unti del Signore?

È certo che all’interno delle correnti del pensiero evangelico negli USA si stanno rafforzando quelle del sionismo cristiano, che si basa su un’interpretazione letterale della Bibbia: ritengono che il ritorno degli Ebrei in Israele costituisca un adempimento delle profezie contenute nella Bibbia e nelle stesso tempo che ciò sia il requisito necessario per il secondo avvento del Messia. 

In questa ottica le politiche di Netanyahu sarebbero volte alla realizzazione della volontà divina.

La visione di queste correnti evangeliche (non tutte le correnti evangeliche sono sioniste, sia chiaro)  immagina il sostegno a Israele e alle sue peggiori volontà di guerra e di sterminio di altri popoli come garanzia della benedizione di Dio all’America. Vedono in Israele l’anello fondamentale di un piano divino-apocalittico e il sostegno a Israele  viene visto come una maniera per accelerare la strada verso l’Apocalisse e il trionfo finale del Messia.

Va sottolineato che i sionisti cristiano-evangelici sono stati i più grandi sostenitori di Trump e della sua campagna elettorale e ora il gruppo politico-religioso influenza pesantemente la politica estera di Trump.

Hegseth, Ministro della Guerra, è considerato un sionista cristiano; quando in Senato gli fu chiesto se lo fosse, ha risposto: «Sono cristiano e sostengo con forza lo stato di Israele e la sua difesa esistenziale e il modo con cui l’America resta al suo fianco».

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DUE PASSI FRA GLI ODORI. UN’ANNUSATINA AI FILI OLFATTIVI DEGLI ANTICHI (2)di Letizia Gariglio

Ippocrate (460 a. C. – 377 a. C.), pur non avendo formulato una specifica teoria sugli odori, riteneva gli odori del corpo umano degli ottimi segnalatori per diagnosticare le malattie: erano segnali chimici importanti (e la medicina moderna ha poi confermato che l’odore del corpo umano cambia in base alla malattia da cui è affetto): per esempio collegava gli odori dolciastri a disturbi metabolici (oggi diabete), le urine maleodoranti significavano presagio di morte, gli era noto il fetor hepaticus, indizio di disturbi del fegato.  Riteneva che le malattie potessero essere causate da miasmi, cioè da aria cattiva: respirare questi cattivi odori faceva male, alterava l’equilibrio dei quattro umori  (sangue, flegma, bile gialla e bile nera) portando alla malattia. Prescriveva ai suoi pazienti di adoperare fumigazioni con erbe aromatiche e massaggi con oli profumati per rendere l’aria più pura e per fortificare il corpo. Anche oggi del resto si accetta che un odore o un profumo diffusi nell’aria possono avere un effetto terapeutico oppure un effetto nocivo su uomini e animali. 

Nel Timeo Platone (428 a. C. – 348 a. C.) parla delle proprietà delle narici e definisce gli odori come un genere incompiuto. In breve, secondo il filosofo greco, una sostanza emette odore quando compie un passaggio di stato tra una condizione fisica specifica ed un’altra (per esempio il passaggio di un liquido come l’acqua a vapore). Secondo il filosofo, in una condizione di stato fisso i pori olfattivi sono inadeguati per recepire l’odore degli elementi più semplici, infatti la terra e l’acqua hanno una forma troppo spessa, l’aria e il fuoco hanno una forma troppo sottile: la sensazione olfattiva si attua quando i corpi passano da uno stato all’altro acquisendo in questo modo una forma intermedia. Solo la forma intermedia è adatta a essere recepita dalle strutture dell’olfatto. Date queste premesse ogni odore è o vapore o fumo, è percepibile quando certi corpi vengono bagnati, entrando nel processo di putrefazione, o stanno  evaporando. Precisa che: «Le varietà (degli odori) non hanno nome, poiché non derivano da specie né semplici, né complesse, ma in due modi si possono indicare, che sono gli unici che emergono con evidenza: e cioè gradevole e sgradevole, dal momento che uno irrita e l’altro usa violenza su tutta la cavità».

Aristotele (384 aC. – 322 a.C.) parla dell’olfatto nel trattato De anima e in De sensu; riteneva che l’olfatto fosse necessario in vista della conservazione della specie; era per lui il più difficile dei sensi da definire perché non risultava chiaro che qualità possedesse. Riteneva che questo senso si situasse in una condizione di mezzo tra i sensi di contatto, come il gusto e il tatto, e i sensi di distanza, come la vista e l’udito. Come per la vista e l’udito infatti anche per l’olfatto è necessaria una mediazione, quella dell’aria, per poter percepire le fonti odorose. Sosteneva, a differenza di Platone, che potessero avere qualità simili a quelle del gusto, dunque essere dolci, amari, aspri, pungenti… Rilevava una differenza importante fra uomo e animali, attribuendo all’uomo un odorato meno sviluppato e riteneva che mancasse una terminologia specifica per gli odori, se non mutuata dalla terminologia del  gusto.

Divideva gli odori in odori piacevoli e spiacevoli: i primi associati ai profumi di fiori e di sostanza aromatiche; i secondi causati dai processi di putrefazione, marciume, ma anche prodotti dalle sostanze nocive. Suggerisce alcune qualità olfattive: il dolce, come quello dei fiori; l’acre  o pungente; l’astringente; il rancido; il putrido o fetido; il ricco, come quello della resina. Si osserva come la classificazione tenga conto della reazione umana di fronte ad essi.

Teofrasto, succeduto ad Aristotele, (371 a.C -287 a C.) nel suo trattato De odoribus collega odori e sapori, divide gli odori secondo gradevolezza, descrive come estrarre profumi dalle sostanze: oli, spezie, radici, fogli e fusti di piante. Oltre alle tecniche di estrazione delle essenze, descrive come conservare le fragranze, studia l’effetto benefico o nocivo di alcune sostanze sull’uomo.

Galeno (129 d. C –  216 d. C.), che raccolse in età romana l’eredità conoscitiva della medicina di Ippocrate, ne coltivò gli insegnamenti: nella sua farmacologia adoperò le qualità aromatiche di erbe e piante, con l’applicazione della teoria  dei contrari: la malattia veniva considerata una discrasia, un disequilibrio, per cui a un eccesso o a una mancanza nell’equilibrio degli umori occorreva contrapporre il principio contrario. Usava i profumi per curare specifiche malattie. 

Dobbiamo arrivare al 1700, con Linneo (1707 / 1778), medico e naturalista svedese, per giungere ad una vera classificazione degli odori, all’interno della sua opera Odores Medicamentorum. Anche lui parla di quelli piacevoli e spiacevoli. Quelli piacevoli comprendono gli aromatici, come i chiodi di garofano, e quelli fragranti, come quelli emanati dai fiori; gli odori sgradevoli comprendono anche quelli ambrosiaci (come l’ambra grigia e il muschio), quelli agliacei, quelli caprini, quelli nauseabondi, e quelli repellenti. Era interessato soprattutto a definire gli effetti terapeutici delle piante: secondo lo studioso gli elementi dotati di odori forti potevano esercitare una grande potenza farmacologica, quelli inodori o scarsamente odorosi non potevano esprimere grandi capacità fterapeutiche.

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PAROLE IN-CROCIATE. DEUS VULT di Letizia Gariglio

Poco dopo la partenza dei crociati per la guerra santa (in Iran), il comandante in capo della spedizione (e non solo) è stato benedetto da un gruppo di venti leader religiosi evangelisti che l’hanno attorniato per pregare per lui, imponendo le mani su di lui e chiedendo la protezione e la grazia del Signore. Il video relativo all’evento è stato virale.  Inutile negare che l’episodio in molti ha destato un certo sconcerto; tuttavia  l’idea di chiedere protezione a fronte di una guerra non è nuova, e a me  è subito saltato alla mente un altro discorso del passato, la cui piena finalità era, per l’appunto, il sostegno non solo morale ma divino per chi lasciava la propria terra per combattere in Terra Santa.  Anche in quel caso, oh, oh, i nemici erano indicati come i “Persiani”. 

Così è nata l’idea di giocare un po’ teatralmente e ho costruito una breve scena in cui le parole pronunciate a Clermont per bocca di papa Urbano II  nell’anno 1095,  alla partenza dei soldati per la prima Crociata, vengono attribuite ai personaggi dei Consiglieri, si mescolano e si incrociano con le parole odierne dei pastori statunitensi, pronunciate dai personaggi dei Pastori. Nella scena si presenta anche una consigliera, Paula, che, invasata dal dio della guerra, pronuncia, guarda caso, le identiche parole dette dalla pastora Paula White-Cain, consigliera spirituale di Trump e Capo dell’Ufficio della Fede alla Casa Bianca, dette il 4 novembre; il personaggio assume toni da sacerdotessa posseduta da un dio chiaramente versato verso il male ( ma tutti potranno ammirare nella realtà della Rete, se non l’avessero già fatto, la consigliera spirituale di Trump mentre pronuncia parole bellicose contro il nemico, prendendosela ripetutamente con un tavolo davanti a lei in modo ossessivo. Ecco il testo delle “Parole in-crociate“.

I, CONSIGLIERE:   Voglio che sappiate quale necessità vostra e di tutti i fedeli ci abbia qui attratti. Da Gerusalemme e da Costantinopoli è pervenuta e più d’una volta è giunta a noi una dolorosa notizia: i Persian, gente tanto diversa da noi, popolo affatto alieno da Dio, stirpe dal cuore incostante e il cui spirito non fu fedele al Signore, ha invaso le terre di quei cristiani, le ha devastate col ferro, con la rapina e col fuoco e ne ha in parte condotti prigionieri gli abitanti nel proprio paese, parte ne ha uccisi con miserevole strage, e le chiese di Dio o ha distrutte dalle fondamenta o ha adibite al culto della propria religione.

II, PASTORE: [imponendo le proprie mani verso il Presidente, a benedirlo, insieme a tutti i presenti]: Siamo onorati di essere qui oggi alla vostra presenza, per sollevare le braccia del nostro Presidente. Preghiamo affinché la Tua benedizione e il tuo favore continuino a riposare su di lui.

III, CONSIGLIERE: Abbattono gli altari dopo averli sconciamente profanati, circoncidono i cristiani e il sangue della circoncisione lo spargono sopra gli altari o lo gettano nelle vasche battesimali.

IV, PASTORE: Preghiamo affinché la saggezza del cielo inondi il suo cuore, la sua mente e, Signore, lo guidi in questi tempi difficili che stiamo affrontando oggi.

V, CONSIGLIERE:  A quelli che vogliono condannare a una morte vergognosa perforano l’ombelico, strappano i genitali, li legano a un palo e, percuotendoli con sferze, li conducono in giro, sinché, con le viscere strappate, cadono a terra prostrati.

VI PASTORE: Prego per la Tua grazia e la tua protezione su di lui.

VII CONSIGLIERE: Altri fanno bersaglio con le frecce dopo averli legati ad un palo; altri, fattogli piegare il collo, assalgono con le spade e provano a troncare loro la testa con un sol colpo. Che dire della nefanda violenza recata alle donne, della quale peggio è parlare che tacere? …Questa regale città posta al centro del mondo, è ora tenuta in soggezione dai propri nemici e dagli infedeli, è fatta serva del rito pagano. Essa alza il suo lamento e anela ad essere liberata e non cessa d’implorare che voi andiate in suo soccorso. Da voi più che da ogni altro essa esige aiuto poiché a voi è stata concessa da Dio sopra tutte le stirpi la gloria delle armi. Intraprendete dunque questo cammino in remissione dei vostri peccati, sicuri dell’immarcescibile gloria del regno dei cieli.

VIII, PASTORE: Prego per la Tua grazia e protezione per le nostre truppe e tutti i nostri uomini e donne che prestano servizio nelle nostre forze armate.

IX, CONSIGLIERE: Il regno dei Greci è stato da loro già tanto gravemente colpito e alienato dalle sue consuetudini, che non può essere attraversato con un viaggio di due mesi. A chi dunque incombe l’onere di trarne vendetta e di riconquistarlo, se non a voi, cui più che a tutte le altre genti Dio concesse insigne gloria nelle armi, grandezza d’animo, agilità nelle membra, potenza d’umiliare sino in fondo coloro che vi resistono?

X, PASTORE: Padre, Ti preghiamo solo di continuare a dare al nostro presidente la forza di cui ha bisogno per guidare la nostra grande nazione.

XI, CONSIGLIERE: Si risveglino gli  animi vostri ad azioni che emulino le gesta dei vostri antenati, la probità e la grandezza del vostro re Carlo Magno e di Ludovico suo figlio e degli altri vostri sovrani che distrussero i regni dei pagani e ad essi allargarono i confini della Chiesa. Soprattutto vi sproni il Santo Sepolcro del Signore Salvatore nostro, ch’è in mano d’una gente immonda, e i luoghi santi, che ora sono da essa vergognosamente posseduti e irriverentemente insozzati dalla sua immondezza. O soldati fortissimi, figli di padri invitti, non siate degeneri, ma ricordatevi del valore dei vostri predecessori.

XII PASTORE: [non riesce a parlare, sovrastato dalle urla della sacerdotessa invasata dal dio della guerra. È costretto a tacere].

XIII CONSIGLIERE: [si fa strada con la propria voce sugli strepiti  della  sacerdotessa posseduta] Cessino dunque i vostri odi intestini, tacciano le contese, si plachino le guerre e si acquieti ogni dissenso ed ogni inimicizia. Prendete la via del santo Sepolcro, strappate quella terra a quella gente scellerata e sottomettetela a voi: essa da Dio fu data in possessione ai figli di Israele; come dice la Scrittura, in essa scorrono latte e miele.

XIV, PASTORE: [Viene messo a tacere dai gemiti e dagli sproloqui della XX Consigliera, che batte pugni su una tavola vicina al presidente e contemporaneamente si batte ii petto. Ormai è chiaro a tutti che un dio vuole parlare attraverso di lei].

XV, CONSIGLIERE:  [si fa strada con la propria voce fra i lamenti nemmeno troppo soffocati della White-Cain, i suoi singhiozzi, i sospiri, i gridi soffocati, le sue invocazioni al suo dio della guerra] Gerusalemme è l’ombelico del mondo, terra ferace sopra tutte, quasi un altro paradiso di delizie; il Redentore del genere umano la rese illustre con la sua venuta, la onorò con la sua dimora, la consacrò con la sua passione, la redense con la sua morte, la fece insigne con la sua sepoltura.

XVI, PASTORE: [Indifferente alle agitazioni che lo attorniano] Mentre torniamo a essere una nazione, sotto Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti,  preghiamo, affinché la Tua benedizione celeste sia su di lui, nel nome di Gesù.

XVII, CONSIGLIERE: [continuando il discorso su Gerusalemme] E proprio questa regale città posta al centro del mondo, è ora tenuta in soggezione dai propri nemici e dagli infedeli, è fatta serva del rito pagano. Essa alza il suo lamento e anela ad essere liberata e non cessa d’implorare che voi andiate in suo soccorso. Chiunque vorrà compiere questo santo pellegrinaggio e ne avrà fatto promessa a Dio e a lui si sarà consacrato come vittima vivente santa e accettevole, porti sul suo petto il segno della croce del Signore; chi poi, pago dei suo voto, vorrà ritornarsene, ponga alle sue terga; sarà così adempiuto il precetto che il Signore dà nel Vangelo: “Chi non porta la sua croce e non viene dietro di me non è degno di me”.

XVIII, PASTORE [viene interrotto dalla urla della pitonessa, la pastora presente al rito di benedizione, che invoca l’intervento del dio della guerra, invasata da lui, mentre il Pastore, senza successo, cerca di calmarla. Deve rinunciare a parlare, visibilmente contraddetto].

XIX, CONSIGLIERE:  [Prende la parola fra un gemito e l’altro della sacerdotessa in preda al delirio “sacro”. Il suo tono è teso a incitare gli ascoltatori] Se  il Signore Iddio non avesse ispirato i vostri pensieri, la vostra voce non sarebbe stata unanime; quantunque essa abbia risuonato con timbro diverso, unica fu tuttavia la sua origine: Dio che l’ha suscitata, Dio che l’ha ispirata nei vostri cuori. Sia dunque questa vostra voce il vostro grido di guerra, dal momento che essa viene da Dio. [Il volume della sua voce è al massimo] Quando andrete all’assalto dei bellicosi nemici, sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio: “Dio lo vuole! Dio lo vuole!”: DEUS VULT!

XX, CONSIGLIERA, [in preda a un raptus di abituale follia]: Noi dobbiamo colpire, colpire, colpire, colpire, colpire, colpire, colpire, colpire, colpire, colpire,  [lo ripete dieci volte] fin che avrai la vittoria per ogni nemico schierato contro di te, lascia che colpiamo il suolo per te, fin che tu ci darai la vittoria, Dio. Sento il suono di una pioggia abbondante, sento il suono della vittoria. Il signore Dio dice che è fatta. Sento la Vittoria Vittoria Vittoria Vittoria  [parola ripetuta 4 volte] negli angoli del paradiso, per gli angeli che stanno venendo liberati ora, gli angeli stanno venendo inviati proprio ora. [Distrutta dall’invasamento divino sviene fra le braccia di Donald].

Il rito è terminato.

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DUE PASSI FRA GLI ODORI (1). INIZIAMO FICCANDO IL NASO di Letizia Gariglio

I nuovi libri, freschi di acquisto, oggi appena arrivati a casa, sono stati sottoposti a disanima  dal mio gatto. Come sempre li ha odorati per bene, indagando i cinque lati disponibili, poi con una nasata ha rivoltato sottosopra il volume adagiato più in alto, ad esplorarne il lato fino a quel momento nascosto. Non ancora completamente soddisfatto l’ha buttato a terra,  adoperando la sua adorabile zampetta; una volta caduto dalla scrivania l’ha trascinato un po’ qua e là sul pavimento, finché ci si è sdraiato sopra. Così il nuovo gruppo di libri è entrato a far parte della casa e io potrò ammetterli nella biblioteca. Il libro caduto sarà abbandonato fra un po’, quando io ne aprirò finalmente un altro, per primo, e lui verrà a onorare le sue pagine aperte sdraiandocisi sopra: dovrò discutere un po’ sull’uso  degli spazi, ma so che ci metteremo (quasi) d’accordo  seppur con qualche contesa; infine il libro sarà posseduto da entrambi. In un certo senso va meglio oggi con il gatto Teodoro di quando i miei libri andavano condivisi con il cane Ramon, perché lui pretendeva anche di rosicchiarli. In casa alcuni libri portano ancora il segno dei suoi adorabili aguzzi denti, soprattutto di quando era cucciolo, così come gambe di mobilio su cui ha rafforzato la sua dentatura.

I gatti non hanno un olfatto così potente come quello dei cani, ma non se la cavano male; rimane tuttavia per me evidente che il mio micio sottopone abitualmente i miei libri ad una analisi olfattiva prima dell’accettazione.

Io impazzisco per l’odore dei libri, ancor più per quelli nuovi: non sono l’unica e non sono nemmeno originale, condivido la passioncella con migliaia di persone. Tuttavia attribuisco alla mancanza di odore il motivo per cui riesco poco e male a leggere gli e-book, anche se gli occhi ne trarrebbero giovamento.  Sappiamo che l’inebriamento di fronte ai libri è dato dagli elementi da cui è composto, la cellulosa, la lignina ma anche la benzaldeide, l’alcool e la colla.

Già più di una decina di anni fa (2012)  qualcuno ha provato e ricreare quell’odore e a racchiuderlo in una boccetta: il designer Karl Lagerfeld di Escentric Molecules, Geza Schon e le case editrici Steidl e Wallpaper. Da questa collaborazione nel 2012 nacque Paper Passion, il primo perfume for booklovers, un misto di note forti e legnose .

Otto anni dopo anche la catena americana indipendente di bookshop Powell’s ha deciso di creare il primo profumo che sa di libri: Eau de Bookstore. Questo profumo ha un sentore di legni, violetta e brossura e racchiude, secondo Powell’s, «l’odore di un milione di libri».

Dunque stiamo parlando di odori, di olfatto, il  senso più negletto.

Da  dilettante umanista quale sono, in ogni caso scarsamente e goffamente scientifica, mi precipito a fare il compitino e a ripassare come funziona l’olfatto. Dunque: è un senso chimico, mi pare di capire. Allora: ci sono in giro per l’aria delle molecole  che raggiungono il nostro naso, vanno al fondo delle fosse nasali dove sta l’epitelio olfattivo e dove ci sono i ricettori olfattivi o per meglio dire dei neuroni olfattivi che trasmettono l’informazione  odorosa al cervello. Come? I ricettori olfattivi formano il nervo olfattivo che raggiunge il cervello. Pare che noi abbiamo circa 10 milioni di neuroni olfattivi (forse 12 milioni). Poi le cose si fanno sempre più complicate: si passa dal bulbo olfattivo e poi, voilà, l’odore arriva al cervello. La parte di cervello preponderante nel catturare gli odori è il cervello limbico, responsabile delle risposte emotive e della memoria. Ecco perché gli odori funzionano come macchine del tempo, collegandosi con trascorse emozioni, memorie ed eventi passati: è il famoso effetto Madeleine. 

Mi astengo dal rivolgermi all’AI chiedendo di approfondire: ne ho già abbastanza così.

Nel panorama delle relazioni umane l’olfatto, in quanto senso mediatore fra odori ed emozioni, e fra odori emozioni e memoria, gioca un ruolo importante. Attrazione //repulsione, ricordi positivi//negativi, legati a un particolare odore, scatenamento di stress o di stati d’animo sereni: è evidente che  le sensazioni olfattive possono sottilmente, e anche inconsciamente (oppure del tutto consciamente) influenzare in senso positivo o negativo i legami sociali. Inoltre il riconoscimento nell’altro di segnali chimici determinati da odori (per esempio, paura, stress, calma, ecc.) possono condizionare potentemente una relazione. Miguel de Cervantes scriveva nel Don Chisciotte: «Mi pare, Sancho, che tu abbia una gran paura». «Per l’appunto, ma da dove arguisce Sua Signoria che io abbia paura adesso più di prima?» «Perché adesso, più di prima, mandi un odore che non è di ambra».

I segnali chimici, i feromoni,  o ferormoni, prodotti dalle ghiandole esocrine, gettano all’esterno messaggi ed emozioni: comunicano attrazione, paura, invidia, fastidio, e così via,  nel mondo umano, non diversamente da quello animale. Hanno il potere di influenzare l’attrazione (o la repulsione) sessuale. Nella comunicazione sociale influenzano la capacità di percepire le emozioni altrui, per esempio attraverso il sudore, soprattutto quando la persona si trovi in condizioni di paura, di stress, di vigilanza, ma anche quando si trova in condizione di emozione positiva, quale la gioia e la felicità. 

A quanto pare, noi umani scegliamo i nostri partner sessuali utilizzando la base odorosa emessa dalle ghiandole sudoripare che si trovano sotto le ascelle, sulla testa nel cuoio capelluto, fra le pieghe dell’inguine e intorno ai capezzoli. Quando l’odore di una persona ci attrae in realtà in esso si manifesta olfattivamente una compatibilità: la scienza contemporanea pensa che la compatibilità sia data dall’incontro di due sistemi immunitari diversi fra loro. 

In realtà la suddetta teoria scientifica parrebbe contraddire e smentire una teoria che lungamente ha primeggiato, e che voleva le scelte sessuali di un partner dipendere dalla somiglianza, non dalla diversità: somiglianza di classe, di professione, di ambiente, di appartenenza a un gruppo, tali che eventuali affinità elettive dipenderebbero da affinità odorose. Secondo questa opinione, lungamente diffusa nel tempo, la segnalazione odorosa di estraneità potrebbe facilmente scatenare il rifiuto, potrebbe fungere da muro per la comunicazione (non solo sessuale) fra razze e popoli diversi, oltre che fra categorie sociali.

Oggi gli odori naturali umani si nascondono, sotto patine odorose di deodoranti, profumi, acque di colonia, bagni schiuma, shampoo… anche se vi è poi chi va a cercare e ad acquistare i profumi ai feromoni (bufale odorose, fake smells?) Forse vale la pena domandarci il perché.

Forse vi fu un tempo nella storia dell’umanità in cui l’olfatto era molto importante per riconoscere in natura segnali di pericolo e per fiutare prede e buoni oggetti per la sopravvivenza, sebbene l’età dell’oro del naso fosse già tramontata con l’acquisizione della posizione eretta. Si pensa che l’umanità abbia progressivamente perduto in parte le sue capacità olfattive e se ne attribuisce genericamente la causa allo sviluppo della civiltà. Chissà se è proprio così. Certo noi oggi non dobbiamo fiutare la preda, anche perché ci serviamo dei cani, le nostre città e gli agglomerati urbani non puzzano più come cloache, abbiamo indubbiamente migliorato la nostra igiene personale (almeno, speriamo!).

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LA GRANDEZZA DELLA “A” di Letizia Gariglio

Quando ancora le pubblicità erano prevalentemente cartacee la frase “AAA vendesi” oppure “AAA cercasi” era  un espediente per far balzare un annuncio in testa alla lista alfabetica. Oggi la piccola strategia non ha più nessun valore: nel web non serve a niente. 

Penso che i giovani neanche conoscano l’espressione.

Non dico che certe ingenuità del passato possano farli ridere a crepapelle, ma sorridere con sufficienza certamente sì.

Lettera A, suono A. Il suono più aperto che noi pronunciamo, con la massima apertura della bocca, con la mandibola abbassata e le labbra che si atteggiano a formare un ampio cerchio, con la lingua appianata.  

Si ride in A : ah, ah ah; (qualche volta in O, solo sardonicamente in I o in E). 

I verbi in italiano che indicano un intenso volume di  emissione  presentano delle A come,  parlare (a voce alta), vociare, cantare, urlare (magari a squarciagola), sbraitare, sghignazzare;  la voce umana può essere roboante, squillante, tonante, persino sguaiata;   i suoni talvolta assordano.  

Gli animali, in A, abbaiano,  fanno cagnara, miagolano, latrano,  gracchiano, ciarlano, bramiscono, barriscono, schiamazzano e starnazzano. Il chiasso, il fracasso, la sarabanda contengono A. Anche lo sparo, il boato. Il bombardare e il deflagrare. Nessuna di queste azioni fa pensare a qualcosa di piccolo, né a una emissione di voce con scarso volume.

A quanto pare (e tutte le ricerche lo confermano), il suono A (e la lettera A) sono associate a qualcosa di grande, di largo, di aperto, in grado di occupare molto spazio sonoro o di agire in modo importante, ampio, ma anche di avere un effetto grandioso. 

Anche ciò che è piano e piatto rimanda alla lettera A: una spianata, una chiatta che muove lungo un corso d’acqua galleggiando sulla sua piana superficie, una lavagna su cui posare segni e parole, il palmo aperto della mano. Contengono A: spalmare qualcosa, una mappa adatta a rappresentare luoghi, una pialla, la campagna aperta.

Insomma, c’è differenza fra tracannare un bicchiere d’acqua o centellinarla, tra fare un’abbuffata o limitarsi a spilluzzicare uno stuzzichino o uno spuntino. 

Ciò che occupa molto spazio è largo, vasto, lato; le cose grandi sono capaci, giganti, smisurate, espanse. 

C’è anche una bella differenza tra un maestrale e un ponentino. 

La letteratura ci offre un bel campionario di personaggi gradassi, smargiassi, tracotanti… che esercitano la loro autorità per superbia, bravi solo a millantare. 

Quando la A decide di fare la volgare si insinua nei suffissi peggiorativi e dispregiativi: incontriamo così i medicastri, i cagnacci, la gentaglia.  Si insinua in ciò che è pacchiano, materiale, villano, sguaiato, sgarbato, screanzato…

Talvolta veniamo colti di sorpresa e con stupore emettiamo: Ah!

Ma anche ciò che è grave, lento, pesante si può avvalere di A: si diviene fiacchi, apatici, spossati, e si fanno le cose piano, adagio.

Tornando agli aspetti commerciali con cui abbiamo iniziato: sappiamo che in ambito commerciale, nel brand naming, la A alletta  perché fornisce al prodotto il senso di affidabilità (difficile che si sbaglino, dietro ci stanno tanti soldi).

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FINIAMO BENE E COMINCIAMO ANCORA MEGLIO

Il 2025 si è chiuso con una tragica panoramica dei conflitti che nel mondo lo hanno gravato: conflitti di ogni genere, internazionali, nazionali, locali regionali… 

La più importante delle guerre è probabilmente quella che ha coinvolto la striscia di Gaza e la Cisgiordania: di certo la  peggiore per mortalità, diffusione, gravità. Segue la guerra in Ucraina: secondo le stime dell’ONU dello scorso novembre, nel 2025 sono state registrate oltre 12.000 vittime civili.  Terza probabilmente in ordine di importanza la guerra civile in Sudan con 150.000 morti tra il 2023 e il 2025, stimati però per difetto, a causa della quale i rifugiati fuggiti dal paese nei paesi vicini ha superato i 4 milioni di persone.  Poi vengono la guerra in Libano, in Siria ,nello Yemen e in Iran ,colpiti dagli attacchi israeliani e per quanto riguarda Siria Yemen e Iran anche dagli Stati Uniti . Segue il conflitto tra India e Pakistan e quello fra Thailandia e Cambogia,  il conflitto civile nella Repubblica democratica del Congo. In Birmania oltre 1200 gruppi armati operano nel paese contrastandosi l’uno con l’altro; in Haiti ed Ecuador si sono verificate numerose violenze politiche; la Nigeria ha subito un’escalation di attacchi da parte dell’Isis, infine ultimo solo in ordine di tempo il nuovo conflitto in America Latina, operato da Donald Trump contro il regime venezuelano di Nicholas Maduro.

Un anno dove la parola meno usata è la parola pace. Probabilmente la fine del 2025 non è solo la fine di una anno, è la fine di un’epoca, la fine definitiva di un ordine precedente. Eppure 8 milioni di bambini e di bambine sono nati nelle zone di guerra.

Nonostante tutto ad alcuni non è andata poi così male. I 500 uomini più ricchi del mondo sono diventati ancora più ricchi grazie anche alle cripto valute, ai metalli preziosi e all’intelligenza artificiale. La ricchezza dei Paperon dei Paperoni è aumentata a 11.900 miliardi di dollari. A quanto pare un quarto delle nuove ricchezze è saltata per così dire nelle tasche di otto persone: inutile farvi i nomi, li conoscete già. A proposito, forse vale la pena ricordare che ciascun super-ricco (non solo gli otto capolista) emette un quantitativo di anidride carbonica quattromila volte quella di un cittadino qualunque (a partire dall’uso di jet personali).

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BAMBINI TROPPO DIGITALI

La Società Italiana di Pediatria  (SIP) è tornata a parlare dei bambini e del loro coinvolgimento digitale in un comunicato stampa. sono stati analizzati dalla SIP molti documenti della letteratura internazionale sull’argomento (ben 6800 studi): le conclusioni della SIP sugli effetti dell’uso di smartphone, tablet, videogiochi e social media sulla salute fisica, quella cognitiva, mentale e razionale dei minori è piuttosto allarmante. 

Le nuove raccomandazioni delineano un percorso educativo da condividersi con le famiglie, le scuole e altri professionisti per accompagnare i bambini e gli adolescenti verso un uso equilibrato della tecnologia. Si raccomandano di evitare l’accesso a Internet prima dei 13 anni per i rischi legati all’esposizione, a contenuti inappropriati, consigliano di introdurre lo smartphone personale non prima dei 13 anni per prevenire conseguenze sullo sviluppo cognitivo emotivo e relazionale, raccomandano di ritardare il più possibile l’uso dei social media, anche se consentiti per legge, di evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di andare a dormire, di incentivare le attività all’aperto, lo sport, la lettura e il gioco creativo e soprattutto consigliano gli adulti di mantenere la loro supervisione sulla questione, di mantenere il dialogo e gli strumenti di controllo costanti in tutte le fasce di età. 

Si precisa nel comunicato stampa che una stimolazione digitale precoce e prolungata «può alterare l’attenzione ,l’apprendimento, e la regolazione emotiva. Posticipare l’accesso autonomo a  Internet e l’età del primo smartphone è un investimento in salute, equilibrio e relazioni. Dobbiamo restituire i bambini tempo per annoiarsi per muoversi, per giocare e per dormire; la presenza e l’esempio degli adulti restano la prima forma di prevenzione digitale». 

Nel documento si dice anche che nei bambini sotto i 13 anni l’eccesso di digitalizzazione è associato a ritardi del linguaggio, al calo dell’attenzione e al peggioramento del sonno, negli adolescenti provoca ansia, isolamento, dipendenza dai social e perdita di autostima; l’esposizione superiore a un’ora al giorno davanti agli schermi è motivo di rischio di sovrappeso e di obesità negli adolescenti rispetto ai coetanei con esposizione inferiore.

Purtroppo vi sono genitori di figli sotto i due anni che utilizzano il dispositivo (per esempio il telefonino)  come uno strumento calmante e distrattivo per placare i pianti e le agitazioni: queste persone non si rendono conto di ridurre in questo modo le capacità di autoregolazione emotiva e che aumentano, con la loro azione, la dipendenza del proprio figlio dallo stimolo digitale. Colpisce che studi di neuroimagingmostrino che nei bambini tra i 3 e i 5 anni con maggiore esposizione agli schermi, la corteccia cerebrale presenti uno spessore ridotto nelle aree legate al linguaggio, all’attenzione e alla memoria: un minor spessore corticale indica uno sviluppo meno maturo di queste funzioni cognitive.

Il disturbo da gioco su Internet (Internet gaming disorder) negli adolescenti ed è caratterizzato da perdita di controllo, isolamento, alterazioni del sonno, e calo del rendimento scolastico. Le immagini cerebrali relative mostrano che chi ne soffre presenta alterazioni nelle aree che regolano controllo, decisioni ed emozioni, simili a quelle osservate nelle dipendenze da sostanze, in particolare da nicotina.

La commissione della Sip segnala un’esposizione sempre più precoce dei minori ai contenuti pornografici online e mette in evidenza che la visione di pornografia online è associata a maggiore probabilità di sexting, coercizione sessuale e comportamenti sessuali precoci. Oltre a ciò c’è il problema dell’adescamento online che può riguardare anche il forte coinvolgimento dei più piccoli e che cresce poi nella fascia 14 16 anni.

La Società Italiana di Pediatria ha poi espresso dei principi guida per un uso sano del digitale in cui si è servita delle 7P: Posticipare, Proteggere, Preservare la presenza dell’adulto, Porre regole chiare, Partecipare all’educazione digitale, Prevenire rischi e dipendenze e infine Promuovere esperienze reali.

Molte dei dati espressi nel documento dei pediatri non contiene informazioni del tutto nuove: da molto tempo sappiamo quanto i dispositivi tecnologici siano dannosi per bambini  e adolescenti.  È tuttavia molto importante  che sia stato ribadito un appello ai genitori, al fine di migliorare  la loro percezione della gravità della situazione e che venga sottolineata la loro responsabilità in merito.

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BIANCO BIRBONE

Pantone è un’azienda situata negli Stati Uniti che viene considerata leader nella catalogazione dei colori e nelle tecnologie grafiche. È famosa per il suo sistema di codifica (“Pantone Machine System”) che garantisce sia nella stampa, sia  nel design,  nella moda e in altri settori, la corrispondenza esatta del progetto del colore con la sua esecuzione. Grazie al “Pantone Machine System” è possibile abbinare e comunicare i colori con precisione; è stata da questa azienda sviluppata una guida di colori che include centinaia di tinte miscelate a partire da una base di 18 pigmenti principali, incluso il bianco e il nero; ogni colore è accompagnato da un codice univoco. Prima dell’introduzione di questo sistema la comunicazione precisa del colore fra designer, tipografi e  produttori era estremamente difficile e spesso si creavano delle discrepanze negativamente significative nei prodotti finali. Pantone ha risolto questo problema fornendo un linguaggio comune per il colore, garantendo che il colore appaia identico indipendentemente dal luogo o dal supporto di stampa. Il nome deriva dalla combinazione delle parole “Pan” e “Tone”: “Pan” suggerisce la completezza, la totalità, mentre “Tone” si riferisce alla sfumatura di colore. Ogni anno dal 2000 Pantone seleziona annualmente un colore dell’anno, coinvolgendo team di esperti che analizzano le tendenze culturali di eventi globali, le influenze che alcuni artisti possono produrre incidendo sul gusto delle persone, e tenendo conto dei movimenti sociali.

Che cosa è dunque accaduto con Pantone di così interessante nel mese di dicembre 2025? Ha dato informazione della sua scelta del colore dell’anno, quel colore che è destinato a influenzare la moda, l’alimentazione, il design, l’intrattenimento nell’anno che verrà. Nell’anno 2026 il colore prescelto sarà il “Cloud Dancer”, un bianco intenso che secondo l’azienda statunitense simboleggia«l’influenza calmante in una società che sta riscoprendo il valore della riflessione silenziosa». 

Bene, direte voi e dico anch’io: e con ciò? Eh no, così è troppo facile. Come potevamo non immaginare che che la scelta del bianco avrebbe scatenato l’inferno? Abbiamo forse ingenuamente dimenticato che il bianco è il colore che contraddistingue e simboleggia il suprematismo della razza bianca, o potere bianco. E così si sono scatenate le polemiche.

Bianco è sinonimo di razzismo bianco, si associa al concetto di colonialismo, di una ideologia che vorrebbe considerare a razza bianca  come superiore. 

Il bianco scelto da Pantone per il 2026 ha inoltre il tremendo torto di succedere al colore dell’anno del 2025 che era un marrone chiaro tra cappuccino e cioccolato, il “moka mousse”(vi sarete accorti che nel 2025 ci siamo vestiti tutti di marrone): la scelta del bianco sarebbe dunque determinata dalla volontà di cancellare il marrone in favore del bianco. Hanno avuto un bel dire gli esperti di Pantone che qui le razze non c’entravano proprio nulla: le polemiche si sono comunque scatenate. L’azienda ha comunque dovuto dichiarare che questo colore era stato scelto per la sua risonanza emotiva creativa e che non voleva assolutamente essere né una dichiarazione politica né ideologica né razziale.

Noi probabilmente siamo anormali se associamo il bianco con il latte, la farina, la neve, le montagne incontaminate d’inverno, la purezza, la luminosità, la chiarezza, probabilmente abbiamo qualche rotella fuori posto. Noi non siamo capaci di essere inclusivi se ci sentiamo rasserenati da questo colore ispirato a una danza fra le nuvole, a un bianco vaporoso pieno di serenità: è perché non siamo abbastanza sensibili alla ideologia “woke”. Non siamo neanche capaci di accorgerci che tutto questo bianco non è altro che un’arma, una pericolosa arma di noi suprematisti bianchi!

Altro che paesaggi incontaminati, altro che campi di neve immacolati,  bianchi fiori di melo e arancio, altro che simbolo di rinascita!

Ci potremo almeno augurare un “bianco Natal”? Non vorrei innescare nuove polemiche. Tuttavia…

Sto sognando un bianco Natal  

proprio come quelli di un tempo  

quando le cime degli alberi scintillavano  

e i bambini si preparavano  

ad ascoltare le campane nella neve. 

Sogno una Natale bianco … 

che tutti i giorni possano essere felici e sereni  

E i tuoi Natali possano essere sempre bianchi.

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OSCURAMENTO DEL SOLE

Nel mese di novembre appena trascorso Elon Musk ha presentato sul social di sua proprietà (“X”) l’idea peregrina di oscurare il Sole per raffreddare la Terra. Non è un’idea nuova. Aveva già attratto in precedenza altri miliardari universalmente considerati “benefattori dell’umanità”: fra questi il benefattore Bill Gates.

Ora l’idea di Musk vedrebbe impegnata  una costellazione di satelliti che verrebbero dotati di specchi o di pellicole in qualche modo riflettenti, posti in orbita per creare uno scudo solare. Questo sarebbe un modo opportuno per raffreddare la terra e controbilanciare gli effetti del riscaldamento. 

Malgrado con il programma Starlink  del produttore statunitense SpaceX abbia già posizionato in orbita attorno alla terra oltre 6000 satelliti, e malgrado egli preveda di piazzarne altre migliaia e migliaia, tuttavia al momento pare che le difficoltà tecniche per la realizzazione del progetto di oscuramento solare siano esorbitanti, almeno quanto i costi per realizzare un simile scudo: insomma, per ora il progetto non è in fase ravvicinata di realizzazione. Ciò non toglie che questa idea, come molte altre idee analoghe che già sono state presentate in passato, siano estremamente pericolose.

Esiste una teoria scientifica denominata Solar Radiation Management che si occupa di realizzare scientificamente la gestione della riflessione della luce solare del tragitto tra il sole stesso e la terra, in modo da riuscire a raffreddare il nostro pianeta diminuendo così la sua temperatura complessiva. La teoria su cui lavorano molti scienziati prevede di poter rilasciare nella stratosfera particelle riflettenti (di natura varia, come biossido di titanio o solfati o calcio) per restituire, far balzare indietro una parte delle radiazioni solari che si trovano nello spazio. Altre forme di ingegneria solare prevederebbero la posizione di schermi o di specchi nello spazio  aventi funzione riflettente e restituzione delle particelle solari. Un’altra modalità in studio presso gli scienziati prevederebbe di spruzzare delle particelle di sale marino nell’atmosfera per “sbiancare”, vale a dire rendere più chiare, le nuvole basse che si trovano sugli oceani; un’altra teoria vorrebbe il posizionamento di alcuni modelli di parasole ancorati a un asteroide. Tecniche più semplici potrebbero essere quelle di aumentare l’albedo, cioè la capacità di riflessione, verniciando i tetti di bianco o utilizzando nelle campagne degli specchi riflettenti con superficie chiare, come anche nelle aree urbane e nelle aree dei deserti. 

Inutile dire che quella dell’ingegneria climatica è una scienza molto controversa perché si tratta di intervenire artificialmente e pesantemente sull’equilibrio energetico del pianeta ignorando l’aspetto della naturalità. Come è ovvio tutte queste tecniche, se avessero il successo dagli scienziati previsto e auspicato, avrebbero come risultato la modificazione della quantità di luce che oggi raggiunge la terra, ma potrebbero avere pesanti effetti sulle produzioni di piogge, avrebbero impatti negativi sugli  ecosistemi, e come ovvio porterebbe squilibri molto gravi da cui non è detto che si possa tornare indietro:  il progetto di oscurare il sole potrebbe avere degli effetti irreversibili con il rischio di causare altre catastrofi.

Molte sperimentazioni pericolose, purtroppo sono già state sperimentate come quella della Marine Cloud Brightgtening sperimentata negli Stati Uniti: in California fu usata una macchina montata su una portaerei per spruzzare aerosol marino nell’atmosfera per stimolare la  formazione di nuvole capaci di riflettere parte della luce solare.

Non esiste ancora un quadro internazionale che disciplini questi campi di ricerca: le incertezze e le preoccupazioni sono numerose, il coinvolgimento di questioni etiche e politiche è evidente e i rischi imprevedibili per l’ambiente e la società richiedono molta attenzione da parte di tutti noi.

Tutti questi scienziati riflettono mai sul valore incalcolabile del sole per l’umanità? È il sole a fornire l’energia fondamentale per lo sviluppo della vita, per il processo di fotosintesi clorofilliana (che consente alle piante di produrre il necessario ossigeno che respira l’uomo), per la fornitura naturale della vitamina D ( che il corpo umano produce stimolata dai raggi solari, necessaria per la salute della nostra struttura ossea e per il nostro sistema immunitario), per la cura della salute e dell’umore degli umani (il sole accresce la serotonina). Sembrano  anche dimenticare che il Sole, tra l’altro, fornisce energia rinnovabile a costo zero.

Da che mondo è mondo il sole e la sua luce costituiscono il simbolo stesso della vita: la luce rappresenta, fattivamente e simbolicamente, il contrario dell’oscurità, delle tenebra, è fonte primaria di cibo materiale e spirituale, è forza, energia e creatività. Il Sole non è solo il centro pulsante del nostro sistema planetario, l’ordinatore della nostra vita diurna e stagionale. Gli antichi  lo consideravano la base della vita.

Come è possibile che oggi l’hybris dell’uomo, la sua tracotanza e l’avidità smodata di alcuni giungano a negare  il valore delle leggi intrinseche della natura, che garantiscono il perpetuarsi della vita?

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EDUCAZIONE TRA BOSCHI E PRECIPIZI

Perché un simile trattamento nei confronti della famiglia che vive(VA) nei boschi?

Premetto, prima di cercare una risposta, che non desidero entrare  nella tenzone che  nei trascorsi giorni ha infiammato e tuttora infiamma il web e non solo, e che fa sì che la gente comune come me, e forse qualche altro fra i lettori, si schierino in fazioni. Divide et impera insegnavano gli antichi Romani, ma prima ancora ce lo insegnava Sun Tzu nella Arte della guerra. Non desidero farmi acchiappare in uno schieramento in questa vicenda e diffido ogni volta che i main stream ci vogliono a viva forza introdurre in qualsivoglia schieramento, alimentato da storiacce, come da delitti mediatici, o vicende deliranti. Non posso nemmeno entrare nella vicenda con esatta cognizione di causa, perché, pur avendola cercato, non ho trovato il testo della sentenza che ha obbligato la famiglia dei boschi presso Vasto, in Abruzzo, a rinunciare  alla propria vita, scelta con determinazione e consapevolezza. Devo tuttavia ammettere che, in assenza di elementi conoscitivi più dettagliati, tutta la mia simpatia va a questa famiglia che ha fatto una scelta di vita in una vera condizione di “green-economy” e tutta la mia antipatia va verso una forma di potere che si è arrogata il diritto di decidere che cosa fosse giusto o sbagliato per figli minorenni (in assenza totale di forme di abuso o delinquenza) in luogo dei genitori.

Posso ammettere che l’immagine della condizione roussoviana della famiglia libera da  condizionamenti e del tutto felice in natura possa non corrispondere all’intera verità, ma non posso accettare che il tipo di vita scelto da questa famiglia, per il solo fatto di essere diverso da quello della maggior parte di tutti noi, produca necessariamente, solo a causa della sua diversità, disagio psicologico e relazionale nei minori.

La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rights of the Child) è stata adottata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. È un trattato internazionale che riconosce i bambini come persone con diritti specifici, che garantisce la loro protezione e la loro partecipazione alla vita sociale e politica e che intende eliminare discriminazioni. La convenzione comprende 54 articoli e assicura il diritto alla vita, alla salute, all’educazione, alla protezione dallo sfruttamento e il diritto ad esprimere la propria opinione. In particolare, l’articolo nove dice: « Hai diritto a vivere con i tuoi genitori a meno che questo non risulti dannoso per la tua crescita». L’articolo 11 aggiunge: «Hai diritto a essere protetto per evitare che tu venga allontanato dalla tua famiglia e trasferito illegalmente». L’articolo 18 rincara:  «Hai diritto ad essere cresciuto ed educato dai tuoi genitori nel rispetto del tuo superiore interesse».

Il problema dunque diventa ideologico: che cosa è dannoso per la crescita di un bambino? Qual è il suo “superiore interesse”? A quanto pare l’intervento dei servizi sociali statali e la decisione di allontanare i bambini dalla abitazione in cui vivevano con i genitori e di condurli presso una casa-famiglia si fonda su alcuni fattori fra cui la convinzione  che la loro casa sia insalubre: pericolosità strutturale dell’edificio (malgrado una perizia che dichiara il contrario), assenza di utenze gas e acqua (prelevata dal pozzo), riscaldamento a legna.  Quanto al riscaldamento, devono aver dimenticato che nella maggior parte delle case di montagna e di campagna ci si riscalda tuttora a legna e che il pozzo ha servito di acqua tutte le generazioni prima della guerra. La casa, poi, è dotata di pannelli solari che producono l’illuminazione.  Un’ulteriore ragione che ha mosso il provvedimento riguarda  il presunto isolamento sociale dei bambini, pregiudizievole per una crescita armonica. Ma siamo così sicuri che davvero non socializzassero? Molte testimonianze vanno in direzione contraria.

Dunque, mi pare di capire: la casa è ben riscaldata, l’acqua del pozzo potabile, l’illuminazione garantita da pannelli solari, i bambini frequentano figli di amici e del vicinato, si relazionano con alberi e animali, frequentano l’home-schooling e sono a posto con gli esami… che cosa ha dunque determinato una sentenza così dolorosa e invasiva nella vita di questa famiglia? Forse è troppo difficile per qualche membro dello stato rinunciare ad esercitare potere oltre una legittima misura? Forse è troppo difficile per chi è affondato in un sistema di vita e impastoiato nella macchina burocratica ammettere che qualcuno possa galleggiare oltre (e magari essere felice)?

Divide et impera, già… ma infine, potrebbe non essere così male che questa vicenda abbia scatenato un confronto fra modelli educativi.

Ho la sensazione che le scelte educative dei genitori in questione siano davvero insopportabili ai sensi dei burocrati benpensanti; ma essi stessi danno l’impressione di essere stati strumentalizzati per dare una bella lezione a coloro che insistono nel voler condurre la vita secondo scelte personali “fuori dal coro”. Un motto latino recitava: «Unum castigabis, centun emendabis» («Ne castigherai uno, ne correggerai cento», traducibile in un detto che fu molto pericoloso (quello delle Brigate Rosse) che diceva: “Colpirne uno per educarne cento”. 

Non sarà mica questo lo scopo di tanto chiasso mediatico?! 

Nel mese di marzo scrissi articolo su Jünger e sul suo libro “Il trattato del ribelle” (una  delle recensioni anacronistiche che ogni tanto mi piace scrivere) in cui il filosofo adopera  la metafora del bosco come luogo dove esprimere la propria volontaria sottrazione alla tirannia del mondo moderno e dove poter agire secondo principi scelti e non imposti dall’alto, contro il nichilismo e la standardizzazione che ci vengono imposti. Il bosco vi appare come luogo fisico ma anche metaforico dove rifugiarsi per sfuggire alle pastoie di un  mondo di cui non si condividono i valori. Del resto quella del bosco è una metafora universalmente conosciuta. Quante fiabe danno il via al cuore del racconto con l’entrata traumatica dei protagonisti in un bosco? Pensiamo a Cappuccetto Rosso, a Pollicino, ad Hansel e Gretel, solo per nominare le più note: il bosco vi rappresenta il luogo insostituibile dove avviene un rito di passaggio, prelude a un cambiamento. Ma come tale è un luogo pericoloso, oscuro e misterioso come l’inconscio: il ritorno alle radici, al profondo senso dell’esistenza, l’avvicinamento alle profondità spirituali non è mai scevro da pericoli. Se ne devono essere accorti i due genitori!

Vorrei vedere ora un altro aspetto delle ingerenze delle istituzioni nei confronti delle famiglie e delle loro scelte educative. Non sempre l’atteggiamento educativo delle famiglie è abbastanza attento nei confronti delle scelte che le istituzioni sembrano imporre, anche attraverso la scuola. Talvolta ci si trova di fronte a condizioni opposte a quella della famiglia del bosco. Quella famiglia deve lottare contro le ingerenze delle istituzioni, ma spesso le famiglie agiscono con una bella dose di laissez-faire nei confronti delle istituzioni, delegando  alle strutture scelte che spetterebbero principalmente a loro. L’unico atteggiamento coerente resta quello istituzionale, con tutte le sue problematiche e le negatività di una società che tende sempre più a limitare le libertà individuali e a controllare in modo ravvicinato le nostre vite.

E qui sono certa di voler polemizzare nei confronti dei cosiddetti corsi di educazione relazionale nelle scuole, perché in realtà sotto questa bella etichetta si nasconde la volontà di portare nelle scuole l’indottrinamento alla fluidità di genere; intanto la nostra scuola continua a essere priva di attenzione nei confronti di una reale  educazione ai sentimenti e alle relazioni e, d’altra parte, continua l’abituale abdicazione, da parte della maggior parte delle famiglie, del ruolo educativo delle famiglie stesse. La colonizzazione ideologica gender propone un modello di sessualità che divarica dal modello biologico: si sostiene il principio di un individuo sradicato dai modello offerti dalla natura in favore di un modello di individuo, per così dire, neutro, né carne né pesce, né maschio né femmina, ma  oggi l’uno e domani l’altro, secondo l’umore della giornata: un individuo, per l’appunto, fluido, come fluidi possono essere le sensazioni e i sentimenti. La denaturalizzazione della sessualità, la negazione della reciprocità uomo/donna non fa che svilire ulteriormente, a mio parere,  il processo di identificazione dell’individuo, esaltando il valore delle personali momentanee percezioni della sessualità, con effetti disorientanti.

Le famiglie dovrebbero rendersi conto che è estremamente pericoloso incoraggiare nei giovani esperienze sessuali fluide,  perché sostanzialmente significa incoraggiare la fragilità, attraverso sperimentazioni che non aiutano la formazione di un individuo ben centrato, così come non aiutano le sperimentazioni di droga o di alcol o di altro genere di abuso.

La delega del ruolo educativo genitoriale alle istituzioni pare ormai sempre  più pericolosamente delineata ed  è evidente che il ruolo genitoriale è in profonda crisi: le scomposizioni e ricomposizioni dei nuclei familiari non hanno aiutato, come non hanno aiutato le composizioni di famiglie gay, la rinuncia delle madri a svolgere pienamente il ruolo materno a causa del preponderare degli impegni lavorativi, la mancanza della reale complementarietà del ruolo femminile e di quello maschile (nessuno dei due genitori sa più quale sia il suo ruolo specifico), e infine, ma importantissima, la cruenta quanto ipocritamente velata guerra che si sta svolgendo nei confronti della figura maschile.

A che punto sono le proposte di legge? All’articolo 1 del DDL n. 2423 si prevede che le istituzioni scolastiche richiedano il consenso informato preventivo dei genitori (o degli studenti maggiorenni presenti nelle superiori) per la partecipazione degli allievi alle attività che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità; prevede inoltre che tale consenso si basi sulla messa a disposizione alle famiglie del materiale didattico che si intende utilizzare per le attività medesime. È evidente che la preoccupazione ministeriale in questo caso riguarda il possibile – e probabile – coinvolgimento di associazioni sostenenti la visione gender della sessualità: esistono casi nel passato recente in cui associazioni favorevoli non solo alle politiche della fluidità sessuale, ma anche favorevoli  a relazioni sessuali fra adulti e bambini si siano intrufolate nelle scuole. In articoli precedenti, (mese di agosto 2019) mi sono soffermata su Parole in rete su queste problematiche (“Gender e scuola”). Il ministro Valditara tuttavia nel suo intervento del 20 ottobre 2025 afferma: «Non sarà più possibile per associazioni ideologizzate far propaganda, spesso retribuita dai contribuenti, nelle scuole; le lezioni dovranno essere affidate a professionisti seri, psicologi, medici, docenti universitari».

Come è ovvio, tutti coloro che sono favorevoli alle politiche gender gridano allo scandalo: sarebbe semplicemente scandaloso che le famiglie siano informate sui contenuti e pongono l’accento sulla buona volontà di promuovere, nei corsi in questione, relazioni e comportamenti sani, prevenire fenomeni di bullismo, prevenire violenze di genere, rafforzare le competenze emotive degli allievi e le relazioni sociali fra bambini e adolescenti: tante belle parole che però nascondono il lato più oscuro e manipolatorio, il cui step ultimo da raggiungere è la promozione della pedofilia. La strumentalizzazione politica  fa sì che le oscurità  adombrate negli interventi nelle scuole si ammantino di tante belle intenzioni, 

Se si ascoltano le parole di molti aderenti ad associazioni gender i bambini e i ragazzi avrebbero un gran bisogno di aiuto. I paladini dell’aiuto infatti sono convinti di potersi sostituire egregiamente  alle famiglie nell’educazione sessuale, relazionale e affettiva. Secondo loro sarebbero addirittura migliaia le richieste di aiuto che i giovani lancerebbero (a loro parere) per i loro disagi psico-sessuali. 

Ma allora viviamo davvero in un mondo malato!

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ARTICOLO “RICETTE IMMORTALI”

La ricetta che ho usato per produrre in modo casalingo gli “ossi dei morti” è un’antica ricetta piemontese. Il nome dei biscotti senza farina e con molte mandorle e nocciole ha un nome bruttissimo, talvolta addolcito in una definizione meno funebre di “ossi da mordere”, ma tant’è: la preparazione si addice ai climi autunnali e al cadere della rituale ricorrenza dei Morti. Le ricette provengono non solo da tutta Italia ma probabilmente da ogni parte del mondo, dove si svolgono, seppure con toni e modalità diverse, i rituali per onorare i defunti, per operare una riflessione sulla continuità della vita dopo la morte, e per ricordare chi è scomparso dalla scena di questo mondo. Temo che siano oggi rimasti in pochi a dedicare vere e proprie preghiere, almeno secondo le modalità offerte dai riti cristiani, tuttavia perdurano nelle usanze le visite cimiteriali, le offerte di fiori e… perché no, l’offerta silenziosa e personalizzata di dolciumi, fra tradizioni e qualche tocco di modernità, che tuttavia proviene da altre culture, le cui modalità si sono aggiunte alle nostre, spesso prevaricandole: in tal senso penso, ad esempio alla festa di Hallowen, derivata dalla cultura celtica, ma  oggi si iniziano a propagare anche tradizioni meso-americane (Dia de Los Muertos) con musiche e celebrazioni chiassose e festaiole, prive di toni luttuosi e nostalgici.

Nel nostro mondo occidentale europeo si è sempre festeggiata la fine del periodo estivo (e pre autunnale) che era stato fertile e produttivo; dopo aver raccolto, catalogato  e disposto i beni ricevuti dalla natura estiva ci si preparava per un periodo decisamente autunnale, quando la natura iniziava a riposare nella quiete, prima di porsi nella condizione apparente di morte dell’inverno. Questo era il momento in cui ci si poneva in condizioni di ringraziamento per i doni ricevuti dalla natura e ci si disponeva ad affrontare il periodo più duro dell’anno, fino a quando non ci sarebbe stata nella primavera una rinascita apparente della natura.  In questa fase dell’anno, fine ottobre e parte di novembre, sotto il segno astrologico dello Scorpione,  ci si disponeva ad affrontare il lungo momento invernale, in cui la natura avrebbe lavorato solo sottoterra, ma in maniera invisibile.  Ci si disponeva a lasciare la fase più luminosa e calda del ciclo che era appena terminato, e ad accettare, per meglio dire ad accogliere, la fase meno amabile che si apprestava a dominare l’inverno, fase  del lavorio della natura nel buio e nell’oscurità del sottoterra. È sempre stato il momento di raccoglimento, in cui riflettere sul sottile velo che divide la luce dal buio, fra ciò che è più denso e materiale e ciò che è incorporeo, fra mondo manifesto e mondo spirituale, fra esteriorità e interiorità, fra visibile e invisibile, fra la fase di creazione apparente e la fase (non apparente) della vita, vale a dire  quella che noi umani definiamo “morte”.

In tutte le culture la festa dei Morti è collocata nel cambio stagionale ed è un momento importante  in cui ci si relaziona con il passato, con la memoria e con le tradizioni, persino quelle della cucina e dei dolci: perché no?

Se la festa non è in Occidente  palesemente relazionata con l’idea di reincarnazione (perché la religione cristiana ha sempre glissato questo concetto – tranne il cristianesimo delle origini), è però accompagnata almeno nel folkclore dalla sottile idea che la morte non sia altro che una parte di un ciclo, che la persona scomparsa possa in qualche modo, ritornare: le anime possono ritornare invitate dalle luci, dai pensieri, dalle preghiere, e persino dalle dolcezze che i vivi lasciano per loro sulle tavole imbandite; è vivo il senso della continuità, e il mondo dei vivi e dei morti possono in questa fase dell’anno avvicinarsi, la morte fisica può essere concepita come parte di un processo più ampio di trasformazione e rinascita.

La ricorrenza tocca non solo marginalmente il Grande Tema, quello più grande di tutti: il tema della Morte. Oggi non se ne parla mai; non so se altri abbiano notato, insieme a me, che si riesce a parlare a ed agire in ricorrenza del 2 novembre senza mai nominare la parola “Morte”. Così riusciamo ad andare ai cimiteri, mettiamo i fiori e i lumini, prepariamo i dolci… senza mai formulare un pensiero attorno al grande tema. Anche il linguaggio è impreparato di fronte all’evento supremo, sguarnito di parole come è sguarnito il processo di comprensione che potrebbe essere fornito sia dai simboli sia dai riti necessari per comunicare paure, emozioni, disagio, senso della solitudine.

Se è difficile elaborare un lutto è ancora più difficile parlare della morte: lei è oggi il grande tabù, è il tema “sconveniente” da evitare in pubblico ma anche in privato. Sembra essere accettabile solo al cinema, nelle fiction dove le storie umane assumono l’aspetto del grandioso, dell’eccezionale, del “meraviglioso”. Quanto alle piccole vite individuali di tutti noi, nessuno sembra attendere salvezza ultraterrena, ma tutti cercano minuziosamente e tenacemente, fino all’ultimo, salvezza terrena, salvezza del corpo. In questo contesto la medicina può, apparentemente, tutto: è la grande dea secolare, che scientificamente promette di avvicinarci all’eternità. Peccato non possa offrirci il senso della morte, che pure le religioni promettevano di trasmettere (e in parte riuscivano a farlo). Così la maggior parte delle persone delega  la propria morte ai medici e alle medicine, sembra a tutti i costi voler continuare a essere impreparato per lapropria morte, rimettendone in qualche modo la responsabilità ad altri. E intanto: zitti, guai a nominare l’Innominabile.

Meglio pensare alle ricette. Ingredienti: 4 albumi… 3 etti di….

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DEFINISCI BAMBINO

Da  circa un mese sta girando, con la forza dei meme, una frase che sottende significati orrendi: «Definisci bambino». È una vera schifezza, per di più una stupideria colossale. A pronunciarla è stato un signore che solo a guardarlo produce in me e in molti altri una potente energia di respingimento e rifiuto: non vi dico poi ad ascoltarlo. 

A pronunciare la frase  è stato il presidente Eyal Mizrahi dell’Associazione Amici di Israele durante un talk-show televisivo (Cartabianca), come risposta alla domanda postagli, se le migliaia di bambini uccisi a Gaza fossero da considerarsi terroristi.  Non ha risposto alla domanda di Iacchetti, ma ha prontamente dribblato con una nuova richiesta: appunto il famigerato “Definisci bambino”. Ottima tecnica che non solo  evita di dare una risposta chiara  ma permette anche di cercare di mettersi in posizione di superiorità, bloccando di fatto una serena comunicazione:  ma pur sempre una tecnica da venditore da strapazzo per interlocutori ingenui. In questo caso però ha ottenuto un effetto inaspettato, non solo nell’interlocutore  occasionale che se Dio vuole ha giustamente perso le staffe, ma nel mondo degli ascoltatori che non ne possono più di tentativi di manipolazione, per di più così grossolani.

Naturalmente la richiesta posta da questo signore, campione di umanità, non era una richiesta di definizione di tipo scientifico o pedagogico, ma era un modo per insinuare che i diritti che di solito l’umanità offre alla categoria dei bambini non fosse applicabile ai bambini di Gaza e di Cisgiordania: sottoprodotti umani indegni di essere catalogati come bambini, quindi come innocenti. 

A ridirla, questa frase, spesso sogghignando con una smorfia di profonda nausea sono tutti gli altri, tutti quelli che, come me,  la ripetono per affermare e riaffermare la sconcezza di ciò che sono stati costretti a sentire, forse per esorcizzarne la mostruosità. Certo, siamo ormai abituati a vedere le immagini relative  alle azioni sanguinarie che Israele mette in atto verso la popolazione civile palestinese,  in primis i bambini, siamo abituati ormai anche alle litanie che questo paese pronuncia atteggiandosi a vittima anziché a carnefice, (del tipo “a Gaza non esistono innocenti, solo nemici”), ma di fronte alla macroscopica porcheria di una simile frase, l’atto di ripeterla funziona come uno scuotimento per scrollarsi di dosso il putridume.

Ci si vuole scuotere di dosso la disumanità di questa frase, con la quale i sionisti tentano di farci credere che a Gaza non ci sono bambini, ma solo colpevoli, quelli che muoiono nei punti di raccolta dove sono stati messi, mentre tendono le mani per un po’ d’acqua non sono bambini, sono nemici di Israele degni di essere uccisi come fossero soldati dell’esercito avverso, sono attori politici che hanno deliberatamente scelto di vivere in guerra, anzi di fare la guerra.

Molti pedagogisti sono d’accordo nell’affermare che un bambino non è semplicemente un essere umano al di sotto di una certa età, ma  un «embrione spirituale», come dice in modo esemplare Maria Montessori, nel quale lo sviluppo delle funzioni mentali superiori si associa allo sviluppo biologico: con ciò si vuole mettere in evidenza che, pur essendo presenti in lui chiare  personali potenzialità (Montessori le chiamava “nebule”), queste sono in grado di svilupparsi solo in rapporto all’ambiente –   in ambiente idoneo a contribuire alla costruzione di un essere umano con funzioni mentali superiori. 

Montessori, per spiegare il concetto, faceva  riferimento alla parabola dei talenti, al comportamento del servo che nasconde sotto terra il talento ricevuto; dice: «Non si può limitare l’azione nel campo educativo alla pura conservazione di quello che esiste: si agirebbe male allo stesso modo del servo che non si è curato di far fruttare il talento che aveva ricevuto».  È chiaro che la responsabilità di consentire e stimolare il bambino nel mettere a frutto i propri talenti è addossata alle persone, tutte le persone, che formano l’ambiente educativo, a partire dai genitori e dagli insegnanti, ed è attribuita altresì agli eventi e agli accadimenti circostanti. Secondo il personaggio in questione, mi domando, i bambini di Gaza, presi in ostaggio, traumatizzati, privati della scuola, orfani, feriti, privati di acqua e di cibo, torturati, deliberatamente sottoposti a genocidio,  ricevono dall’ambiente il nutrimento per poter far fiorire i loro talenti?  È vero, forse ha ragione lui: come  possiamo definirli bambini?Malgrado il documento qualificato come “Conference room paper” che la Commissione Onu sui territori occupati e Israele ha presentato il 16 settembre 2025 al termine della sua sedicesima sessione, con il quale ha definitivamente concluso che le condotte poste in essere dal Paese occupante (Israele) possono essere qualificate come «genocidio» ai sensi della Convenzione internazionale, i difensori che si autoqualificano come amici di Israele continuano a negare che ciò sia vero.La Convenzione per la prevenzione e la repressione  del crimine di genocidio, adottata il 9 febbraio 1948 dall’ONU e entrata in vigore il 12 gennaio 1951 diceva sostanzialmente, all’articolo II:«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a. Uccisione di membri del gruppo; b. Lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c. Sottoposizione deliberata del gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d. Misure miranti ad impedire nascite all’interno del gruppo; e. Trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro». Eppure, malgrado il documento attuale dell’ONU, basato sui principi espressi nel ’48, che definisce senza possibilità di dubbio la condizione attuale cui è sottoposto il popolo palestinese come genocidio, chi ne parla apertamente viene ancora tacciato di ostilità preconcetta, di antisemitismo, di parteggiamento per i nemici palestinesi : non sono i soldati israeliani a compiere crimini di guerra e crimini contro l’umanità, essi non sono che vittime, non criminali. Il mondo mediatico, formato dai mainstream, tace, ha taciuto finché ha potuto, e ora rivela solo ciò che ormai non è più occultabile. I governi occidentali hanno tutti fortissimi legami economici e culturali con il Paese in questione, legami di Intelligence, condivisione di apparati tecnologici e di sicurezza, relazioni militari, scambi  e compravendite di armi. Ma tutto questo non impedisce a noi tutti di cercare di comprendere e nemmeno quello di percepire e sentire, aguzzando mente e sentimenti: quei sentimenti che impediscono ormai a certuni di condividere l’appartenenza alla specie umana.Una nuova preoccupazione si affaccia nelle attuali circostanze: è stato presentato un disegno di legge (numero 1627) ad agosto dal senatore  Maurizio Gasparri. Riguarda corsi di formazione che andranno programmati (nel caso il disegno venga approvato) per il personale dei Ministeri della Difesa,  della Giustizia, dell’Interno e (badate bene!) dell’Istruzione e dell’Università. Tali corsi di formazione saranno atti a promuovere la cultura ebraica e israeliana e verteranno sulla storia dell’antisemitismo ,  «incluso», dice il testo – E QUI DOBBIAMO FARE BENE ATTENZIONE!- «l’antisionismo»: dunque il dibattere, il criticare, il portare idee circa le politiche dello Stato di Israele potrebbe divenire  in futuro  un reato equivalente all’odio razziale.

Non solo tutto questo mi sembra potentemente un’imposizione fascista, ma anche una potente ingerenza con la libertà di insegnamento che viene garantita dalla nostra Costituzione (articolo 33).

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LA FLOTTIGLIA SULLE SPALLE DEI CAMALLI

Sumud, ci spiega lo storico Alessandro Barbero, è una parola araba che indica la forza di resistere, di “tener duro”, e “Global Sumud Flotilla” è il nome della coalizione e dell’iniziativa umanitaria e non violenta in favore di Gaza. Vi aderiscono volontari e associazioni di 44 paesi il cui scopo è rompere il blocco israeliano sulla Striscia, che ha impedito finora l’arrivo di aiuti umanitari via mare; dichiarano: «Siamo una coalizione di persone comuni, organizzatori, operatori umanitari, medici, artisti, sacerdoti, avvocati e marinai che credono nella dignità umana e nel potere dell’azione non violenta» E ancora: «Anche se apparteniamo e abbiamo diverse nazioni, fedi e convinzioni politiche, siamo uniti da un’unica verità: l’assedio e il genocidio devono finire».

Israele ha già minacciato in modo esplicito e diretto i partecipanti alla spedizione e, secondo le dichiarazioni del ministro della difesa israeliano Itamar Ben Gvir gli attivisti a bordo della flottiglia saranno arrestati e trattati come terroristi. Contemporaneamente Israele ha operato una decisa critica nei confronti di quei paesi europei che vogliono riconoscere lo Stato della Palestina: «Gli ipocriti paesi europei che cedono alle manipolazioni di Hamas finiranno per imparare a proprie spese cos’è il terrorismo», ha minacciato.

La flottiglia sta ora navigando verso le coste di Gaza, malgrado un ritardo sulla tabella di marcia iniziale dovuto al grave maltempo; infatti, a causa delle condizioni metereologiche, una trentina di navi con oltre 300 attivisti che erano salpati la notte del 31 agosto da Barcellona, erano dovute rientrare nel porto di partenza, da lì sono ripartiti la sera stessa; il maltempo e le condizioni del mare hanno causato dei danni dapprima a cinque piccole imbarcazioni, le altre 24 imbarcazioni hanno proseguito ma sette di esse hanno dovuto sostenere delle riparazioni, in seguito è stato fissato l’appuntamento con altre imbarcazioni previsto per il 7 settembre quando si si sono congiunti i naviganti salpati da Genova, dalla Sicilia e dalla Grecia per veleggiare verso Gaza. Anche Emergency partecipa alla missione con la sua nave.

Abbiamo ascoltato parecchie critiche nei confronti di questa iniziativa, anche da parte di coloro che diversamente manifestano il proprio appoggio e il proprio consenso verso i Palestinesi, nel timore che si trasformi in una sorta di scampagnata di ministri e ministrelli animati dal reale scopo di autopubblicizzarsi senza rischiare nulla. Tuttavia è bene sottolineare che i partecipanti a questa iniziativa agiscono mettendo davvero a rischio la propria vita. Non sarebbe la prima volta che la difesa israeliana abbia ucciso un equipaggio disarmato che tentava di portare aiuti a Gaza: è accaduto anche nel 2023. L’iniziativa è un’iniziativa concreta e pertanto io credo vada sostenuta, non solo sul piano della partecipazione morale. 

In precedenza hanno tentato di operare in favore della Palestina altre flottiglie: La Freedom Flotilla fu nel 2011 organizzata da una coalizione internazionale per rompere il blocco israeliano su Gaza e fornire aiuti umanitari. Sebbene aderissero più di trecento partecipanti da tutto il mondo e fosse pronta a salpare su dieci imbarcazioni, la pressione politica e diplomatica di Israele riuscì a impedire la partenza. Arrivò solo una nave francese, la marina israeliana intercettò la nave, e la trainarono in porto israeliano: gli attivisti furono arrestati ed espulsi.

Nel 2015 ci fu il terzo tentativo di rompere il blocco navale israeliano, con la Freedom Fotilla III. Organizzata dalla Ffc, la missione includeva diverse imbarcazioni, con la nave “Marianne” in testa, battente bandiera svedese, a capo dell’operazione. 

Il 29 giugno 2015, le forze navali israeliane intercettarono la Marianne a circa cento miglia nautiche dalla costa di Gaza, in acque internazionali. Un commando israeliano salì a bordo della nave e di nuovo la dirottò verso il porto israeliano di Ashdod.

La missione odierna è dotata di un sistema di monitoraggio sviluppato da Forensic Architecture che trasmette in maniera continua la posizione della flotta, su ogni barca c’è un dispositivo GPS; intanto viene documentata ogni fase della navigazione: chiunque, collegandosi ai canali appositi, può seguire il percorso della flottiglia in completa trasparenza. 

È già stato denunciato l’attacco di un drone israeliano, la nave colpita  è la “Family Boat” o “Familia Madeira, la principale imbarcazione della spedizione, un natante di 35 metri battente bandiera portoghese, che trasportava i membri del comitato direttivo della Gsf (a bordo anche Greta Thunberg): un incendio ha danneggiato il ponte principale e le stive sottocoperta.

Una promessa fortissima è stata pronunciata dai camalli di Genova, tramite il loro portavoce Riccardo Rudino. Eccola: «Se noi, per soli 20 minuti, perdiamo il contatto con le nostre barche e con i nostri compagni, blocchiamo tutta l’Europa… da questa regione, da dove escono 13000, 14000 container ogni anno per Israele, non esce più un chiodo, è sciopero internazionale. Bloccheremo le strade, le scuole, bloccheremo tutto». Così ha promesso di fronte a una platea di 40000 persone domenica 31 agosto.

I camalli, così si chiamano da sette secoli, e il loro nome in dialetto genovese resiste come resiste il loro mestiere e tutta la mitologia a loro connessa: sono gli scaricatori del porto di Genova. Certo oggi le modalità di lavoro sono molto cambiate, lo scarico delle merci si è industrializzato. I camalli non portano più sulle loro spalle ogni peso. Ma sono ancora in grado di assumersi il peso della riuscita o della sconfitta di questa grande manifestazione di pace. È gente abituata ad agire, non a blaterare. Anche a loro va tutta l’ ammirazione.

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ALLORA SI CHIAMAVA MAGNETOFONO

Allora si chiamava magnetofono, al tempo dei non-cellulari, quando Oriana Fallaci faceva le sue «interviste del potere» con un taglio del tutto personale. Raccolte poi in un libro intitolato “Interviste con la storia”, edito da Rizzoli nel marzo del 1974, erano state realizzate per la rivista per la quale la Fallaci lavorava, l’Europeo. 

I grandi  di quel tempo non solo accettavano di essere intervistati da lei, ma le correvano dietro per farsi intervistare: lo dichiara lei stessa e non sono fandonie. A distanza di 50 anni — 51 per la precisione — rileggere questo volume è davvero come fare un tuffo nella storia, dove memorie personali della mia generazione si mescolano alla Storia con l’iniziale maiuscola. Sono 18 i personaggi politici della storia degli anni ’70 che si presentano alla ribalta, e la Fallaci ad uno ad uno li riduce come il re nudo, spogliati di ogni velo, analizzati con lo spirito selezionatore della tremenda giornalista, che arriva e scoprire il nocciolo dell’animo di ciascuno, talvolta senza pietà, altre volte con simpatia palese. Tutti vengono spinti, con accondiscendenza da parte loro o contro ogni loro desiderio, a parlare di sé, a rivelare, di volta in volta, alterigia, rabbia, crudeltà, infantilismo… ma anche dolcezza e sincerità.

In realtà la Fallaci ci ha lasciato dei meravigliosi ritratti di personaggi che tutt’oggi vengono ricordati come importantissimi,  e di altri, che pur essendo stati importantissimi, oggi restano alla memoria di pochi.

C’è una preponderanza nel libro di figure legate alla politica internazionale dell’epoca, che, proprio come oggi,  rivestivano ruoli di primo piano nelle aggressioni verso altri paesi: gli Stati Uniti erano allora aggressori nei confronti del Vietnam. Esattamente come oggi, i personaggi erano protagonisti di tentativi di costruzione di processi di pace: alcune condizioni sembrano preannunciare, cinquanta anni prima, alcune dinamiche e alcune relazioni fortemente assomiglianti a quelle odierne. La Fallaci è coraggiosa, per esempio quando provoca con audacia Henry Kissinger, dicendogli senza mezze misure, a proposito della guerra contro il Vietnam , che quella americana alla fine è stata un atto di resa ad Hanoi, e che «l’intervento americano è stato una guerra inutile».

Quando intervista a Saigon Nguyen Van Thieu, allora Presidente del Sud Vietnam, (dal ’65 AL ‘75), conosciuto come cupo dittatore (ma oggi chi se lo ricorda?) lui la riceve giovialmente per una prima colazione alle 8 del mattino a base di zuppa di pesce e si infila il tovagliolo al collo come un bambino per ripararsi dalle macchie, poi le elenca tutte le cose che gli piace fare, e ammette candidamente che non legge mai. Lei conduce l’intervista con massima serietà, finché gli rivolge una domanda brutale: «Come commenta il fatto di essere chiamato “fantoccio americano”?». Non basta, seguita con la domanda: «Cosa risponde a chi dice che lei è molto corrotto, l’uomo più corrotto del Vietnam?»

Al tempo della guerra del Vietnam il generale Giap era ministro della difesa ad Hanoi, comandante in capo delle forze armate.  Aveva in precedenza comandato le forze Viet Minh che liberarono il Vietnam dal dominio coloniale francese nella guerra di Indocina, ottenendo una strepitosa vittoria  nella battaglia di Dien Ben Phu; combatté poi con successo le forze americane e sud-vietnamite nella guerra del Vietnam.

L’autrice racconta che gli americani a quel tempo dicessero ai loro bambini disubbidienti: «fai il bravo altrimenti arriva Giap», come noi dicevamo «arriva l’uomo nero». La Fallaci intervista nel ‘69 il generale che, contrariamente all’immaginario comune applicato ai militari, non ha la stazza di un marcantonio, ma raggiunge a malapena un metro e 54 centimetri. Durante l’intervista, tuttavia, si sente ergere la forza della persona a mano a mano che domande e risposte si susseguono; verso la fine lei chiede: «Quanto durerà ancora la guerra?». «Quanto sarà necessario, dieci, quindici, venti, cinquanta anni, finché non avremo raggiunto la vittoria totale».

La giornalista palesa in modo evidente la sua scarsa simpatia per Yassir Arafat, cui lei si rivolge con l’appellativo di Abu Ammar (padre costruttore), vale a dire padre costruttore della. Resistenza palestinese. Mi sento tuttavia di affermare che, malgrado la scarsa disponibilità della giornalista nei suoi confronti, Arafat ne esce come una delle figure più pulite e leali di tutto il libro.

 Dal 1996 ricoprì la carica di Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese fino alla sua morte; fu capo di Al Fatah, organizzazione confluita poi nell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Fu ucciso per avvelenamento a Parigi: nel suo corpo furono trovati livelli di polonio radioattivo 18 volte superiori alla norma.

 Di Israele lui dice: «Israele è casa mia». «Lei chiede quanto a lungo potremo resistere: la domanda è sbagliata», replica lui «lei deve chiedere quanto potranno resistere gli israeliani. Giacché non ci fermeremo mai fino a quando saremo tornati a casa nostra». E continua  «La Palestina è un piccolo punto nel grande oceano arabo. La nostra nazione è quella araba, va dall’Atlantico al mar Rosso e oltre. Vogliamo liberare la nostra terra e ricostruire lo stato democratico palestinese». E ancora: «Quella che lei chiama Cisgiordania è Palestina». A un certo punto Fallaci afferma: «Lei non può chiederci di essere contro gli ebrei. Li abbiamo visti perseguitati. Non vogliamo che ciò si ripeta».

«Già», risponde Arafat « voi dovete pagare i conti con loro». E precisa: «Noi non ce l’abbiamo con gli ebrei, ma con gli israeliani».

A cinquanta anni di distanza le parole di Arafat, alla luce degli obbrobriosi fatti odierni compiuti dagli israeliani contro i palestinesi, spingono a riflettere.

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STORDITI DALLA NEOLINGUA

l genocidio (programmato) del popolo palestinese ha programmaticamente avuto inizio dopo la programmata data del 7 ottobre. Ora ciò che è stato deciso dal Gabinetto di Sicurezza del governo israeliano  non stupisce, giacché si pone come naturale punto sulla linea di continuità di quella politica indicata senza vergogna fin dal principio  dal ministro della difesa Gallant  in quel periodo: preannunciava che, trattandosi i palestinesi di null’altro se non «animali umani» erano indegni di ricevere cibo, acqua o qualunque forma di pietà. Gallant nel frattempo si è dimesso dopo alcuni scontri con Netanyahu: Gallant sosteneva gli sforzi diplomatici per liberare gli ostaggi israeliani, mentre Netanyahu insisteva nel mantenere la pressione militare contro Hamas: praticamente per lui Netanyahu lui era un tipo troppo tenero.  Ora siamo al punto in cui il governo israeliano sta costruendo i lager: per carità, Netanyahu li chiama «punti di raccolta della popolazione palestinese», ma di fatto si tratta di lager.  Anzi, la definizione migliore nella neolingua di stampo orwelliano è quella di «città umanitaria»: sarà collocata all’interno della striscia di Gaza, dove saranno «concentrati» seicentomila  palestinesi: nel migliore dei casi, insomma, un ghetto, ma più realisticamente si tratterà di un campo di concentramento.

I media mainstream naturalmente tacciono, mentre la gente comune è profondamente disorientata, oserei dire stordita, come quando si prende una botta troppo forte sulla testa e ci si chiede: «ma io sono ancora in grado di pensare?». E lo stordimento lascia attoniti, incapaci realmente di reazione e di azione. Questo è almeno quello che è successo a me quando, all’inizio del mese in corso, ho sentito le dichiarazioni  del  rabbino Ronen Shaulov, molto conosciuto e popolare a Tel Aviv, che ha dichiarato pubblicamente: «ogni bambino nella Striscia di Gaza dovrebbe morire di fame: solo uno sciocco può provare empatia per loro». 

Sentirmi stordita è  ciò che mi succede ogni volta che sento parlare questi delinquenti distruttori dell’umanità.  Capita anche a voi?

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UMANITÀ DI PLASTICA

Se avremo una generazione per così dire di plastica, peggiore di quella attuale, sapremo il perché.

L’Agenzia ANSA ha comunicato all’inizio del luglio in corso che sono state trovate tracce consistenti di microplastiche nei fluidi riproduttivi umani.

Già sapevamo che nel cervello, come nel fegato e nei reni, le microplastiche albergano in elevate concentrazioni, ma ora siamo venuti a conoscenza che anche nei fluidi riproduttivi si sono assestate con successo.

Next Fertility Murcia (clinica spagnola per la fertilità), ha guidato una  ricerca, analizzando campioni provenienti da 29 donne e 22 uomini, rinvenendo, come risultato, frammenti di svariate  microplastiche, nel 69% delle donne e nel 55% degli uomini. 

Fra le microplastiche la più abbondante è il politetrafluoroetilene (Ptfe), meglio conosciuto come Teflon, che abitualmente riveste le pentole antiaderenti; numerose anche le presenze di Pet, con cui si fanno le bottiglie di plastica, in compagnia di polistirolo, nylon, polipropilene e poliuretano.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Human Reproduction ed è stato presentato al quarantunesimo incontro delle Società Europea di riproduzione ed embriologia umana (ESHRE), che si tiene annualmente a Parigi.

Nella relazione finale si ribadisce la pericolosità della presenza delle microplastiche che indicano «infiammazione, formazione di radicali liberi, danni al DNA, senescenza cellulare». Si pensa che le microplastiche oggetto di studio possano seriamente compromettere la qualità degli ovuli  femminili e degli spermatozoi.

Se una coppia di umani, malgrado le condizioni avverse, dovesse combinare una bella frittata, rispondendo volenterosamente alle esigenze della natura, non si affannino: il loro prodotto sarà autonomamente dotato di qualità antiaderenti.

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UNA DATA IMPORTANTE PER GLI ANIMALI

Il primo giorno del luglio in corso è stata una data importante per gli animali, almeno quelli italiani: è entrata in vigore la legge Brambilla, vale a dire la riforma del Titolo IX bis del codice penale che porta il nome di Michela Vittoria Brambilla, da sempre attentissima ai diritti degli animali, che ha tenacemente voluto siano considerati esseri senzienti.

La legge è stata approvata il 29 maggio e promulgata il 6 giugno 2025. Introduce modifiche sostanziali del codice di Procedura Penale in materia di reato contro gli animali. Il soggetto animale, non solo quello domestico e di affezione, viene considerato soggetto giuridico. La legge è attesa da molti anni, inasprisce le pene  per chi, anziché tutelare gli animali, commette reati contro di loro. Ma è il ribaltamento della prospettiva uomo/animale a costituire la grande novità: da una visione antropocentrica si passa ad un’altra, in cui è l’animale ad essere posto al centro del paradigma .

Ora chi ucciderà un animale potrà essere condannato a una pena carceraria che potrà raggiungere i quattro anni e potrà essere multato dino a 60.000 euro. Correrà il rischio di essere incarcerato fino a due anni, aumentabili, se presenti aggravanti, in caso di maltrattamenti. Si potranno rischiare fino a due anni e a 30.000 euro di multa se semplicemente si partecipa come spettatori a combattimenti e gare fra animali, ma se in  situazioni del genere si assume il ruolo di organizzatori, allora la pena si può inasprire: fino a 4 anni e 160.000 euro di sanzione. Se si aggiunge la violenza allora la pena aumenta notevolmente. Sono vietate le pellicce di gatti domestici. È vietato tenere cani alla catena.

Se leggiamo le tremende notizie riguardanti le atrocità perpetrate in questi giorni di calura nei confronti degli animali, ci rediamo conto che non stiamo parlando di fanfaluche: cani presi a fucilate da vinci di casa, gatti gettati nei pozzi e nelle cisterne, animali domestici di ogni tipo torturati e sottoposti a vessazioni di ogni genere, gettati da auto in corsa, da balconi del quarto piano, affogati, bruciati vivi… Forse di questa legge c’era un gran bisogno.

Tuttavia la legge non tocca la questione della sperimentazione animale: nel nostro paese gli animali vengono ancora utilizzati negli  istituti di ricerca e nei laboratori universitari.

Non affronta nemmeno i grandi problemi delle sofferenze che gli animali (pollame, suini, bovini, pesco, aracnidi di mare) subiscono negli allevamenti intensivi, dove gli animali sono sottoposti a forme diverse di atroci sofferenze, allevati in condizioni di estrema cattività, in condizioni di sovraffollamento, in spazi ristretti, stipati e sfruttati all’unico scopo di produrre cibo per l’uomo, sottoposti ad aggressioni batteriche (combattute con palate di antibiotici), sottoposti a stress inimmaginabili, selezionati geneticamente a vantaggio dell’alimentazione umana, mutilati senza anestesia, uccisi per sgozzamento, stordimento, immersione in acqua bollente con corrente elettrica…

Che cosa potrà fare la legge per loro? Se si volesse si potrebbe applicare la legge anche nei confronti dell’aberrazione degli allevamenti intensivi, contro gli interessi economici delle grandi industrie che ne detengono il possesso. Certo ciò risulterà molto più difficile dell’applicazione della legge nei confronti di singoli individui o piccoli gruppi. Si vorrà?

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RAP, CHE PASSIONE!

Mi sono sempre chiesta che cosa avrebbero potuto dire del rap, forma musicale squisitamente contemporanea, i grandi musicisti del passato. Musicalmente vuoto e assai povero di sostanza tecnica musicale il rap credo dovrebbe apparire loro come un esercizio di monotona ripetizione di parole e di ritmi, aventi caratteristiche quasi infantili; senza parlare della scarsa innovazione e profondità che le sue parole esprimono. Anche le facili rime sono degne di bambini di scuola elementare, così ripetitive e stantie da produrre un senso di banalità generalizzato.  Immagino che molto più di me potrebbe annoiare i geni della musica classica. Non è certo questa una forma di elevazione dell’arte musicale, ritengo invece che sia una forma di impoverimento che offre un chiaro esempio di come le forme artistiche possano essere sottoposte a processi involutivi spaventosi.

Che ne è della melodia? Che ne è dell’armonia? Quattro accordi in croce (ma forse il numero è esagerato) ripetuti ossessivamente, privi di progressioni armoniche, si accompagnano ad altrettanta povertà dei testi. Non dovrebbe la musica elevare elevare l’anima, suscitando emozioni profonde?

Ascoltare il rap: una sofferenza, una vera passione.

Nato a partire dagli anni ’70 del Novecento nei quartieri neri di New York, caratterizzato da canzoni con un ritmo molto pronunciato, derivato dal funk, si è in questi cinquant’anni diffuso in tutto l’occidente, condizionando pesantemente il gusto e la cultura americana prima, e europea poi.

Che cosa l’abbia reso vincente è difficile a dirsi, ma forse la ragione va cercata proprio nella sua semplicità, direi elementarità: non occorre una bella voce per cantare facendo rapping, non occorre nemmeno conoscere i fondamenti della musica, basta aver voglia di buttarsi nella creazione di una sorta di litania, appioppando alle parole una larvata voglia di protesta, meglio se ricca di stereotipi, così da non costringere nessuno a pensare.

So che molti non condivideranno la mia opinione e qualcuno non si esimerà dal pensare che le mie parole possano contenere un larvato significato razzista. Non è così. Ho sempre apprezzato le forme musicali popolari, e proprio per questo penso che non vadano definitivamente perdute le memorie di antiche forme di canto popolare squisitamente italiano, in cui eccellevano (anche) i creatori di forme d’improvvisazione. Ciò accadeva originariamente, per esempio, nelle forme di canti a contrasto; per esempio quelli in cui uomini e donne dibattevano con il canto sulla visione dell’amore, in chiave ironica; oppure si opponevano l’un l’altra le visioni sulla vita di madre e figlio, ricco e povero, padrone e mezzadro, e così via. Poi anche queste forme si cristallizzarono in strutture che ci sono giunte dalla tradizione con parole e musica, spesso in forma di strambotto.

Qualcuno obietterà che originariamente anche le forme musicali rap si configuravano come improvvisazioni. Verissimo. Negli anni degli inizi molti rapper iniziarono così la loro carriera: impararono prima a padroneggiare l’improvvisazione (freestyle, nel gergo rap) e poi  cristallizzarono le loro creazioni in canzoni. In quel tempo i rapper si trovavano (soprattutto a New York) in luoghi convenuti, come i parchi, per ascoltare e rappare insieme ad altri. Si svolgevano vere e proprie sfide, (le battle) e il vincitore della battle veniva proclamato tale con gli applausi dei presenti.

Oggi esistono in Italia delle manifestazioni organizzate cui i rapper possono partecipare e contendere l’un altro, ma in realtà non si tratta più di improvvisazione pura, perché i temi o il flusso ritmico vengono preordinati.

La contesa non faceva parte di un’altra forma musicale, come il rap nata  negli Stati Uniti, in seno alla comunità dei neri, dove all’inizio del Novecento era concentrata, soprattutto nel Sud, una vasta popolazione di ex schiavi, da poco affrancati dalla schiavitù: il jazz. Ma nel jazz la raffinatezza musicale viene continuamente ricercata e si evolve, si evolve, si evolve, fino a raggiungere (probabilmente) il suo apice: la musica negro-americana, attraverso il jazz, ha conseguito ambizioni altissime, donando al mondo le sue caratteristiche e assorbendo in sé elementi musicali da tutto il mondo.

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CARBURANTE PER LA DEMOCRAZIA (II PARTE)

Nell’articolo precedente abbiamo invocato un po’ di carburante per la democrazia, intravedendo una crisi diffusa di questa forma di governo.

Credo che quasi tutti noi contemporanei, cittadini di paesi occidentali, siamo ben lieti di vivere in paesi a forma di governo democratico. È una soddisfazione che abbiamo acquisito fin dalla nostra infanzia, apprendendola in modo quasi automatico, e su cui abbiamo posto un fondamento per la nostra soddisfazione di esistenza nel mondo, dopotutto con scarsi dubbi. 

Già a scuola e fin da subito in famiglia ci hanno insegnato quanto siamo fortunati a vivere in regime democratico, e quanto fossero inferiori i regimi precedenti: monarchia o aristocrazia. Divenendo adulti abbiamo elaborato qualche scetticismo in più, comprendendo che anche la forma democratica è in realtà sottoposta a un rischio prevedibile di decadenza, passibile di coinvolgimento in un processo per così dire naturale, che gli antichi chiamavano oclocrazia.

L’oclocrazia è uno stadio di governo di cui per primo parla Polibio nelle Storie (Libro VI), dove esprime la teoria della ciclicità delle forme di governo. L’oclocrazia  è in sostanza  la forma degenerata della democrazia, come l’oligarchia è la forma degenerata dell’aristocrazia, e la tirannide di quella della monarchia. Per ricercare qualche esempio nel passato potremmo pensare alla forma della Repubblica di Roma antica che sfociò in una fase oligarchica per poi approdare al Principato, oppure alla Rivoluzione francese che terminò nell’era napoleonica, la Rivoluzione bolscevica che approdò alla tirannia staliniana; Mussolini arrivò al fascismo dal socialismo; anche il nazionalsocialismo nacque da una profonda adesione di popolo per arrivare alla propria  deriva. Ora a siamo nella fase democratica, nata dal bruciare in cenere del fascismo e dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale.

Nella concezione di Polibio lo stadio di degenerazione della democrazia è dovuto ad una sorta di atomizzazione del popolo che da unitario e dotato di una propria autocoscienza, si trasforma in una moltitudine e diviene preda di figure dominanti, che lo danneggiano. La massa, pur credendo di esercitare capacità di discernimento e autonomia propria, diviene strumento nelle mani di alcuni che oggi definiremmo manipolatori, o gruppi di potere, e viene condotta al disgregamento. I gruppi di potere impongono il perseguimento dei propri interessi (finanziari, economici, ecc.) contro gli interesse della collettività.

Finché la democrazia si barcamena lasciando (quasi) vivo il diritto dei cittadini di partecipare attivamente ai risultati della vita  politica si può dire tale; quando si constata la perdita di questi diritti e, chissà come, chissà per volontà di chi, questi diritti sono evidentemente perduti, forse si è già usciti dalla democrazia, si è già nell’oclocrazia. 

Per esempio, forse non siamo più in democrazia quando in un paese cosiddetto democratico come la Romania si vedono annullate elezioni perfettamente regolari e poi si esclude il candidato vincente, come è accaduto a Georgescu, inviso alla UE, privato della possibilità di partecipare alle elezioni di maggio dopo che erano state annullate quelle di novembre che aveva vinte. Forse non siamo più in democrazia quando si esclude dalla corsa politica la francese Le Pen, interdetta dei pubblici uffici e dichiarata ineleggibile per escluderla dai giochi elettorali, oppure quando in Gran Bretagna viene chiuso il conto bancario a Nigel Farage, malgrado la banca Coutts Bank abbia ammesso di averlo fatto per pure ragioni politiche. Forse non siamo più in democrazia quando il partito tedesco AFD viene depennato dai giochi politici elettorali e indicato come organizzazione estremista in grado di mettere in pericolo la democrazia stessa, negando tuttavia le possibilità reale di scelta attraverso il voto. Forse non siamo più in democrazia quando viene sbattuto in carcere un avvocato come Reiner Fullmich per aver denunciato grandi scandali a favore del green. Forse non siamo più in democrazia, asserviti come ci troviamo a una UE che costituisce un’edificazione del tutto artificiale, creata da una elíte ristretta e imposta ai cittadini europei. Forse non siamo più in democrazia quando lo studio della letteratura russa (non ve ne è una più grande, secondo il mio modesto parere!) viene esclusa dalle università a causa della situazione geopolitica.

Che dire? Non vi sembra un po’ agonizzante la democrazia?

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DANTE SPEZIALE IN PARADISO

L’alloro compare subito nel  Paradiso nel Canto  I,13 15, quando  Dante invoca Apollo, il Dio della poesia e dei poeti:

«O buon Apollo, all’ultimo lavoro 

fammi del tuo valore, sì fatto vaso,  

come dimandi a dar  l’amato alloro». 

Nel Canto II del Paradiso Beatrice e Dante giungono nella Luna (I Cielo). È qui che Beatrice fuga i dubbi di Dante sulle macchie lunari e il lettore ha così modo di conoscere la teoria delle influenze celesti.  Viene citata la margherita (II,34 36):

«Per entro sé l’etterna margherita

ne ricevette, com’acqua recede

raggio di luce permanendo unita».

Si serve dell’immagine della margherita  che viene penetrata dal raggio di luce senza distruggerla; allo stesso modo potranno vedere, nel proseguire il loro viaggio, il compenetrarsi della natura umana e divina.

Nel Canto VIII  (139.141) parla delle sementi che, se vengono piantate in luoghi sfavorevoli, non germinano oppure germinano malamente; le paragona alla natura umana la quale, se non viene indirizzata bene, si volge verso il male:

«Sempre natura, se fortuna trova

discorde da sé, com’ogni altra semente

fuor di sua ragion, fa mala prova».

In Paradiso (XII,118-120), troviamo il loglio quando si parla dei Francescani, in un passo molto discusso dai commentatori, ma il cui significato in ogni caso dice che  la famiglia francescana  ai tempi di Dante “va a ritroso”con i costumi, cioè al contrario rispetto alla regola. Poi Dante applica ai dissensi interni dell’ordine francescano la parabola della zizzania; il loglio sta per  la zizzania:

«E tosto si vedrà della ricolta

della mala coltura, quando il loglio 

si lagnerà che l’arca li sia tolta».

In Paradiso parla della rosa (XIII,130 138): dal pruno, infatti, che si presenta  secco e pieno di spine, in primavera sboccerà la rosa. Ecco i suoi versi:

«Non sien le genti, ancor, troppo sicure

a giudicar, sì come quei che stima

le biade in campo prim che sien mature:

ch’io ho veduto tutto il verno prima

lo prun mostrarsi rigido e feroce,

poscia portar la rosa in su la cima;

…»

Nel Paradiso, canto XXII , 85 87 viene citata la quercia.  Dal momento della nascita della quercia fino al momento del suo fruttificare passano circa venti anni: nel testo stanno a identificare un periodo breve.  Le esigenze della «carne», cioè del corpo spingono verso il peccato, e i buoni propositi, dice Dante, durano un tempo molto breve (“dal nascer della quercia al far la ghianda”):

«La carne di mortali è tanto blanda,

che giù non basta, buon cominciamento

dal nascere della quercia al far la ghianda».

Nel Paradiso (XXIII, 70 75) Dante  rimane estatico di fronte al sorriso di Beatrice, che lo sollecita a non perdersi nell’estasi procurata dalla visione del suo volto, e lo invita invece a rivolgere lo sguardo al «bel giardino» dei beati che fiorisce alla luce di Cristo. Lì si trova la rosa che «carne si fece»:  vale a dire la Vergine Maria; lì si trovano i gigli che condussero l’umanità nel cammino della fede: i gigli sono gli Apostoli.

«Perché la faccia mia sì t’innamora,

che tu non rivolgi al bel giardino

che sotto i raggi di Cristo s’infiora?

Quivi è  la rosa in che il verbo divino

carne si fece; quivi sono li gigli

al cui odor si prese il buon cammino».

Nel Canto XXVI  (85-87) dice che la proprietà vitale delle piante è quella di svilupparsi verso l’alto:

«Come la fronda che flette la cima

nel transito del vento, e poi si leva

per la propria virtù che la sublima,

…»

Nel Canto XXVII  dice che la volontà fiorisce nei mortali, ma non dura, perché poi la pioggia trasforma le susine in bozzacchioni pieni di vermi:

« Ben fiorisce nelli uomini il volere;

ma la pioggia continua converte 

in bozzacchioni le susine vere».

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CARBURANTE PER LA DEMOCRAZIA

La democrazia affronta una crisi già da tempo e presenta molte fragilità rispetto rispetto al suo futuro. Negli ultimi decenni i processi democratici hanno subito un’inversione di tendenza in tutto il mondo e le libertà dei singoli e dei gruppi è andato diminuendo.

Così, sebbene non ami indulgere nelle commemorazioni del passato, atteggiamento che spesso si accompagna —almeno nella nostra generazione di boomers— ad un nostalgico attaccamento per certi paradigmi del tutto inutili oggi per capire il mondo presente, e malgrado non mi permetta volentieri di ripiegarmi con rimpianto verso il passato e le storie di gruppo e di famiglia, almeno per questa volta mi sono concessa un tuffo nella linea passata degli eventi, fra ciò che sta “dietro”e ha fondato il nostro oggi, nonostante cerchi di prediligere prestare attenzione agli accadimenti odierni. È in questa onda personale sentimentale /retrò che ho voluto rileggere e riascoltare un discorso del 1955 di Piero Calamandrei, tenuto presso l’Umanitaria di Milano, con cui l’eccellente comunicatore aveva affascinato una platea di giovane studenti. A loro raccomandava la vigilanza, la cura della libertà e della democrazia; si rifaceva alla nostra Costituzione,  e affermava che «la democrazia è solo in parte una realtà, ma in parte un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere», in permanente polemica con il presente».  

Le Costituzioni, diceva, contengono sempre una polemica con il passato, verso i regimi precedenti, ma nella nostra Costituzione c’è una parte che è in polemica con il presente, per esempio quando nell’articolo 3 , dopo aver affermato che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,  economica e sociale del Paese», facendo in tal modo comprendere che alcune limitazioni sono ancora in atto e che la Repubblica deve operare per superarle.

Nel suo intervento, ricco di spunti di riflessione, di simpatia e di essenzialità, parlava della Costituzione come di una macchina utile a raggiungere la libertà,  non basta mettere in moto la macchina, ma bisogna di continuo aggiungere il carburante:«la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto vada da sé, è un pezzo di carta, se lo lascio cadere non si muove. Perché si muova, bisogna rimetterci dentro il combustibile: l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere le promesse».

Nel suo discorso parlava del nichilismo dei giovani, che lui chiama “indifferentismo”: ignavia, in buona sostanza, apatia verso la vita politica, tale da renderli scarsamente partecipi alla vita politica  e sociale del loro paese, inclini ad astenersi dal prendere posizioni fra idee e orientamenti.

Mi piace immaginare la platea di giovani cui si rivolgeva come un uditorio attento, interessato, coinvolto: tale in effetti era. 

Non mi piace invece immaginare come si comporterebbe un uditorio analogo al giorno d’oggi: un conglomerato di individui freddamente chini sullo schermo dei loro cellulari, un insieme di persone isolate una dall’altra, incapaci di formare un’unità partecipativa, tanto solitari quanto iperconnessi con i mezzi tecnologici, incapaci di vero ascolto.

Ma forse mi sbaglio. Desidero sbagliarmi.

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DANTE SPEZIALE NEL PURGATORIO

È soprattutto nel Purgatorio che vengono nominate piante e fiori, fin dal Primo Canto, quando Catone ordina a. Virgilio di cingere i fianchi di Dante con un giunco (simbolo di umiltà) che cresce nella parte più bassa dell’isola, e di lavargli il viso, affinché si presenti pulito dalla caligine infernale di fronte all’Angelo che sta di guardia al Purgatorio. Così viene fatto. (Purgatorio, I, 94 e seguenti):

«Va, e fa che tu costui ricinghe

d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,

sì ch’ogni sucidume quindi stringhe…»

L’ulivo trova posto in Purgatorio, (II ,67 75.) L’ulivo è metafora per indicare le buone notizie. Le anime si accorgono che Dante è vivo, respira, e gli si fanno attorno come a un messaggero che porta l’ulivo, simbolo di pace:

«E come a messagger che porta ulivo

tragge la gente per udir novelle,

e di calcar, nessun si mostra schivo,

così al viso mio s’affisar quelle

anime fortunate tutte quante,

quasi obliando, d’ire a farsi belle».

Sempre nel Purgatorio (II, 124-126) ad un certo punto Catone, nella sua severa figura, sgrida le anime che si sono perse ad ascoltare la canzone di Casella, e le sprona ad abbandonare l’indugio e a spogliarsi dalla scorza di peccati. Così loro fanno, come i colombi che abbandonano per un moto di paura la biada e il loglio:

«…”Che è ciò, spiriti lenti?

Qual negligenza, quale stare è questo?

Correte al monte a spogliarvi lo scoglio

ch’esser non lascia a voi Dio manifesto”.

Come quando, cogliendo biada o loglio

li colombi adunati alla pastura,

queti, senza mostrar l’usato orgoglio,

se cosa appare ond’elli abbian paura,

subitamente lasciano star l’esca, 

perch’assaliti son da maggior cura…»

Ma il loglio sarà citato anche in Paradiso (XII,118-120).

In Purgatorio (IV, 19-23) paragona un passaggio stretto in cui devono passare ai varchi nelle siepi di recinzione, che i vignaioli cercano di chiudere con dei rami spinosi per proteggere le uve dalle tentazione dei ladri:

«Maggiore aperta molte vuole impruna

con una forcella di sue spine

l’uom della villa quando l’uva imbruna…»

Nel Canto XVI  al verso 115 dice che: «ogni erba si conosce per lo seme».

Dante cita il mirto quando in Purgatorio, (XXI,88 92),  incontra il poeta Stazio, che dice di aver meritato «le tempie ornar di mirto»:

«Tanto fu dolce mio vocale spirto,

che, tolosano, a sé mi trasse Roma,

dove meritai le tempie ornar di mirto»

Nel Canto XXII  giungono sul ripiano della sesta cornice; ad un certo punto appare un albero carico di buoni frutti che, all’opposto dell’abete, ha rami più corti in basso e più lunghi in alto, perché nessuno possa salire: è uno strumento punitivo per i golosi. Ecco i versi (130- 135):

«Ma tosto ruppe le dolci ragioni

un alber che trovammo in mezza strada,

con pomi a odorar soavi e boni;

e come abete in alto si digrada

di ramo in ramo, così quello in giusto

credo, perché persona su non vada.

Nel Purgatorio (XXVII, 31 42) parla del gelso vermiglio. Piramo e Tisbe nel mito muoiono insieme presso un gelso. Il gelso, che era stato intriso dal sangue di Priamo, mutò il colore dei suoi frutti, che da bianchi divennero vermigli:

«Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

Piramo in su la morte, e riguardosa,

allor che ‘l gelso diventò vermiglio….

In Purgatorio (XXVIII, 7 21) Dante  si dirige verso la campagna, che emana gradevoli profumi. È desideroso di visitare l’Eden. Spira una dolce aria che passa fra le chiome degli alberi e ne percorre le fronde, senza tuttavia impedire agli uccelli di cantare, accompagnati dallo stesso venticello, come nella pineta di Classe, quando soffia lo scirocco:

«Un’aura dolce, senza mutamento

Avere in sé, mi ferìa per la fronte

non di più colpo che soave vento;

per cui le fronde, tremolando, pronte

tutte quante piegavano alla parte

U’ la prim’ombra gitta ‘l santo monte;

Non però dal loro essere dritto sparte

tanto, che li augelletti per le cime

lasciassero d’operare ogni loro arte;

ma con piena letizia le ore prime,

cantando, ricevendo intra le foglie,

che teneva bordone alle sue rime,

tal qual di ramo in ramo si raccoglie

per la pineta in su ‘l lito di Chiassi,

quand’Eolo Scirocco fuor discioglie».

Il Canto XXXII del Purgatorio è il canto della «pianta dispogliata». Tutti i presenti alla scena si dispongono attorno a una pianta priva di foglie e di fiori. Essa ha la particolarità di avere rami sempre più larghi a mano a mano che si eleva verso il cielo, contrariamente a quanto avviene in natura. I commentatori sono d’accordo nel ritenere che la pianta rappresenti l’albero del bene e del male, presso cui avvenne la tentazione di Adamo ed Eva. Alcuni, tuttavia, vedono nella pianta la raffigurazione dell’Impero Romano.

Dal verso 37:

«Io senti’ mormorare a tutti ‘Adamo’;

poi cerchiaro una pianta dispogliata

di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.

La coma sua, che tanto si dilata

più quanto più è su, fora dall’Indi

nei boschi lor per altezza ammirata».

Dopo un susseguirsi di eventi  allegorici  la pianta dispogliata, come fanno quelle terrene, quando arriva la primavera, si rinnova, facendo sbocciare fiori d’un colore meno acceso delle rose e più intenso di quello delle viole:

«… si rinnovella

di suo color ciascuna, pria che ‘l sole

giunga li suoi corsi sotto altra stella;

men che di rose e più che di viole

colore aprendo, s’innovò la pianta…»

Poi in Purgatorio (XXXII,73 -75) adopera una similitudine con i fiori del melo (fioretti del melo) per piegare come gli angeli celesti siano desiderosi (ghiotti) di vedere Gesù:

«Quali a veder de’ fioretti del melo

Che del suo pome gli angeli fa ghiotti

E perpetua nozze fa nel cielo…».

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I SUONI DELLE LETTERE SECONDO PLATONE

Di tanto in tanto Grazia Valente ed io ci divertiamo a giocare con i suoni, lasciandoci trasportare dalle nostre sensazioni o da alcune  riflessioni in proposito. Ma oggi la prendo un po’ più sul serio, e vado a giocare nientemeno che con Platone, che si è dibattuto sulla possibile opposizione  fra motivazioni e arbitrarietà riscontrabili nelle origini dei linguaggio. Nel Cratilo affida al personaggio omonimo la parte del sostenitore della prima ipotesi, e a Ermogene la tesi dell’arbitrarietà. Fin dall’inizio Socrate viene invitato a partecipare alla discussione.

Cratilo  in sintesi afferma ( è Ermogene a riferirlo) «che ciascun essere possiede il nome corretto che per natura gli conviene»; invita dunque Socrate ad esprimere il proprio parere sull’argomento, e Socrate dichiara di non sapere quale sia la verità a tale riguardo ma di essere pronto a ricercare la risposta insieme a Cratilo e ad Ermogene. In realtà fin da subito la conversazione tende a snodarsi fra Socrate ed Ermogene, Cratilo “rientrerà in scena” solo più avanti.

Particolarmente interessante è il passaggio in cui Ermogene  afferma che sono coloro che inventano e adoperano gli strumenti ( per esempio la spola o il trapano), che, allo stesso modo con cui attuano il processo di ideazione e di costruzione dell’oggetto, appongono i nomi: saranno questi artigiani ad apporre i nomi, non per mezzo del loro estro o del loro capriccio, ma sulla base della loro arte specifica e della capacità  di svolgere l’attività con quegli strumenti. Essi saranno i legislatori.

Platone si impastoia, per bocca di Socrate, in improbabili ricostruzioni etimologiche (che hanno un che di favolistico), assai poco convincenti (sui quali ora non mi soffermerò),  ma infine, messo in difficoltà da Ermogene, entra nei particolari dei fonemi, i quali esprimono l’essenza nella loro stessa capacità di imitare il significato. 

Così  ci spiega che la stessa articolazione dei suoni, operata con tutti i muscoli occorrenti all’operazione, producono una forma di gestualità, che rispecchia quella corporea, ma che rimanda direttamente alle qualità acustiche dei fonemi. Inoltre i suoni possiedono specifiche qualità acustiche. Nell’ambito del Cratilo dunque individua alcune equivalenze fra suoni e simboli.

Nel“ro” individua lo strumento per esprimere il senso del movimento:  «La lettera “ro” parve essere un bello strumento di moto a colui che poneva i nomi (il legislatore) per rappresentare il concetto di “phora”  (cioè movimento) e assai spesso dunque se ne è avvalso per questo fine». Cita poi una serie di nomi contenenti il suono “ro”, come “tromo”, (tremito), “trechein” (correre), “ereichein” (fendere), krouoein (percuotere), trhauein (rompere), e altri ancora.

Quanto allo “iota”, dice, «si è avvalso per tutto ciò che è minuto e può andare dappertutto».

Sul “delta” e il  “tau “ dice: «La forza del“delta” e del “tau” deriva dalla compressione e dall’appoggio delle lingua, pare che egli la consideri utile all’imitazione del legame e della sosta.

«Accortosi che la lingua sdrucciola particolarmente nel “lambda”, per assimilazione chiamò le cose lisce “leia” e  nominò lo stesso «olisthanein”(sdrucciolare)  e “liparon” (untuoso) e “kollodes”, (vischioso). 

Quanto al suono “gl”: «Siccome quando la lingua scivola, le fa resistenza la forza del gamma, imitò con esso il “gliskhron”(vischioso), il “glyky” (dolce) e il “gliodes” (viscido)».

«Avvertendo poi nel “ni”  un suono che rimane all’interno della voce diede il nome a che è “endon”  (interno )e “enthos” (dentro)  come per dare immagine alle cose con le lettere.

«E ancora attribuì l’”alfa” alla grandezza e l’”eta” alla lunghezza.  

Infine, avendo bisogno di un segno “o” per ciò che è tondo, lo mescolò moltissimo a questo nome».

Genette definiva Platone come un cratilista deluso, costretto a rinunciare, in certo qual modo, alla teoria della giustezza dei nomi, sebbene auspicasse la prevalenza della motivazione contro quella dell’arbitrarietà.

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Audio “IL PANIERE DI CAPPUCCETTO ROSSO”

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IL PANIERE DI CAPPUCCETTO ROSSO

Dopo aver raccolto i fiori, Cappuccetto Rosso si ricordò della nonna e finalmente si incamminò. Si meravigliò che la porta della casa della nonna fosse spalancata ed entrando nella stanza ebbe un’impressione strana. Si avvicinò al letto e scostò le cortine: la nonna era coricata con la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano. 

«Oh, nonna, che orecchie grosse hai!»

«È per sentirti meglio!» 

«Oh nonna,  che occhi grossi hai!»

«È per vederti meglio!» 

«Oh, nonna, che grosse mani hai!»

«È per meglio afferrarti!»

«Ma nonna, che bocca spaventosa hai!»

«È per divorarti  meglio!»,  e subito il lupo balzò dal letto e ingoiò la povera Cappuccetto Rosso.

Nella nota fiaba Cappuccetto Rosso , che nelle righe sopra abbiamo perso nelle fauci del Lupo, era stata ben lieta di andare dalla nonna e di portarle il paniere con le focacce preparate dalla mamma, insieme al vasetto di burro. Sapeva che il paniere da lei portato sarebbe stato di effettiva utilità.

Noi invece cosa dobbiamo mettere nel nostro paniere, secondo le indicazioni della Commissaria all’Uguaglianza e Gestione delle Crisi Hadja Lahbib?

Dunque:  occhiali da vista, documenti d’identità, protetti in una custodia impermeabile, acqua, medicine, cibi in scatola, contanti, power bank per il cellulare, radio portatile, coltellino svizzero, torcia, fiammiferi o accendino, e mazzo di carte. (Prossimamente qualcuno della UE ci insegnerà il gioco delle tre carte).

La fiaba non dice per quanti giorni la nonna dovrà sopravvivere con  quella sporta, sappiamo solo che Cappuccetto Rosso doveva andare dalla nonna perché non stava  tanto bene, e la mamma voleva farle avere le focacce appena sfornate.

«Ecco, le metto nel paniere insieme al burro. Le serviranno per riprendersi dalla sua malattia. Portagliele», aveva detto la mamma di Cappuccetto.

Noi, invece, abbiamo ricevuto indicazioni precise circa i tempi di sopravvivenza con il nostro paniere: 72 ore.

Settantadue ore (scritte in parola sembrano più lunghe) durante le quali il lupo forse avrà la possibilità di divorarci (anzi, secondo il parere di alcuni, sarà l’orso a farlo. Ma cominciamo dall’inizio.

C’era una volta una graziosa bambina, che indossava sempre una mantellina rossa con il cappuccio: le stava così bene che tutti ormai la chiamavano Cappuccetto Rosso.

Un giorno la mamma le disse…

Conosciamo la fiaba: Cappuccetto Rosso si avvia, quando giunge nel bosco incontra il Lupo, desideroso di mangiarsela, che tuttavia deve rimandare il suo proposito perché nel bosco c’erano anche dei taglialegna. Il Lupo rivolge domanda insidiose per conoscere i dettagli di vita di Cappuccetto, lei diventa involontariamente delatrice di se stessa e fornisce un mucchio di informazioni utili al Lupo (proprio come facciamo noi sui social).

«Dove abita la nonna?»

«Abita lontano, sta laggiù, passato quel mulino che si vede da qui, laggiù in fondo, nella prima casetta del paese».

Il Lupo si informa anche sulla strada che Cappuccetto Rosso prenderà e dice che lui allora prenderà l’altra: così giocheranno a chi arriva per primo.

Questo accade nella versione più antica della fiaba, raccolta da Perrault (1628/1703).

In una versione ancora più antica, del 1600, si dice nella fiaba che il Lupo domandi a Cappuccetto Rosso:

«Quale strada vuoi prendere, quella degli spilli o quella degli aghi?»

Gli aghi, si sa, pretendono una difficile opera: possesso del filo, infilamento del filo nella cruna, lavoro di cucito. Con gli spilli è tutto più semplice: basta puntarli e l’orlo è subito fatto!

Gli psicoanalisti, in particolare Bruno Bettelheim (Il mondo incantato) ci hanno spiegato che questi due oggetti, spilli e aghi, rappresentano rispettivamente il principio del piacere e quello di realtà. Del resto la cosa è evidente anche nella versione successiva dei fratelli Grimm, che ci racconta come Cappuccetto Rosso, attardandosi nel bosco a raccogliere fiori, solo dopo averne raccolti tantissimi, si ricorda di quello che era stata mandata a fare.

«Guarda come sono belli i fiori intorno a te, senti come cantano gli uccellini…», dice il Lupo della fiaba. Il mondo è pieno di aspetti seducenti e noi come Cappuccetto Rosso, abbandoniamo volentieri il principio di realtà per quello del piacere, scegliamo l’altro sentiero e possiamo andare incontro alla distruzione.

 Il principio del piacere è sempre in agguato, bene lo sanno i nostri manipolatori, che sono i nostri veri lupi, che ci distolgono dalla comprensione della realtà con mille strumenti di manipolazione, proponendoci continui mezzi di distrazione dalla comprensione dei pericoli fondamentali: “Panem e circenses “docet.

Ma accanto agli aspetti allettanti anche la paura può ottenere risultati sorprendenti. La paura, fomentata in ogni maniera, come Goebbels insegnava, quando spiegava come la paura renda efficace qualunque attività di manipolazione.

Ora l’Unione Europea, travolta da una crisi fortissima, ha tanto bisogno di incutere paura per sopravvivere, tanta tanta paura, ancora più paura, per renderci obbedienti, così dichiara che bisogna essere pronti per la resilienza e l’emergenza totali. Nel piano di sopravvivenza, come è ovvio, campeggia la preparazione alla guerra e le nuove strategie di difesa  che comprendono anche sistemi di controffensiva relativi alle reti energetiche e informatiche, non solo quelle militari . Anche nel cyberspazio viene, ovviamente, indicato come nemico la Russia, ma anche la Cina l’Iran e la Corea del Nord sono accusati di prendere regolarmente di mira i nostri bersagli. Secondo la UE non va trascurata la preparazione agli eventi disastrosi naturali. Così viene proposta una strategia di stoccaggio europeo di scorte d’emergenza. Spicca la necessità di intensificare, guarda caso!, il monitoraggio delle fake news.

Tutto serve ad alimentare la paura!

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Audio “PASSARE AL BOSCO” OGGI?

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“PASSARE AL BOSCO”, OGGI? Recensione anacronistica di Letizia Gariglio

Jünger insegnava a “passare al bosco”, settantaquattro anni fa.

Ernst Jünger è uno scrittore tedesco nato nel 1895 e morto nel 1998; è una figura molto complessa di scrittore e di pensatore  che ha profetizzato nelle sue opere una sorta di catastrofe epocale in grado di coinvolgere l’intero pianeta, ma soprattutto la società umana. Nella sua opera, il Trattato del ribelle, indica come salvarsi da questa catastrofe: è possibile farlo solo individualmente, per mezzo di una fuga, una fuga soprattutto dentro di sé, quindi verso l’interiorizzazione.

La libertà, ritiene l’autore, è un dovere spirituale e viene acquisita solo attraverso un’esistenza volutamente consapevole  e ribelle. Nella sua opera dunque esplora il concetto di ribellione. Jünger utilizza il termine “ribelle” (ma si vedrà che questa è una traduzione in italiano di un concetto che nella lingua tedesca è un po’ diverso) per descrivere una figura che si oppone alle convenzioni sociali e alle autorità oppressive, cercando di affermare la propria individualità e libertà.

Jünger scrive il suo Trattato del ribelle nel 1951 in un momento in cui l’Europa è da poco uscita dall’inferno della seconda guerra mondiale e la società dei consumi sta prendendo piede e si sta espandendo: è il momento del boom economico. 

Il libro è diviso in diverse sezioni, in cui Jünger analizza la condizione dell’uomo moderno, le sfide della società a lui contemporanea e il ruolo del ribelle in questo contesto. La figura del ribelle è vista come un simbolo di resistenza e autenticità, è un uomo capace di affrontare le difficoltà e le ingiustizie del mondo. Jünger discute anche il concetto di “anarchia” in senso positivo, come una forma di libertà che permette all’individuo di esprimere se stesso al di fuori delle strutture oppressive.
In italiano è stata tradotta come ribelle la parola tedesca Waldgang che significa letteralmente “colui che passa al bosco”. L’origine di questo termine proviene dall’Islanda medievale; il Waldgang si dava alla macchia, era un fuorilegge, un proscritto, una sorta di Robin Hood, e naturalmente si ritirava in luoghi impervi e inaccessibili come le foreste.

«Il proscritto», scrive Jünger, «ai tempi dei nostri antenati, era avvezzo a pensare con la propria testa, a condurre una vita dura, ad agire in piena autonomia. È probabile che in seguito si sia sentito abbastanza forte da accettare anche la messa al bando, e da solo è diventato guerriero, medico, giudice, e perfino sacerdote. Oggi non è più così. Le persone sono talmente adagiate nell’alveo delle strutture collettive da non essere più capaci di difendersi».

Nella concezione del nostro autore  il bosco diventa così il luogo ideale per il mutamento interiore di chi vuole essere ribelle, di chi si dirige volontariamente come un soggetto attivo verso il bosco, animato da una spinta interiore molto forte alla ribellione. Il bosco è un simbolo, rappresenta la naturalità della realtà, ed è nello stesso tempo un luogo senza tempo, dove è possibile rifugiarsi per trarre ispirazione dalla natura; spiega poi che il ribelle si rifugia nel bosco quando lo ritenga necessario e non per fuggire ma per continuare la sua lotta interiore: è un uomo nel mondo, ma non delmondo.

Nel suo libro comincia fin dalle prime pagine con il contestare in modo molto aspro la prassi elettorale: ritiene che sia il potere a imporre «la legge agli elettori, e non viceversa». Chi ha il potere costringe l’elettore ad accettare un dovere che giova unicamente al potere stesso e con l’atto del voto l’individuo lo legittima: dire no a questo dovere è l’unica possibilità del singolo che ricerchi la propria libertà e che voglia esprimere il proprio coraggio contro l’assuefazione abituale della moltitudine. Questo atto è un atto di resistenza al potere; si potrebbe dire che l’atto di negazione al voto sia il primo gesto di ribellione. 

L’autore inoltra riflette sulla natura della guerra, della tecnologia e della cultura, evidenziando come questi elementi influenzino la vita dell’individuo e la sua capacità di ribellarsi.

Dice: «L’uomo tende a rimettersi agli apparati e a far loro posto anche quando dovrebbe attingere alle proprie intime risorse. Dà prova in tal modo di mancanza di immaginazione. Eppure dovrebbe conoscere i punti in cui non è lecito mercanteggiare la propria sovrana libertà di decisione. Fintantoché regna l’ordine, l’acqua scorre nelle tubature e la corrente arriva alle prese. Non appena la vita e la proprietà sono in pericolo, come d’incanto un allarme chiama i vigili del fuoco e la polizia. Ma il grande rischio è che l’uomo confidi troppo in questi aiuti e si senta perduto se essi vengono a mancare. Ogni comodità ha il suo prezzo. La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella della bestia da macello». La logica conseguenza di questa prospettiva è che nel momento in cui maggiormente si addensano le minacce, quando gli apparati non solo abbandonano l’essere umano ma sembrano lavorare contro di lui,  precludendogli vie di scampo, allora in quel momento è necessario che l’uomo, anziché darsi per vinto, decida di continuare la lotta, o di cominciare la lotta, attingendo alle sue risorse personali più profonde. In quel momento egli forse deciderà di passare al bosco.

Vi sono in questo libro dei passaggi che risultano incredibilmente attuali. Per esempio, quando in una sezione del libro si parla della paura, definendola una dei sintomi del nostro tempo: nonostante siano passati più di settant’anni dal momento in cui quest’opera è stata scritta, questo capitolo sembra applicarsi a pennello all’oggi. Il fenomeno della paura è strettamente collegato, a parere dell’autore, con il rapporto derivato dai progressi della tecnica e della tecnologia:«Pur di ottenere agevolazioni tecniche l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore», dice. 

Ciò che esprime nel paragrafo riguardante la salute sembra un vero e proprio vaticinio della nostra situazione attuale. Scrive: «Tutte quelle fabbriche della salute con medici assunti e mal retribuiti, le cui cure vengono assoggettate al controllo burocratico, sono sospette: da un giorno all’altro-e non soltanto in caso di guerra-potrebbero assumere un volto inquietante». Un volto inquietante…

Parlando dell’umanità, mentre adombra uno dei grandi pericoli, vale a dire quello della sovrappopolazione, e lascia intravedere la necessità, da parte del potere, di arginare il fenomeno dell’eccedenza di «quelle stesse masse cui ha permesso di esistere», scrive:  «L’equipaggio vaccinato e rivaccinato, depurato dei microbi, aduso alle medicine e di età media assai avanzata ha minori possibilità di sopravvivere di un’equipaggio che nulla sa di tutto questo». Una domanda non viene formulata, ma il lettore sente che aleggia fra le righe: quell’equipaggio  “vaccinato e rivaccinato” è stato predisposto per la partenza?

Una delle parti più interessanti è quella che riguarda la lingua. La lingua viene definita da Jünger come parte della proprietà, della natura, ma anche «dell’eredità, della patria dell’uomo alla quale  è toccata in sorte senza che egli ne conosca la pienezza e la ricchezza».  La paragona alla luce: come la luce rende visibile il mondo e la sua immagine, così la lingua rende il mondo comprensibile, è la chiave indispensabile per scoprirne tesori e misteri. Secondo Jünger la parola è materia dello spirito e dunque è idonea a edificare i ponti più arditi; tuttavia essa è anche lo strumento più importante del potere e di chi lo esercita. Tuttavia: «Perfino in epoche in cui la lingua è decaduta a semplice strumento di tecnici e burocrati, perfino quando per simulare una qualche freschezza prende a prestito le forme del gergo, la lingua rimane indefettibile nel suo immoto potere. Il grigio, la polvere, coprono solo la superficie. Chi scava più a fondo, in ogni deserto, tocca lo strato da cui sgorga la fonte. E con l’acqua che zampilla riaffiora nuova fecondità».

Il “difficile” libro si chiude proprio con queste parole.

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Audio “LA DEBOLEZZA DEI GUERRAFONDAI”

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LA DEBOLEZZA DEI GUERRAFONDAI

(articolo pubblicato su Parole in rete il 10/03/2025)

Assistiamo a una progressiva normalizzazione dei rapporti fra gli Stati Uniti e la Russia (riapertura delle attività diplomatiche, riapertura delle ambasciate russe negli Stati Uniti, colloqui in corso); ciò sta avvenendo anche grazie alle ammissioni da parte di Trump della responsabilità degli USA nello scatenamento della guerra in Ucraina, dovuta, per sua stessa ammissione, all’espansione pericolosa della Nato verso Est e alla preoccupazione dei Russi di avere, per così dire, la Nato sullo zerbino di casa. Importanti sono anche state le rassicurazioni espresse dal Segretario Hegseth della Difesa e dal vicepresidente  Vance che l’Ucraina non entrerà mai a far parte della Nato. 

La grande “pulizia” che all’interno dello stato si sta operando negli States è condizione preliminare per poter avviare e consolidare trattative di riconciliazione sia con i russi che con i cinesi e per avviare con loro accordi commerciali e non solo commerciali, in una visione che necessariamente non può che prevedere la pace. Lo sradicamento di tutte quelle strutture ostili agli scenari di pace, messe in piedi dall’amministrazione precedente, si rende necessaria per portare a completamento quel processo di riappacificazione che altrimenti sarebbe impedito: la guerra è stata tenacemente voluta dai Democratici. Oggi l’amministrazione attuale  trumpiana parla apertamente di deep -state, riferendosi alla gestione profonda degli affari statali da parte di gruppi di potere, che sovragestivano in precedenza la vita dello stato. Sebbene non siamo così illusi da non comprendere che la sovragestione tramite il deep—state non sia terminata con l’amministrazione Biden, e riguardi una sola delle piramidi del potere, assistiamo tuttavia a grandiose pulizie primaverili e  all’emergere di grandi corruzioni della precedente amministrazione. Nella sua spregiudicatezza di uomo d’affari Trump è sicuramente un uomo chiaro, che non cincischia con le parole, che non si fa scrupoli di rivelare senza mezzi termini l’arroganza e l’ego americano, ma che nello stesso tempo sta smontando un mondo di ipocrisie.

Ora le  forniture di armi e di informazioni di intelligence in partenza per l’Ucraina (che erano state autorizzate da Biden) sono già state bloccate e il processo di normalizzazione parrebbe essere avviato. Così si vorrebbe tutti emettere un gran respiro di sollievo, accompagnato dalla speranza che il processo di abbandono delle armi e della guerra in Ucraina sia iniziato e possa andare a buon fine: qualunque persona per così dire “normale” vorrebbe regalare a se stesso e all’umanità un buon pensiero di speranza. Peccato ci sia un grande “ma”.

Il grande ostacolo alla pace è rappresentato dall’Europa, che ha già danneggiato se stessa con le sanzioni poste alla Russia e che si sono ritorte contro di essa. In Europa ora  sentiamo inneggiare alla continuazione del conflitto, alla creazione di un esercito europeo, alla realizzazione del progetto ReArm Europe. Nell’ergersi a paladini e difensori dei valori democratici la Ue, che non esiste come stato, anziché porsi come forza di pace si propone di opporsi, con le proprie scarse e miserevoli forze belliche, come antagonista di Russia, America e Cina che NON vogliono il conflitto mondiale. La cosa in sé potrebbe far ridere se non fosse pericolosissima e se la storia non ci avesse insegnato quanto l’Europa da sempre eccella nel fare disastri. Sono partite dall’Europa le guerre delle Crociate, quelle di conquista delle colonie, la guerra di Crimea, la I guerra mondiale e la II guerra mondiale…

I leader europei, che hanno sempre rifiutato di dialogare con la Russia, adesso si sentono offesi per non essere stati coinvolti nelle trattative di pace, che vengono condotte in modo diretto da Stati Uniti e Russia: sono palesemente stati messi ai margini della situazione internazionale. Divenuti irrilevanti per aver rifiutato il dialogo, e per la perseveranza nel rifiutarlo anche adesso, come tutti i ratti inchiodati nell’angolo, sono pericolosissimi. Postisi per propria volontà al di fuori dei giochi della geopolitica internazionale si sono autocreati una posizione di pura marginalità.

Si potrebbe dire che il mondo, bene o male, è andato avanti senza l’Europa, che ora si trova arroccata su posizioni che il resto del mondo ha superato.

Siamo abituati a veder traditi dalla cara bellicista Ursula von der Leyen i valori fondamentali sulla base dei quali (forse) era nata l’Europa, ma ora il suo piano sembra nato apposta per riaffermare il fomento di venti di guerra, che alimenteranno gli spiriti del fascismo e del nazismo. 

8oo miliardi saranno destinati agli armamenti: non c’erano quattro soldi, non ci sono mai stati soldi per alimentare le spese sanitarie, per incentivare il sostegno sociale, per promuovere scuola e servizi, ma ora, improvvisamente, non ci saranno difficoltà nell’investire simili cifre per rifornire gli amici dell’industria bellica.

Naturalmente le decisioni della Commissione Europea, che ha appena approvato il piano ReArm, si fonda su tutta la possibile e immaginabile retorica della difesa: il babau è alle porte, è cattivo, vuole invaderci. Il babau è sempre lo stesso: la temibile Russia che, non avendone abbastanza di tutti i suoi territori, vorrà senz’altro anche il nostro. Ingorda! L’unica possibilità in una simile visione è difendersi, e per difendersi occorre armarsi: e questo è esattamente il modello che ha generato tutti gli storici conflitti che conosciamo. La Russia è cattiva e dunque noi non ci vogliamo nemmeno parlare, altro che “farla amica”. Ci parleremo solo dopo che l’avremo sconfitta, “così impara!”. Se una simile logica da bulletto infantile non fosse così pericolosa com’è, sarebbe più divertente ancora ascoltare le varie dichiarazioni che hanno preceduto la riunione: il piccolo Napoleone che afferma che la Russia «è una minaccia per la Francia e per l’Europa», e «chi può pensare che la Russia di oggi si fermerà all’Ucraina?» e mette a disposizione la condivisione dell’arma atomica.

In uno dei più preoccupanti passaggi del suo discorso al Parlamento Europeo la von der Leyen, in cui ci ha fatto sapere che «l’industria della difesa ha bisogno di accedere ai capitali…» ( i nostri, se non è chiaro), ci ha ulteriormente dissipato ogni dubbio quando ha affermato che il progetto troverà la propria realizzazione «così come siamo riusciti a fare i vaccini». Ah, beh, adesso è tutto più chiaro. Infatti anche le armi serviranno a salvare le vite umane, le nostre vite, esattamente come sono serviti i vaccini! E l’industria bellica tutelerà i profitti delle industrie degli armamenti come la produzione di vaccini ha tutelato gli interessi dell’industria del farmaco. Ora sì che possiamo volere tutti la guerra!

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FRA SIBILI E SUSSURRI

Il suono S  aspro o S dolce, in quanto onomatopea sibilante, imita lo sfregamento di sostanze solide, o liquide o gassose. Possiamo assimilare al suono S anche quello della SC. Ne derivano parole che in qualche modo sono collegate a una sostanza o a più di una sostanza o a un’azione che ha delle modalità di sfregamento, come strusciare  o setacciare, sciare. Spesso hanno un’iniziale S anche i materiali o gli strumenti che provocano lo sfregamento e talvolta anche il nome di chi li maneggia. Per esempio, sega o setaccio, scalpello (e scalpellino), scala,  spatola e  stecca, ma anche lo spillo da sarta e la spada, strumento principe dell’antico guerriero.

Anche molti strumenti musicali iniziano o contengono S: il sassofono, il salterio, la siringa, il sistro, il sitar, la spinetta, il basso e il contrabbasso,…e,  perché no, il sintetizzatore, mentre una bella Z dolce è contenuta nello zufolo e una aspra nella zampogna.

Lo sfregamento può essere causato da elementi liquidi, ritroviamo questo concetto nelle parole risacca, spiaggia, spartiacque, sobbollire, schiuma, nevischio, sciacquare e risciacquare,  sciabordio, sorgente, schizzare, spruzzare, sgorgare, spumeggiare, sputacchiare, sudare e  trasudare,  starnutire, sbuffare, annusare.

In latino, la parola serpere (con l’ultima e breve) significa strisciare, serpeggiare, ondeggiare, attorcigliarsi, ma anche andare a carponi; come è evidente è legata al verbo la parola serpente, vale a dire un animale che striscia. Così la S evidenzia sia l’azione del rettile e il suo modo di spostarsi ma nello stesso tempo ricorda anche il suono che l’animale emette strisciando, infine rammenta il suono che l’animale produce emettendo il suo sibilo, cioè sibilando.

I suoni S, spiranti, rappresentano onomatopee del soffio e sono legate a delle azioni emotive che pretendono l’espulsione del fiato:  sofferenza, spossatezza, spavento spasimo, strazio, disgrazia . È  evidente che molte di queste parole sono legate a una emozione negativa e che esprimono un atto di espulsione del fiato, un’atto espiratorio. 

Sentite come nella parola “spifferare” si percepisce un’azione in cui si dice di soppiatto in modo indiscreto, come l’aria che passa nelle fessure delle labbra trattenute.

Anche tutte le parole che iniziano con il prefisso “dis” hanno un significato peggiorativo, non solo nel linguaggio medico: il prefisso stesso indica sempre che c’è un’alterazione, una malformazione, un funzionamento che in qualche modo è difettoso, una anomalia, un discostamento, quindi un allontanamento, seppur metaforico (non spaziale)  dalla normalità.

La lingua italiana è ricca di parole che hanno il prefisso “S” soprattutto in verbi ma anche in nomi e aggettivi. Il nostro prefisso “S” deriva dal latino “ex”, ne rappresenta la continuazione di significato, esprimendo un’idea di uscita da un luogo o, figurativamente, da una condizione, ma rappresenta anche un’idea di privazione.

Il suono onomatopeico S  è anche adatto ad esprimere e a riprodurre le impressioni sensoriali che sono in qualche modo legate a ciò che è liscio, levigato e anche a ciò che è veloce. È liscio ciò che  è saponoso,  ciò che slitta, ciò che glissa;  è veloce ciò che è svelto, lesto, ciò che schizza, sfreccia, si spiccia ad agire, che si slancia come una saetta, come una strale.

Quando ampliamo la gamma del suono “S”comprendendo anche “sc”, allora ci accorgiamo che esso può essere utilizzato per definire ciò che viscido, vischioso, sgusciante, lascivo, scivoloso, ciò che lascia una scia, o si scioglie e si discioglie, che infastidisce come un vento di scirocco, o appiccica in gola come uno sciroppo.

E magari possiamo utilizzarlo per respingere in modo dinamico qualcuno che desideriamo allontanare: sciò! sciò!          

Ma no, invece preferiamo lasciarci con tante S che provengono dai Poemi Conviviali,  dai potenti valori fonosimbolici, di cui il poeta Pascoli è stato maestro; qui parla dell’ultimo viaggio di Odisseo e del suo peregrinare per mare in una notte stellata:

«…

Egli era fisso in alto, nelle stelle, 

Ma gli occhi il sonno gli premea, soave,

E non sentiva se non sibilare

La brezza nelle sartie e nelli strali.

   E la moglie appoggiata all’altro muro

Faceva assiduo sibilare il fuso».

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Audio “FRA SIBILI E SUSSURRI”

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IL SUONO DELLA “U” DALLA PROTUSIONE ALLA TURPITUDINE

(articolo pubblicato nel mese di febbraio 2025 su Parole in rete)

Vogliamo continuare a essere politicamente scorretti, anche con gli animali?

Allora, che ne dite del grugnito del maiale, che grufola (gru, gru, gru). Sì, è vero che c’entra l’onomatopea, ma quella U lo mette subito in una posizione critica: il timbro grave fa sì che immaginiamo puzza, sporco. rotolamenti nello sterco . Povero porco, subito associato al putridume, al pattume, al sudiciume, alla pupù. Puah!

Anche l’UpUpa non si rende simpatica,  a causa del suo canto così monotono, tutto impostato sulla U: “hu hu hù, hu hu hù” seguito da uno stridore fastidiosissimo: a causa di tutta quella U e del suo nome che in italiano lo contiene, è accaduto che persino i poeti, sbagliando, l’abbiano considerata un uccello lugubre e nottuno: cosa completamente falsa perché in realtà è un uccello diurno. Il Foscolo ha osato scrivere nei Sepolcri: 

«…. E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,

l’upupa, e svolazzar su per le croci  

sparse per la funerea campagna 

e l’immonda accusar col luttuoso  

singulto i rai di che son pie le stelle  

alle obblîate sepolture….» 

Dunque la poveretta è stata associata fonosimbolicamente a ciò che è cupo, buio, lugubre.

Anche il gufo, in quanto a simpatie, non è messo meglio, ma almeno un uccello notturno, che bubola, lo è per davvero. Nelle mie notti estive  su un’isola del Mediterraneo sono circondata dal canto dell’assiuolo, gufo molto piccolo dagli occhi gialli, con i quali ipnotizza le sue prede. Io sono ipnotizzata dal suo canto (Chiù, chiù….); dopo un po’ smette, ma non ci si può illudere, riprenderà dopo pochi secondi e continuerà instancabile tutta la notte: meglio accettarlo e rassegnarsi.

L’usignolo ha senz’altro miglior fortuna non solo perché il suo nome contiene una sola U, ma anche perché ha un canto famoso per la sua bellezza.

Pascoli, quando voleva spaventarci della “notte nera come il nulla”, usava a profusione la allitterazioni in U:  

«E nella notte nera come il nulla,

A un tratto, col fragor d’arduo dirupo

Che frana, il tuono rimbombò di schianto:

Rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo…»

«Uhm»: sento un’esclamazione di incertezza; qualcuno non è d’accordo? 

Nel fumetto qualcuno sobbalza? «Ugh!». 

«Uff: che seccatura!»

Per articolare le U dobbiamo restringere la bocca, poi dobbiamo protendere le labbra, in modo da lasciare una piccolissima cavità circolare; dobbiamo anche far arretrare la lingua verso la parte posteriore della cavità orale; articolando il suono dobbiamo mettere in campo armoniche di bassa frequenza. È naturale che ci troviamo nel campo  dei grugniti, dei mugugni. È stato osservato  che quella nostra azione di mettere la bocca e le labbra “a trombetta” assomiglia molto alla mimesi di qualcosa di tubolare e di affusolato.

Non se la prenda a male il lettore (o ascoltatore), se terminerò con le parole di Molière, nel Borghese Gentiluomo, Atto II, scena 4 ( Due interlocutori: il Maestro di Filosofia e Monsieur Jourdain):

MAESTRO DI FILOSOFIA: La vocale U si forma avvicinando i denti, ma senza farli toccare, e

sporgendo le labbra in fuori, avvicinandole l’una all’altra, ma senza chiuderle : U.

JOURDAIN: U, U. Non c’è nulla di più vero: U.

MAESTRO DI FILOSOFIA: Le vostre labbra non si allungano come se faceste il muso? Difatti

se volete fare uno sberleffo a qualcuno o prenderlo in giro, basta che gli facciate : U.

JOURDAIN: U, U. Ma é vero ! Ah, ma perché non ho studiato prima per imparare tutto questo ?

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TENEBROSA SEPPUR GIALLA

(articolo pubblicato su Parole in rete nel febbraio 2025)

E così, è giunta dalla redazione Ansa la notizia che la farina di larve Tenebrio Molitor è stata inserita tra i novel food. La Commissione Europea ha autorizzato l’immissione in commercio della Macinazione di larve gialle della farina, trattata con raggi ultra violetti, inserendola tra i nuovi alimenti dell’Unione Europea. Nel testo viene precisato che nei prossimi cinque anni solo una società francese, denominata Nutri Earth, sarà autorizzata a immettere sul mercato il nuovo alimento. Sono state presentate al Parlamento Europeo delle obiezioni all’immissione in commercio della farina, da parte degli eurodeputati Alexander Bernerhuber del Ppe  e Laurence Trochu di Ecr, ma sono state respinte. Bruxelles definisce novel food gli alimenti che prima del maggio 1997 e fino ad oggi non sono mai stati consumati in modo rilevante.

Precedentemente era già stato data via libera alla farina di locuste migratorie, di vermi della farina minore e del grillo domestico. La farina di Tenebrio Molitor potrà essere utilizzata in tutti i prodotti farinacei, come pane, biscotti, impasti vari preparati per i prodotti da forno, e paste. Dovrà essere esplicitamente dichiarata sull’etichetta la presenza, secondo l’imposizione della legge. 

I fans di questa farina di larva dichiarano che è ricchissima di micro nutrienti come il ferro, il fosforo e il potassio e che rappresenta un’alta e valida fonte di proteine,viene quindi (da loro!) considerato un alimento ricco.

Nota: 

Se lo desiderano i nostri lettori potranno rileggere articoli  su Parole in Rete, in cui abbiamo trattato il tema dell’uso alimentare della farina di insetti. In particolare rammento il mio articolo “Solo grilli per la testa!” uscito sul n. 58 (aprile 2023).

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DANTE SAPIENTE DI MEDICINA

(articolo pubblicato su Parole in rete nel febbraio 2025)

Quando percorriamo le pagine dantesche, in particolare dell’Inferno, ci accorgiamo che l’autore inserisce molte osservazioni di tipo medico, sia quando descrive le condizioni disgraziate e le pene dei dannati, sia quando introduce commenti su se stesso e illustra il proprio stato di paura. Osserveremo entrambe le condizioni: la descrizione di punizioni infernali per mezzo di malattie che nell’Inferno vengono somministrate come castighi per i peccatori, e le debolezze, potremmo dire le fragilità, di Dante viaggiatore dell’Oltretomba.  

Dante era iscritto alla Corporazione dei Medici e degli Speziali, viene definito dagli studiosi come sapiens de medicina, vale a dire che conosceva teorie mediche medievali  con riferimento in modo particolare a Ippocrate, Galeno e Avicenna, massimo esponente della medicina araba. Alla Galleria degli Uffizi è conservato un dipinto di Andrea del Castagno che raffigura Dante  vestito con il lucco rosso, la veste dei medici. Nel Canto IV nomina i tre pilastri della medicina, che il viaggiatore dell’Oltretomba, Dante stesso, incontra nel Limbo, in mezzo a «gente di molto valore» e che pure non ha potuto assurgere ad altri luoghi beati perché privi del battesimo, nomina così  Ippocrate, greco di Kos (460-377 a.C.), considerato padre della medicina occidentale,  Galeno di Pergamo (129-201 d.C.), filosofo e medico,  e  il persiano Avicenna (980-1037 d.C.), medico, filosofo e matematico di cultura musulmana.

Nel canto XVII, veniamo a contatto con la quartana (malaria): Dante paragona se stesso, a causa della paura che prova, (e che rende coraggioso persino il servo di fronte a un valente signore)   a chi sia ammalato di tale malattia, che rende febbricitanti e tremanti:

«Qual è colui che sì presso ha ‘l riprezzo 

della quartana, c’ha già l’unghie smorte,

e trema tutto pur guardando il rezzo,

tal divenn’io alle parole porte;

ma vergogna mi fe’ le sue minacce,

che innanzi a buon segno fa servo forte».

Nel canto XX troviamo il termine parlasìa, vale a dire paralisi,  termine dell’italiano antico che indica una malattia che deforma il corpo e rende sconclusionato il movimento: è la punizione infernale riservata agli indovini. Gli indovini, infatti, avanzano lentamente, piangendo, ed ecco che Dante si accorge che hanno il viso voltato al contrario, verso il dorso, costretti dalla legge di contrappasso a guardare indietro, per aver cercato di predire gli eventi del futuro.

Nel Canto XXIV   facciamo conoscenza con l’oppilazion , cioè l’occlusione repentina dei canali anatomici, che causa l’epilessia: improvvisa incoscienza, convulsioni, smarrimento, amnesia. Siamo nella bolgia dei ladri, la settima, nella quale si muove una moltitudine di serpenti: i peccatori corrono nudi e spaventati con le mani serrate dietro la schiena. Una serpe si avventa su un dannato trafiggendolo al collo. E il peccatore arde incenerito. Il suo comportamento è analogo, dice Dante, a quello dell’epilettico che cade a terra, del tutto incosciente; al risveglio dalla crisi è tutto stordito. Simile a questo è il comportamento del peccatore:

«E qual è che cade, e non sa como,

per forza di demon ch’a terra il tira,

o d’altra oppilazion che lega l’uomo,

quando si leva, che ’n torno si mira

tutto smarrito della grande angoscia

ch’illi ha sofferta, e guardando sospira;

Tal era il peccator levato poscia».

Nel Canto XXIX , bolgia decima,  siamo fra i seminatori di discordia : condannati a essere mutilati, sventrati, sviscerati… insomma letteralmente fatti a pezzi, parcellizzati. 

«Tra le gambe perdevano le minugia  

la corata pareva e ‘l  tristo sacco  

che merda fa di quel che si trangugia.  

Mentre che tutto in lui vedere m’attacco,  

Guardommi, e con le man riaperse il petto,  

dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco!»

I falsari di metalli vi sono condannati dalla legge di contrappasso a essere sfigurati dalla scabbia e dalla lebbra, così come in vita sfigurarono in vari modi la verità. Due dannati, seduti uno contro le spalle dell’altro, si graffiano furiosamente con le unghie, per liberarsi dal prurito, inutilmente.

«Io vidi due sedere a sé poggiati,

com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

dal capo a piè di schianze macolati;

e non vidi già mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso,

né a colui che mal volentieri vegghia,

come ciascun menava spesso il morso

dell’unghie sopra a sé per la gran rabbia

del pizzico che non ha più soccorso…».

Sempre nel Canto XXIX menziona la peste, nello specifico la peste di Egina, quando dice: 

«Non credo cha veder maggior tristizia  

fosse in Egina il popol tutto infermo,  

quando fu l’aere sì pieno di malizia, 

che li animali, infine al piccolo vermo,  

cascaron tutti…». 

Si riferisce al momento in cui la dea Giunone scagliò la peste contro la ninfa Egina, amata da Giove.

Il Canto XXX è, per così dire, un concentrato di malattie. Siamo ancora nella bolgia decima, fra i falsari della persona, i falsari della moneta, i falsari della parola. Fra coloro che finsero di essere un’altra persona incontriamo i rabbiosi, condannati a correre, addentando gli altri dannati.

«Ma né di Tebe furie né troiane

si vider mai in alcun tanto  crude,

non punger bestie, non che membra umane,

quant’io vidi due ombre smorte e nude,

che mordendo correva di quel modo

che ‘l porco quando del porcil si schiude».

I falsari di moneta sono affetti da idropisia,  malattia causata da un accumulo di liquidi che fa gonfiare il corpo. Tocca a mastro Adamo che si lamenta della sete incessante che lo tormenta: l’idropisia gli deforma la pancia facendogliela gonfiare a dismisura.

«La grave idropesì, che si dispaia

le membra con l’amor che mal converte, 

che ‘l viso non risponde alla vetraia,

faceva lui tener le labbra aperte

come l’etico fa, che per la sete

l’un verso il mento e l’altro in su rinverte».

I falsari della parola giacciono stretti uno all’altro, afflitti da un gran febbrone che procura loro il delirio: giusto contrappasso per chi ha falsificato con le parole, mescolando alle vere quelle false.

«E io a lui: “Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate ‘l verno,

giacendo stretti a’tuoi destri confini?»

Poi si snoda un dialogo fra l’idropico, maestro Adamo e il falsario di parola Sinone, che turlupinò i Troiani con false spiegazioni sul cavallo.

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AUDIO RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (ottava parte)

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VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA (ottava parte del racconto di Letizia Gariglio)

(pubblicato su Parole in rete nel febbraio 2025)

La signora considerava il pianoforte, impacchettato fino al giorno dopo, al sicuro. Non gli diede più nessuna attenzione.Carlo, non sapeva come neppure lui, non era morto. Era distrutto, sfiancato, disperato, schiacciato al fondo del baratro. Questa volta disperò di risalire mai più. Tuttavia era vivo. 

«Nessuno può aiutarmi», si disse, «devo rassegnarmi a morire?» 

Allora rivolse il pensiero a Dio, e pregò: 

«Nessuno può aiutarmi», si disse, «devo rassegnarmi a morire?» 

Allora rivolse il pensiero a Dio, e pregò: 

«Madre divina», implorò, «Madre di tutte le creature e di tutti i tarli, aiutami. Se esiste ancora una strada per me, indicamela. Madre, aiutami. E risparmiami la tortura del microonde».

Un’infinita dolcezza raggiunse la sua anima e comprese che nella vita o nella morte la misericordiosa Madre sarebbe stata accanto a lui. Con un nuovo senso di accettazione nel cuore si dispose a affrontare il suo destino, placato e privo di paura. Se ne stava quieto al fondo del baratro, quando cominciò a sentire dei piccoli picchiettii non molto distanti da lui.

Anche Carlo picchiettò.

Ancora picchiettio dall’altra parte. 

E Carlo rispose. 

«C’è qualcuno», si disse Carlo, «qualcuno in qualche anfratto vicino, nel mio stesso pianoforte».

«Chi sei? Rispondimi». E ancora: «Io sono Carlo il tarlo. E tu?»

E dopo un po’: «Sono Carlotta; sono una tarlotta».

Una nuova energia investì Carlo il tarlo, che si gettò a picchiettare, a agitarsi, a aggrapparsi lungo le lisce pareti del baratro. Una nuova speranza muoveva i suoi gesti.

«Ti prego, vienimi in aiuto», diceva Carlotta la tarlotta. «Ho appena sfarfallato, non voglio morire così giovane».

Carlo non aveva mai pensato di diventare un free-climber, non ci si era mai sentito particolarmente portato, ma ora percepiva di godere, all’improvviso, di una forma atletica eccezionale. Pur di raggiungere Carlotta la tarlotta avrebbe scalato a zampe nude anche la Mole Antonelliana. Nella sua immaginazione Carlotta aveva preso ogni spazio della sua mente: era bellissima. Un nuovo sentimento lo stava invadendo:

«Carlotta, se ci salveremo voglio passare tutta la vita con te», le diceva.

E lei:«Ti amerò per sempre».

Una nuova speranza li animava, una nuova forza muoveva i passi di entrambi: era la forza dell’amore.

Fu proprio quella forza che permise a entrambi di unirsi sulla terra del DO.

Anche la prima piattaforma da cui era partito Carlo era il tasto di un DO. Ma il livello che ora aveva raggiunto, grazie alla spinta del sentimento, era il DO di un’ottava superiore: l’altezza delle vibrazioni era doppia di quella della nota di partenza. Carlo il tarlo si chiese se era questa la meta che doveva raggiungere.

«È questo lo scopo della vita di un tarlo?», si chiese. Non sapeva rispondere.

Aveva affrontato un percorso che gli era sembrato interminabile per arrivare fino lì; era salvo, era innamorato; ora, se fosse ancora partito per grandi viaggi d’esplorazione, l’avrebbe fatto insieme alla sua compagna Carlotta. Qualcosa era certamente cambiato nella sua vita: sentiva che la direzione era quella giusta.

Il giorno seguente il pianoforte fu definitivamente spacchettato, liberato dalla pellicola che lo ricopriva. Un accordatore era giunto per sistemare alla perfezione il pianoforte.

«Signora», disse l’accordatore, «vorrei proporle di accordare il pianoforte con un LA verdiano». La padrona di casa in realtà sapeva ben poco di musica e di pianoforti. Tuttavia accettò.

Quando l’accordatura fu compiuta l’uomo, che era anche un bravo pianista, si sedette al pianoforte, e suonò. Una meravigliosa melodia si propagò per la casa.

Carlo e Carlotta, a mano a mano che sentivano i suoni propagarsi, percepivano che le note vibravano con quelle del loro cuore: come si stava bene in quella casa! Era meraviglioso ciò che poteva uscire da quel pianoforte: stabilirono che avrebbero fatto ai suoi legni il minor numero di danni possibile.

«Deporremo le nostre uova in altri legni della casa», concordarono fra loro «e lasceremo che questo pianoforte viva a lungo: quale altro legno sa emettere simili armonie?»

Forse grazie al pianoforte, o più probabilmente grazie all’amore, Carlo e Carlotta si sentivano vibrare in sintonia con l’intero universo:

«C’è posto per tutti, per noi tarli, per la musica, e persino per quel ragazzino pestifero che gira in questa casa. Chissà che un giorno non possa essere raggiunto anche lui da una briciola di saggezza dei tarli!»

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VECCHIE DOMANDE SUL “NUOVO” NUCLEARE

(articolo pubblicato su Parole in rete nel gennaio 2025)

La nostra generazione ha vissuto nell’età adulta una tremenda tragedia nel corso del Novecento, quando a Chernobyl accadde un tremendo incidente, avvenuto il 26 aprile 1986. Ne fummo profondamente segnati. L’onda emotiva che ne seguì bastò a produrre una vasta consapevolezza circa la pericolosità degli impianti nucleari e la produzione di energie di tipo nucleare. In Italia la conseguenza fu immediatamente registrabile con il risultato dei referendum abrogativi del 1987: si votò allora per cinque referendum, tre dei quali riguardavano il nucleare. In realtà nessuno dei tre quesiti chiedeva l’abolizione o la chiusura delle centrali nucleari, tuttavia in seguito alla vittoria dei «sì» la conseguenza fu, nel nostro paese, la dismissione progressiva delle centrali. I risultati si asseverarono poi, in seguito al referendum del 2011, che prevedeva l’abrogazione delle norme che consentivano la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare. 

Per molti anni presso l’opinione pubblica il discorso sul nucleare è rimasto assopito, senza che molti si rendessero conto di avere a che fare con un enorme serpente arrotolato in apparente condizione di riposo. La dismissione delle centrali ha riguardato peraltro solo l’Italia, mentre i paesi limitrofi hanno finora continuato a produrre, a una manciata di chilometri dalle nostre case, l’energia nucleare. Fatto sta che ora in Italia il dibattito sull’argomento si è riacceso. 

Nel frattempo il modo di produrre energia nucleare è molto cambiato. Ora si assicurano soluzioni efficaci per lo smaltimento delle scorie, che sono divenute riciclabili, a parere dei sostenitori del nucleare. 

Si ha oggi una certa consapevolezza che le energie rinnovabili, quella solare e quella eolica, non sono in grado di coprire il fabbisogno: la produzione è intermittente, in dipendenza da sole e vento ed è indispensabile l’immagazzinamento dell’energia prodotta. Inoltre, ad esempio, il fotovoltaico genera altri problemi-di smaltimento. Ma lo spauracchio che rimane fondamentale è il rischio di proliferazione nucleare. Oggi tuttavia sono presenti in Italia gruppi di fisici e ingegneri convinti che non possa avvenire una transizione energetica senza una stretta collaborazione del nucleare con le energie rinnovabili. Ci spiegano che il nucleare non è, malgrado tutte le nostre percezioni, pericoloso, ci blandiscono narrandoci che le centrali nucleari non esplodono, non possono esplodere: nemmeno il reattore 4 di Chernobyl è esploso, è avvenuta invece un’emanazione di vapore saturo che ha scoperchiato il nocciolo e ha causato una contaminazione radioattiva (non una reazione a catena incontrollabile di fissione). Gli scienziati non possono però non ammettere che una dispersione di radiazioni sia in ogni caso un evento molto pericoloso. Oggi i reattori nucleari in sperimentazione sono di quarta generazione, le centrali sono più piccole e i reattori saranno in grado di ottimizzare i rifiuti del nocciolo del reattore, diminuendone sia la quantità che i livelli di tossicità radiologica.

Nei paesi europei, l’atteggiamento nei confronti del nucleare è duplice e vede i paesi divisi fondamentalmente in due grandi blocchi: quelli a favore e quelli contrari. Tra quelli contrari vi è stata fino a ora, ovviamente, l’Italia, dove le quattro centrali nucleari che erano precedentemente presenti sono state chiuse nel 1987 e da allora non sono state aperte nuove sedi; vi è inoltre la Spagna, dove nel ‘23 è stato previsto lo spegnimento delle cinque centrali operative  – spegnimento che dovrà avvenire entro il 2035;  una situazione simile si verifica anche in Germania, dove nel ‘23 sono stati chiusi gli ultimi tre reattori dopo sessant’anni di attività: la Germania, infatti,  ha deciso di rinunciare all’energia nucleare. Gli Stati Uniti sono il paese che produce fino ad oggi più energia elettrica di origine nucleare, seguono in ordine la Cina, la Francia, la Russia, la Corea del Nord e il Canada. Il Regno Unito possiede 125 reattori nucleari operativi e quindi, in questo senso, precede gli Stati Uniti che ne ha 99; la Francia è il paese al mondo che produce maggiore energia attraverso il nucleare per un totale del 55% di energia. Vi sono programmi in Cina, in Russia, India, Stati Uniti e Paesi di nuova industrializzazione come l’Egitto, la Turchia e gli Emirati Arabi, per la costruzione di nuove centrali nucleari.

Subito dopo il discorso del ministro Pichetto dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, a favore del nucleare, sono intervenute le associazioni ambientaliste, tra cui il WWF Italia, a spiegare come loro ritengano che il nucleare renderebbe ancora più cara l’energia elettrica: bisognerebbe infatti aggiungere i costi di smantellamento delle vecchie centrali nucleari, i costi di bonifica dei siti nucleari contaminati, i costi di gestione dei rifiuti radioattivi generati dalle barre del combustibile nucleare esaurito; inoltre, l’energia elettrica generata con i reattori modulari più piccoli, proposti per l’Italia e che ancora non sono stati costruiti in nessun paese occidentale, costerà di più di quella prodotta dai reattori più grandi; WWF definisce insensato un possibile ritorno al nucleare in Italia, soprattutto perché non terrebbe conto dei pronunciamenti referendari.Anche Green Peace interviene nella discussione e dichiara: «L’energia nucleare ha costi insostenibili, è pericolosa e genera enormi quantità di scorie radioattive che non possiamo smaltire. Solo le fonti rinnovabili possono fermare il cambiamento climatico, fornire energia pulita e porre fine all’incubo nucleare». Rammentano l’incidente di Fukushima seguito a quello di Chernobyl, quando enormi quantità di radiazioni furono rilasciate, centinaia di migliaia di persone furono costrette all’evacuazione, vennero contaminati fiumi e foreste, divennero inabitabili aree estesissime e vi furono danni economici incalcolabili. Dicono: «Incidenti del genere hanno chiarito in modo evidente che questa tecnologia non può essere controllata in caso di catastrofe». Adducono anche ragioni economiche, dichiarando: «A dissuaderci dal ritorno al nucleare dovrebbe bastare il fatto che si è rivelato un fallimento economico sia in Francia sia negli Stati Uniti. I costi dell’impianto francese di Flamanville sono levitati a 19,1 miliardi di euro, invece dei 3,3 miliardi stimati, mentre due dei quattro reattori in costruzione negli USA sono stati cancellati e gli altri due proseguono a costi esorbitanti, da circa 9 miliardi di dollari si è già passati una stima di circa 32 miliardi. Non è andata meglio ai due reattori di Hinkley Point in Gran Bretagna che dovevano costare 18 miliardi miliardi di sterline e oggi sono stimati a 46 miliardi».

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RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (settima parte)

(pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)

Stremato si abbandonò prono su FA. Tutte le membra gli dolevano. Tese le orecchie ai rumori della casa, per ascoltare cosa stesse avvenendo intorno a lui. Tutto taceva. La notte era calata su di lui, sugli altri abitanti della casa, e anche sul pianoforte che lo ospitava. Non si accorse neppure di essere scivolato in un lungo sonno ristoratore. Se ne rese conto solo al mattino, quando la casa si rimise in movimento. L’attenzione di Carlo si era risvegliata con i profumi di caffellatte, con le sveglie che nelle camere da letto avevano suonato, con la luce del sole che aveva raggiunto il pianoforte con il coperchio sollevato. Aveva molto timore. Si tranquillizzò solo quando pensò che tutti gli abitanti della casa fossero usciti. Era una bella giornata luminosa, la superficie delle piattaforme del pianoforte si stava riscaldando al tepore del sole. La stessa piattaforma su cui lui aveva trascorso la notte sembrava brillare alla luce; Carlo notò che era lucida e liscia: molto diversa dal torroncino. 

Mentre si aggirava con cautela sentì che qualcuno infilava la chiave nella toppa. Si irrigidì a causa di una paura mortale e contemporaneamente fece un acrobatico salto all’indietro. Era stata un’azione così rapida e così audace che aveva in un colpo solo saltato la collina nera e raggiunto il tasto del SOL.

«Chi sarà entrato?», si chiese, terrorizzato che potesse trattarsi del restauratore assassino.

Era il giovane maialino di casa che, non abbastanza soddisfatto del panino con nutella che sua madre gli aveva preparato, era tornato indietro per procurarsi anche una scatola di biscotti da portarsi a scuola. Andò direttamente verso la dispensa in cucina. Trovò i biscotti e se li mise sotto braccio. Si avviò verso la porta. Poi cambiò idea ancora una volta. Si diresse nuovamente verso la cucina dove acchiappò un sacchetto di patatine. Decise di strafogarsi subito con le patatine, non visto da sua madre. Per lui però era già troppo difficile tenere i biscotti con una mano e aprire il sacchetto delle patatine con l’altra, così decise di appoggiare da qualche parte la scatola di biscotti. Il pianoforte gli sembrò il luogo ideale. La tastiera era esposta senza coperchio, mollò sopra i tasti i biscotti e si diede da fare a strappare con i denti il sacchetto di patatine: non aveva tempo per fare un lavoro più accurato. Poi piegò la testa all’indietro, spalancò la bocca e lasciò cadere in quel suo pozzo senza fine una considerevole massa di patatine. Per quanto abituato a ospitare in quella sua bocca spalancata dosi spropositate di cibo, questa volta il ragazzino aveva esagerato. Tossì convulsamente, sputacchiò da tutte le parti briciole di patatine, tossì ancora, poi finalmente andò a bersi un bicchiere d’acqua.

Sparate in tutte le direzioni, le patatine si distribuirono equamente fra pavimento, tappeto e, naturalmente, tastiera del pianoforte, dove si erano depositate sotto forma di polvere fra un tasto e l’altro, quasi chiudendo le articolazione dei tasti. Carlo si chiese se altri pianoforti al mondo fossero abituati a simili trattamenti. A lui però non era andata troppo male. Le briciole di patatine avevano praticamente formato un’unica superficie, che comprendeva tasti neri e tasti bianchi. 

SOL si era unito al suo nero diesis, al successivo LA, al LA diesis, raggiungendo anche il SI.

I successi da esploratore avevano ringalluzzito Carlo il Tarlo, che ora era pronto a tirarsela. Ma, siccome proprio sciocco non era, veniva spesso assalito dal dubbio che il cacciatore di tarli tornasse a tormentarlo. Faceva bene a stare all’erta, perché in uno dei giorni seguenti fu costretto a riconoscere la sua voce. Si era presentato alla porta di casa con borse, bauli e bauletti: un’attrezzeria che qualunque artigiano gli avrebbe invidiato.

«Ho portato tutto il necessario con me, signora», sentì che scandiva a alta voce. «Siamo pronti a eliminare i tarli per sempre. Ecco, qui ho l’essenza di permetrina».

Carlo capì subito che quella sostanza era il potente veleno con cui volevano eliminarlo dal pianoforte e forse dalla terra. Non aveva tempo per cercare un nascondiglio adeguato. Scivolò verso una delle voragini che tanto temeva, si aggrappò con le zampe anteriori al piano del tasto e pregò di non essere visto. L’uomo avanzò verso il pianoforte, lo scoperchiò e iniziò con un compressore a soffiare tanta aria nei buchi che il tornado provocato pochi giorni prima dal naso del ragazzino al confronto sembrava un po’ di brezza. Carlo fu tragicamente spinto dai venti del compressore verso il basso, verso il fondo.

Poi l’uomo cominciò a infilare una siringa puzzolente nei cunicoli dove lui fino a qualche tempo prima aveva vissuto. Agiva meticolosamente, cercando di fare in modo che nessun buco gli sfuggisse. Allora, come non bastasse, con cera e spatola chiuse tutti i cunicoli. Infine impacchettò tutto il pianoforte in una pellicola di plastica trasparente:

«Se qualche tarlo è rimasto vivo, privandolo dell’aria domani non lo sarà più», sentì che diceva. Aggiunse: «Se lei avesse qualche dubbio sui risultati del trattamento, sappia che abbiamo una macchina portatile per cuocere i tarli al microonde».

Fu solo allora, all’idea di essere cotto al microonde, che Carlo si sentì morire. Non riusciva più a respirare. Per la paura? Per la reale mancanza d’ossigeno? Pensò che la sua vita sulla terra del pianoforte era finita per sempre, il suo tempo era finito per sempre. Non era sicuro di aver fatto tutto ciò che in questa vita avrebbe potuto fare. La vita sfuggiva e a lui sembrava di esservi solo affacciato, non gli pareva di aver completato la sua esperienza. Era davvero tutto finito?

L’uomo aveva completato il suo lavoro da killer. Aveva rimesso in ordine i suoi attrezzi e se ne stava andando. La signora aveva pagato l’uomo per il suo drastico intervento, ora si attardava a confabulare ancora un po’ con lui sulla soglia, mentre lo accompagnava; non visto il giovane Homer di casa si avvicinò quatto quatto al pianoforte. Non voleva farsi vedere da sua madre, che come sempre l’avrebbe sgridato.

«A proposito, signora», stava aggiungendo l’uomo «non lasci banchettare suo figlio sul pianoforte: c’era di tutto in quei tasti, dalle patatine alla cola. Lo credo che poi arrivino i tarli».

Le ultime parole non erano piaciute per niente al ragazzino, che pensava: «Di cosa si impiccia, quello?» E fu preso da un moto di rabbia. Così strappò il foglio di plastica trasparente, infilando un dito dentro, e lasciò allo scoperto un angolo della tastiera.

L’aria raggiunse il povero coleottero nel momento in cui aveva quasi perso conoscenza.

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AUDIO RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (settima parte)

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TUTTO È NATO DA UN LABORATORIO

(articolo pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)

Sono 520 le pagine del rapporto uscito nel mese di dicembre del Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic, che ha lavorato negli Stati Uniti per comprendere origini, cause, andamento e esiti della pandemia che ha colpito il mondo negli anni trascorsi. S’intitola After Action Review of the Covid-19 Pandemic: The lessons Learned and a Path Forward: è reperibile in Rete.

La Commissione ha tratto alcune conclusioni piuttosto sconvolgenti, non già perché non fossero state formulate in forma ipotetica, ma perché ora tutti quelli che venivano definiti sospetti di natura complottistica sono stati confermati sul piano della realtà. 

Vediamo i punti principali del documento.

È stato confermato che il virus COVID-19 possiede delle caratteristiche biologiche non reperibili in natura. I dati esaminati dimostrano che tutti i casi di COVID sono derivati da una singola  – una sola – introduzione negli esseri umani e ciò risulta essere in contrasto con tutte le precedenti pandemie in cui si erano verificati una serie di eventi di spillover. Wuhan ospitava il più importante laboratorio cinese di ricerca sulla SARS e i livelli di biosicurezza erano inadeguati. I ricercatori del Wuhan Institute of Virologi (WIV) si sono ammalati di un virus del tutto simile al COVID-19 nell’autunno del 2019, vale a dire alcuni mesi prima che il COVID venisse scoperto al mercato ittico. Nessuna prova esiste circa un’origine naturale della pandemia. 

Nel documento si fa ripetutamente riferimento all’operato del dottor Fauci, il quale lungamente ha promosso la narrazione sua preferita secondo cui il COVID aveva avuto origine in natura. 

Anche l’OMS viene preso di mira perché il suo operato è stato un fallimento assoluto, avendo anteposto alcuni interessi politici ai suoi doveri internazionali. 

Quanto alla raccomandazione che era stata operata di distanziamento sociale (sei piedi di distanza) che aveva fatto sì che si determinasse la chiusura delle scuole e delle attività commerciali in tutto il paese, essa è stata giudicata «arbitraria e non basata su evidenze scientifiche».

Sull’argomento dei  lockdown prolungati, essi «hanno causato danni incommensurabili all’economia americana ma anche alla salute mentale e fisica degli americani con un effetto particolarmente negativo sui cittadini più giovani. Invece di dare priorità alla protezione delle popolazioni più vulnerabili, le politiche del governo federale e statale hanno costretto milioni di americani a rinunciare a elementi cruciali di una vita sana e solida finanziariamente». 

Il documento interviene anche su quello che fu l’uso obbligatorio delle mascherine e si dice che in realtà non vi era nessuna prova che le mascherine proteggessero efficacemente gli americani dal COVID.

La comunicazione attorno al COVID-19 è stata giudicata fallace poiché i funzionari pubblici hanno diffuso disinformazione attraverso messaggi contrastanti, alcune reazioni impulsive e una diffusa mancanza di trasparenza. Si dice esplicitamente che la teoria della fuga dal laboratorio era stata ingiustamente demonizzata dal governo federale. 

Veniamo ora ai vaccini; nel documento si incoraggia un rapido sviluppo di un efficace vaccino contro il COVID che possa contribuire a salvare tante vite,  d’altra parte, tuttavia, si sottolinea come il vaccino che è stato utilizzato non abbia affatto fermato la diffusione e la trasmissione del virus. Si sottolinea inoltre che esso è stato imposto dal governo. Si aggiunge che gli obblighi vaccinali non erano supportati dall’evidenza scientifica e hanno certamente causato più danni che benefici; obbligando la popolazione a sottoporsi al vaccino sono state calpestate le libertà individuali ed è stata ignorata la libertà medica di ogni individuo di scegliere per sé, senza che vi fossero prove sufficienti a supportare le decisioni politiche prese.

A causa della chiusura delle scuole gli allievi hanno sperimentato una grave perdita storica di apprendimento, un aumento dei casi di disagio psicologico, un calo del benessere psicofisico in generale, mentre la scienza in realtà non ha mai giustificato le chiusure prolungate delle scuole.

Tra le conseguenze più gravi vi sono naturalmente quelle economiche: la pandemia ha avuto un impatto devastante sull’economia globale, migliaia di aziende sono state costrette a chiudere, alcuni settori hanno subito maggiormente di altri dei danni piuttosto gravi, milioni di persone a causa della gestione errata della pandemia hanno perso il lavoro.

Una delle principali conclusioni del rapporto riguarda la gestione delle risorse sanitarie a le gravi inefficienze nel sistema sanitario e soprattutto nella gestione dei fondi. Viene puntualizzato che le risorse sono state gestite male, non sono state monitorate a dovere, sono state distribuite in modo inefficiente, in modo tale da contribuire a creare delle frodi, sono stati realizzati degli sprechi ingenti e in tal modo è stata deteriorata la fiducia del pubblico nelle istituzioni sanitarie.

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TU VUÒ FA L’AMERICANO

(articolo pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)

Lo slogan dell’erede della famiglia Kennedy, scelto da Trump per far parte del governo, è ora «Make America healthy again», «Riportare l’America di nuovo in salute».

Ma come lo farà? Mangiando hamburger e bevendo Coca-Cola, e dunque implicitamente invitando gli altri a fare allo stesso modo? Sì, è vero che dopo essere stato immortalato in una storica foto scattata su un jet con Trump e Musk ha subito precisato che sarebbe stato l’ultimo pasto con junk food, prima di dar corpo al nuovo piano per la salute: del resto chi di noi riesce a sottrarsi al cibo spazzatura dal momento che nessuno di noi è in grado di sfuggire al globalismo alimentare?

Nel comunicato con il quale il 14 novembre Trump ha conferito l’incarico a Robert Kennedy come Capo Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha dichiarato di desiderare garantire per tutti la protezione da sostanze nocive, prodotti farmaceutici nocivi, pesticidi, additivi alimentari che hanno portato gli americani a essere malati o potenziali malati, spesso obesi. Come arrivarci sarà un problema di Kennedy, che in quella foto dà la sensazione di chi sia molto preoccupato e si renda conto di non aver cominciato troppo bene: forse si domanda come raggiungere il proprio obiettivo, in dissonanza con la presentazione della tavola imbandita sull’aereo con hamburger, patatine e coca-cola.

Del resto, che cosa potrebbe rappresentare gli USA nel mondo più di hamburger e patatine? Ma gli emblemi non diventano tali senza prima essersi radicati profondamente nella cultura di un popolo, occupandone capillarmente testa cuore e intestino. 

Trump ha dichiarato di Kennedy che egli «contribuirà a riportare l’America in salute; è un uomo eccezionale e si impegna veramente». Da parte sua Kennedy ha detto che gli Americani «sono stati schiacciati dal complesso alimentare industriale e dalle aziende farmaceutiche che hanno ingannato e dato informazioni errate sulla salute pubblica». Ha anche affermato che il Dipartimento della Salute (HHS) svolgerà un ruolo importante nel ripristinare una giusta linea di pensiero e di azione nella ricerca scientifica «per porre fine al dilagare di malattie croniche e per rendere l’America di nuovo grande e sana». 

Sono parole che ci piacciono, che piacciono a quella parte di tutti noi che ancora si ostina a credere in un mondo migliore. E non solo per l’America. 

Dice Kennedy: “Quando mio zio era presidente il 6% dei nostri figli aveva una malattia cronica, oggi sono il 60%; il 3% era obeso, oggi il 70%». La situazione è poco dissimile da altre, comprese la nostra: non occorre essere complottisti per avere ormai un’idea chiara dei danni procurati dai nostri vaccini, delle disinformazione ricevute, delle imposizioni basate su falsità, imposte nel periodo COVID, delle terrorizzazioni subite. In fondo, non dispiacerebbe nemmeno a noi ricevere parole di rassicurazione circa un futuro di politiche sanitarie rivolte al bene dei cittadini. Non ci rimane che augurarci che il lavoro di Kennedy possa seguire il flusso delle intenzioni dichiarate. 

Intanto, sul piano personale, per tutti noi è difficile disancorarci dalle nostre pessime abitudini di uomini frettolosi, piuttosto viziati … e molto condizionati. Molti di noi ricercano nel cibo alto contenuto di zuccheri, elementi che forniscono un alto livello di energia a breve termine e un nutrimento piuttosto basso: adorato junk food! Spesso junk Food e fast-food trovano reciproca alleanza: quando una preparazione veloce (e un consumo veloce) si alleano alla bassa qualità il disastro si potenzia, soprattutto se si aggiunge nel junk food la presenza, oltre a quella dei grassi, di coloranti e di edulcoranti di vario genere, di conservanti chimici, di esaltatori del gusto, di calorie,  mentre nel contempo si depotenzia il cibo di fibre, di vitamine, di proteine di buona qualità, vegetali e minerali. E il junk food, si sa, crea dipendenza, oltre a gravi forme di malnutrizione. Anche noi italiani non ne possiamo fare a meno, e annoveriamo nel gruppo degli elementi sbagliati certe pizzacce industriali di bassa lega. 

Tuttavia va detto che rimane l’America lo stomaco pulsante del cibo spazzatura, perché lì è stato inventato e poi prodotto industrialmente in serie. Poi si è esteso in tutto il mondo sotto forma di merendine, crackers, bibite gasate, snack, pop-corn, semi dolcificati, caramelle, dolciumi … 

Il cibo spazzatura ci domina, ci possiede, semplicemente perché soddisfa il palato, e ci spinge così a ripetere l’esperienza del senso di appagamento e di gratificazione, che ci rende euforici e ci fa rilasciare la dopamina conseguente all’esperienza piacevole, ma tra l’altro è in grado di alterare il nostro senso di pienezza, spingendoci verso la ciotola come fossimo un Labrador. 

Se davvero l’America iniziasse una strada di miglioramento sul cibo gli effetti si potrebbero percepire presto in tutto il mondo!

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AUDIO RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (sesta parte)

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RACCONTO “VIAGGIO DI UN TARLO IN UN’OTTAVA” (sesta parte)

(articolo pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)

Carlo era contento che il suo potenziale assassino se ne fosse andato, ma restava in grande agitazione. Cercò di calmarsi.

«Farò così», si disse, «farò finta di essere ancora una larva, quando vivevo nelle profondità delle gallerie. In fin dei conti in una fase della mia vita io ho conosciuto questa condizione: sono esistito allo scuro, al buio, nelle profondità del legno. Ora penserò così: io sono in grado di affrontare questa situazione. Ce la farò». Con la forza della disperazione si aggrappò con tutte le sue zampe sui bordi lisci della voragine e provò a affrontare la risalita. Secondo i suoi calcoli, se si teneva verso monte, a un certo punto avrebbe dovuto trovare le sponde della piattaforma nera: anche fra DO e RE, e poi fra RE e MI aveva trovato una piattaforma nera.

Ma quella piattaforma, questa volta, ci sarebbe stata? Si sarebbe profilato un pezzo di terra provvidenziale che l’avrebbe accolto come un naufrago? Giungere fino alla terra successiva, date le condizioni in cui si trovava, sarebbe stato davvero arduo. Era stanco, stanchissimo, spaventato, deluso dal comportamento degli uomini. E soprattutto, si sentiva tanto solo. Iniziava a dubitare delle sue forze, Peggio: dubitava di aver davvero voglia di vivere. Dubitava di voler partecipare a quel mondo che l’aveva messo in queste dure condizioni. Pensò a sua madre, in cerca di conforto. Ma ora neanche quel pensiero riuscì a aiutarlo. Allora, Carlo il tarlo pianse.

Piangeva così disperatamente che non gli importò un bel nulla quando sentì il ragazzino avvicinarsi a quello che quei due chiamavano pianoforte. Percepì che il ragazzino cercava la sua presenza fra gli anfratti. Non si chiese se era per curiosità o perché volesse dargli la caccia. Mani Impiastricciate, tanto per cambiare, teneva in mano un cono gelato, con torroncino e cioccolato. Lo leccava rumorosamente, ma lo inclinava pericolosamente verso le piattaforme, finché una bella noce di gelato cadde, infilandosi fra una piattaforma e l’altra. Si infilò anche nella fessura dove si trovava Carlo. Lì, per sua fortuna si incuneò la parte di squisito torroncino, piena di granellini macinati non troppo finemente. Carlo fu tentato di dargli un’assaggiatina: che bella consistenza, pensò, questa materia granulosa, questi corpuscoli legnosi così saporiti. Ma non li lasciò tentare a continuare nei suoi assaggi. Gli era sopravvenuta l’idea che quei minuscoli corpuscoli che si erano incastrati nelle fessure fra le piattaforme avrebbero potuto aiutarlo nella sua risalita. Forse avrebbe potuto usarli come gradini.

Raccolse le sue ultime forze e, aggrappandosi ai minuscoli granelli di torroncino, intraprese la scalata, deciso a riuscirci. Una voce interna lo guidava: «Forza, Carlo, fai così; fa’, Carlo, fa’; Forza, Carlo, fa… fa…». Quando finalmente giunse, baciò la terra che l’aveva accolto. 

La chiamò FA.

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ELEGIA PER UN’APE

(articolo pubblicato su Parole in rete nel mese di dicembre 2024)

È ormai una quindicina d’anni circa che apicoltori e scienziati segnalano la progressiva diminuzione del numero delle api e delle colonie: troppi pesticidi hanno inquinato i territori, una serie di attacchi di altre specie e una lunga fila di patogeni hanno creato grandi problemi; sappiamo dell’importanza delle api negli ecosistemi naturali perché esse sono implicate nell’impollinazione delle piante spontanee. La riproduzione di alcune specie sia alimentari sia non alimentari dipende esclusivamente da questi insetti. Se le api, tutte le api scomparissero, avremmo un effetto drammatico sull’ambiente, così come oggi è conosciuto, e si arriverebbe addirittura, forse, alla progressiva scomparsa delle piante.

Ma qui, ora, per quanto le api ci siano molto care, non ci occuperemo di questi insetti nel loro complesso, ma desideriamo lamentarci un po’, esercitando l’arte del piagnisteo, per la scomparsa di un’ape in particolare.

È proprio vero che gli insetti ce li vogliono solo fare mangiare: quando ne gira uno che ci piace, è utile, costituisce un pezzo importante della nostra storia, ecco che ce lo portano via. Così l’Ape su tre ruote se ne va a farsi costruire in India, dopo 76 anni di presenza sul suolo italico. Una piccola perdita, forse un’inezia nel panorama generale dei disastri planetari. Certo, eppure ecco un ulteriore segnale di un mondo che finisce. 

Che cos’è un’ape rispetto alle auto a guida completamente automatizzata? Eppure…

Progettata dall’ingegnere aeronautico Corradino d’Ascanio come motofurgone derivato da uno scooter  (lo stesso ingegnere aveva inventato anche la Vespa) ora verrà fabbricata solamente in India per il mercato locale e per quello africano. 

Nacque nel ‘48 nella nostra Italia stremata dalla guerra, povera di mezzi, divenendo presto un’icona, l’ideale rappresentante di una cultura e di un’operosità di un Paese che voleva rinascere, non solo in campagna. 

Oggi, rimasti orfani a causa delle normative europee stringenti, non ci rimane che dedicarci, con tono misto e sognante, a un po’ di sfogo sentimentale per il mondo che stiamo perdendo.

Elegia per un’ape, per un Ape

Oh, veicolo caro ai campi, alle piazze e ai cuori,
mitico ronzio che tra le colline vibrava,
là, dove il sole d’Italia splendeva sui borghi,
oggi ti sposti lontano, tra genti e terre straniere.

Non più le mani operose di Pontedera ti forgiano,
ma altri cieli t’attendono, indomite strade.
Resti memoria d’un’era, d’un sogno italiano,
piccola Ape, nei cuori per sempre sarai.

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L’EMERGENZA CLIMATICA È FINITA!

(articolo pubblicato su Parole in rete nel dicembre 2024)

Nel 2019, l’ingegnere danese Guus Berkhout ha dato vita insieme con il giornalista scientifico Marcel Crok a un’organizzazione denominata Clintel, una fondazione cui partecipano scienziati di livello mondiale, che esprime profondo dissenso verso la natura antropica del riscaldamento globale. Recentemente, in novembre, il Climate Intelligence Group (Clintel) ha tenuto una conferenza internazionale sul clima presso la sede del Parlamento ceco. Al termine dell’evento (14 novembre) hanno dichiarato ufficialmente conclusa l’emergenza climatica. 

Può sembrare una dichiarazione shock ma gli eminenti scienziati, in numero di 1961, ritengono che sia esagerata l’importanza che il pensiero unico climatico ha espresso attorno alla questione della CO2 e della sua influenza sulla temperatura globale. 

La dichiarazione in proposito è forte, dicono: «Il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, che esclude partecipanti e titoli pubblicati in disaccordo sulla sua narrazione, trae conclusioni alcune delle quali sono disoneste e dovrebbe essere immediatamente smantellato». 

Anche la conclusione è stata piuttosto scioccante; l’incontro infatti è terminato con un invito altrettanto forte rivolto alla comunità scientifica a cessare la persecuzione nei confronti degli scienziati in disaccordo con la narrazione ufficiale sui cambiamenti climatici e a incoraggiare al contrario la «lunga e nobile tradizione di ricerca, indagine, pubblicazione e discussione scientifica libere aperte, senza censura». 

Ma andiamo per ordine. Numerosi sono stati gli argomenti discussi durante gli incontri: le osservazioni metereologiche e climatologiche, i processi fisici che influenzano il clima; il rapporto fra il Sole, i pianeti e il clima, gli sviluppi climatici futuri.

Le conclusioni ribadiscono che il clima della Terra è variato da quando esiste il pianeta, con fasi naturali fredde che si alternano a quelle calde. Non ci dobbiamo sorprendere se oggi stiamo vivendo un periodo di riscaldamento, dal momento che l’ultima Piccola Era Glaciale è terminata solo nel 1850.

«La politica climatica», dichiarano, «si basa su modelli inadeguati. Essi hanno molte carenze e non sono minimamente plausibili come strumenti di politica globale. Ingrandiscono l’effetto del gas serra come la CO2, mentre ignorano il fatto che arricchire l’atmosfera con CO2 è benefico». Infatti sappiamo bene che la CO2 è la base di tutta la vita sulla terra nonché il cibo delle piante: nozioni elementari che tuttavia le politiche ufficiali vogliono ostinatamente ignorare. Clintel ribadisce: «La CO2 non è inquinante. È essenziale per tutta la vita sulla terra. La fotosintesi è una benedizione. Più CO2 è benefica per la natura perché rende verde la terra. La CO2 ha promosso la crescita della biomassa vegetale globale. È buona per l’agricoltura, aumenta le rese delle colture il tutto il mondo»

Importantissima è anche la puntualizzazione che non ci sono prove attorno all’affermazione che il riscaldamento globale stia intensificando uragani, inondazioni, siccità, e altri simili disastri naturali. Gli scienziati di Clintel si oppongono pienamente alla politica dannosa e «irrealistica»,  secondo la loro stessa definizione, di zero emissioni nette di CO2 proposta per il 2050.

La dichiarazione mondiale sul clima è stata firmata dal premio Nobel Dott John F. Clauser. Hanno partecipato all’evento molti paesi dall’Africa, dall’Asia, dall’America del Nord, dall’Oceania e dell’Australia,  della Nuova Zelanda, dal Sudamerica. Erano presenti dall’Europa, (dall’Est): Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Serbia, Slovenia, Ucraina. Dal Nord: Danimarca, Estonia Finlandia, Norvegia, Svezia. Dal Sud: Cipro, Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna, Turchia. Dall’Ovest: Austria, Belgio, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Svizzera, Paesi Bassi, Regno Unito.

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NUOVI CANTIERI DI BAMBINI

(articolo pubblicato su Parole in rete nel novembre 2024)

La Legge italiana n. 40/2004 che riguardava le norme in materia di procreazione medicalmente assistita proibiva e puniva, con reclusione da tre mesi a due anni, e con una multa da 600.000 a un milione di euro, sia il commercio di gameti e embrioni, sia la surrogazione di maternità. Ora, nel 2024, il nostro Senato ha approvato in maniera definitiva il disegno di legge che definisce la maternità surrogata “reato universale”. Personalmente la legge riscuote tutta la mia approvazione, perché ritengo la pratica dell’utero in affitto una barbarie. 

Da ora gli Italiani non avranno più modo, seguendo i principi espressi dalla legge, di ricorrere alla pratica dell’utero in affitto rivolgendosi all’estero a madri surrogate, perché la proibizione è divenuta “universale”.

Che cosa si intende per utero in affitto credo sia chiaro a tutti:  coppie che ambiscono a divenire genitori perché in condizioni di sterilità (coppie formate da elementi dello stesso sesso, dunque biologicamente impossibilitate e generare,  o di sesso complementare, ma sterili) talvolta acquistano ovuli, o spermatozoi, o entrambi, praticano la fecondazione in vitro, cui fanno seguire la l’impianto in un utero femminile (vero) appartenente a una donna (reale), che presta il proprio corpo alla pratica. Usare il verbo prestare è un’eufemia, perché nella quasi totalità dei casi la madre surrogante, portatrice in utero della gravidanza, si presta perché ha prima firmato un contratto che stabilisce il suo prezzo per il servizio, il prezzo complessivo delle spese (per gravidanza, parto), il prezzo del nascituro, che viene pertanto venduto. Solitamente se, durante la gravidanza, il feto risulta in qualche nodo fallato, non conforme alle condizioni di normalità espresse dalle aspettative dei committenti (vale a dire i compratori del futuro nascituro), clienti della transazione commerciale, esso viene eliminato senza ulteriori ripensamenti.

Se la nascita è regolare, la madre surrogata deve abbandonare la creatura che ha portato in seno e deve consegnarlo al momento della nascita stessa agli utenti che l’hanno prezzolata e che nel contempo pagano per la merce ottenuta, cioè il bambino.

La mercificazione eugenetica di gameti maschili e femminili qui, con l’atto della consegna dell’essere umano (in questo caso equiparato a cosa, a oggetto di mercificazione, si conclude). Di tutta la parte legata alla salute del neonato e della madre, fisica e psicologica, di tutta la parte legata alle emozioni, ai sentimenti, alla stretta relazione tra la donna che ha portato una gravidanza e dell’oggetto… scusate, della creatura da lei prodotta… non frega niente a nessuno: la transazione finisce qui.

La donna, che è diventata gestante per necessità di denaro, ha terminato la sua funzione commerciale. Il cucciolo, a differenza di qualsiasi cucciolo animale, viene letteralmente strappato dalle braccia della madre: quando invece si tratta di cani e gatti o di altri cuccioli domestici, si ha la pazienza di attendere che siano svezzati.

La pratica abominevole, è spesso etichettata dalla neolingua sotto la dizione di “maternità surrogata” o “gestazione per altri” in modo da rendere più neutrale a accettabile la pratica di fabbricazione del bambino, per il fatto che le espressioni edulcorate non richiamano immediatamente alla mente l’aspetto degli interessi economici e commerciali che comporta, né rivelano esplicitamente l’aspetto di schiavizzazione e di sfruttamento del corpo della donna nel nostro millennio. Queste donne, infatti, non sono affatto animate da impulsi mistici sacrificali, sono invece spinte dalla povertà e dalla necessità di beni materiali.

Malgrado il lavoro di comunicazione che si è fatto attorno a questa pratica aberrante, per cercare di normalizzarla, non perde la sua ripugnanza: non è una accettabile scelta individuale e personale di donne che esercitano la loro libertà di arbitrio; è al contrario una forma di abnorme oppressione.

La pratica dell’utero in affitto adombra lo spettro di altre pratiche eugenetiche, tali da offrirci altri brividi di disgusto, come la scelta à la carte di ovuli ed embrioni, accuratamente selezionati. Si vogliono solo ovuli e spermatozoi di donne e uomini belli, altrimenti, come siamo del resto abituati dalle vendite on line, il pacco/bambino può essere respinto come un reso: un oggetto reso, una cosa respinta: la vita stessa è ridotta a semplice res.

Ma non preoccupiamoci più di tanto per l’utero in affitto: la scienza odierna sta già ponendo rimedio, vuole superare i limiti etici posti dall’utero in affitto, sperimentando profusamente e pare con successo il germogliare della vita prima concepita in provetta, o poi sviluppata in uteri interamente artificiali. Gli esperimenti avvengono nel mondo, ma forse vale la pena di ricordare che in Europa esiste una Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea (Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea 18/12/2000) che sancisce nel III articolo il «divieto delle pratiche eugenetiche», il «divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro», il «divieto di clonazione riproduttiva degli esseri umani».

Il pensiero non può che andare ad Aldous Huxley e al suo romanzo Il mondo nuovo che fin dal I capitolo ci immette nei segreti del “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale”, dove veniamo accompagnati in visita, attraverso la Sala di Fecondazione, poi fra gli Incubatori di Ovuli; possiamo leggere sui flaconi tutti i dati, la discendenza, la data di fecondazione; infine arriviamo alla Sala di Predestinazione Sociale. Ogni particolare viene descritto nel racconto: il funzionamento della circolazione sanguigna materna, ovviamente artificiale e via via quello di tutti i meccanismi cooperanti per arrivare al prodotto finito, il bambino. È fuori discussione che nella condizione artificiale descritta ogni atto naturale è inesistente: non si verifica atto sessuale, né gravidanza né parto naturali: grandi seccature per l’umanità! Siamo invece di fronte a una serie di procedure asettiche, innaturali, non-umane: la perfezione del processo di disumanizzazione e di reificazione dell’umanità che alcuni, nella realtà, sembrano desiderare.

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